Mese: giugno 2018

proSabato: Raffaele Calvanese, Can’t find a better man

foto di ©Emanuela Vh. Bonetti

Can’t find a better man

Avete mai fatto caso a quante persone prima, durante e dopo un concerto passano il tempo cercando di incontrarsi?
Probabilmente perché è questo che fa la musica, fa incontrare persone. L’estate del 2018 era il momento per incontrarsi, con Eddie, con Stone, Mike, Jeff e con tante altre persone che vedevo molto meno di quanto avrei voluto.
Luca, per esempio, doveva vederli già qualche anno fa, all’epoca frequentava una ragazza per cui moriva. Comprò i biglietto per andare a Venezia e pochi giorni dopo lei lo lasciò, lui la prese così male che non ebbe il coraggio di andarci per conto suo. Tra l’altro la stronza si è sposata pochi giorni prima del concerto di Roma, Luca aveva già il biglietto ed ora ben altri problemi. La sua compagna attuale era stata licenziata qualche settimana prima per essere riassunta con un nuovo contratto, perdendo così tutte le ferie maturate. Volevano esserci a tutti i costi, e per farlo toccava fare una vera e propria traversata in auto. Io avevo il biglietto di curva, da solo, mentre Sergio quello del prato. La missione, impossibile, di Sergio era stringere la mano ad Eddie. Era il suo Dio, lo adorava e non perdeva nessun concerto dei Pearl Jam quando erano da queste parti. Era già stato a  Milano ed a Padova e voleva chiudere il cerchio a Roma insieme a noi.  Diceva che era per via della scommessa di stringere la mano a Vedder. Inutile provare a distoglierlo da quell’idea malsana.
Io, dal canto mio, avevo già perso il biglietto una volta, comprarlo con larghissimo anticipo non era stata una grande idea. Poi dopo aver messo casa sottosopra l’avevo ritrovato tra due bottiglie di vino rosso tenute da parte per le occasioni speciali. I Pearl Jam me li aveva fatti scoprire Lorenzo, giocava a calcetto con una maglietta con su scritto “Eddie” invece che il suo nome. La cosa mi incuriosì e così gli chiesi la spiegazione. La risposta furono Ten, Vs., Vitalogy fino ad arrivare a Yeld, il disco che ho amato di più per questioni di età. Lo ascoltavo in continuazione. All’inizio su una cassetta che mi aveva registrato lo stesso Lorenzo, poi sul cd che comprai poco dopo, oggi col vinile che ho preso appena ho avuto un giradischi decente per farlo suonare a dovere.
Con Luca e Sergio alle superiori avevamo provato a mettere su una piccola band, una delle cose più banali per gli adolescenti della nostra età, una storia come se ne ascoltano a migliaia. Poi, proprio come dice la canzone di quell’altro che si fa i selfie su facebook, “Uno su mille ce la fa” e quell’uno non eravamo noi tre, che tenemmo in piedi la band più come passatempo che per andare da qualche parte nella nostra vita. Passavamo i pomeriggi nel garage di Sergio a suonare, fumare e a chiacchierare. Di tanto in tanto veniva ad ascoltarci qualche amico. Avevamo molte canzoni dei Pearl Jam tra le nostre cover, Elderly Woman, Daughter, Nothingman, Better Man. Ero poco esperto con gli assoli e quindi cercavamo di fare quelle più semplici. Negli anni novanta la musica era una questione più personale, da vivere da soli o se andava bene con qualche amico, ascoltando i dischi insieme. Lorenzo abitava nel mio palazzo un paio di piani più su, era di qualche anno più grande di me e ogni giorno aveva un progetto nuovo per svoltare. Quando scoprì che avevo comprato uno dei primi masterizzatori mise in piedi nella mia stanza una centrale operativa per smistare compilation personalizzate a mezza città. Mi portava i suoi dischi, ne aveva centinaia, li comprava senza badare a spese, alcuni li sceglieva per la copertina altri per amore. Quelli dei Pearl jam li aveva tutti, come anche quello dei Mad Season, degli Alice In Chains e dei Guns n Roses. Il rock degli anni 90 per lui non aveva segreti, anche se i Pearl Jam erano qualcosa di diverso, qualcosa di personale. Quel masterizzatore, a ripensarci ora, fu l’inizio del cambiamento del modo di ascoltare musica.
A Roma ci volevo essere per incontrare principalmente Lorenzo. Mi sarei incontrato anche con Luca e Sergio, e con chi sa quante altre persone di certo. Luca aveva un tragitto abbastanza tortuoso davanti a sé. Traversata Caserta Benevento, Benevento Roma e stesso giro al ritorno per andare a prendere Eleonora che usciva dal lavoro un po’ prima per poter esserci anche lei.
Io ero già sul posto, a Roma, lavorando in un Albergo alla reception, il meglio che avevo potuto trovare in città dopo la chiusura della società dove avevo cominciato a lavorare qualche anno prima. Passavo le giornate tra un check-in e un check-out fantasticando di pubblicare il mio libro. Unica magra consolazione dal resto delle schifezze che affrontavo da mattina a sera. Appuntamento sotto l’obelisco intorno alle cinque, così ci eravamo detti con Sergio e Luca.
La giornata comincia presto, panini, birre in fresco, borsa termica, sigarette. Luca in macchina aveva un best of dei Paearl Jam preparato per l’occasione, la sua guida a scatti lasciava presagire un bel viaggio della speranza. L’ansia di non trovare parcheggio e di restare imbottigliati nel traffico del ritorno poi non erano di grande aiuto. Sergio invece sarebbe sceso in treno, avrebbe dormito da me e poi sarebbe tornato a Milano. Appuntamento sotto l’obelisco fuori lo stadio.  Così ci eravamo detti.
C’è stato questo tempo in cui le chitarre elettriche contavano più delle prese per ricaricare i cellulari, anni che sembrano dietro l’angolo e che invece scivolano sempre più giù, sempre più lontani che pensavi di poterli afferrare in qualsiasi momento e invece diventano sempre più sfumati sullo sfondo. Sergio aveva trovato lavoro in un’azienda pubblicitaria, cosa strana a Milano, Luca faceva l’avvocato. I nostri compagni di scuola avevano tutti dei lavori più o meno decenti, erano tutti sposati o con figli, solo noi tre eravamo rimasti ancora a briglia sciolta. Luca avrebbe anche voluto sposarsi ma Eleonora lavorava troppo lontano, poi riusciva a stento a far quadrare i loro impegni per andare a vedere un concerto, figuriamoci progettare seriamente una vita insieme.
Alle cinque sotto l’obelisco c’ero solo io, la solita inutile puntualità. Dopo una ventina di minuti mi squilla il cellulare, era Luca, stava passando fuori lo stadio in cerca di parcheggio.-Salta su al volo che mi accompagni.
Ci spingiamo fino a Ponte Milvio, lo superiamo, ci buttiamo in una traversa secondaria, vediamo delle strisce bianche in mezzo alla carreggiata con alcune auto parcheggiate.
– Lasciala qui.
– Sicuro che non mi fanno la multa?
– Sicura è solo la morte qui a Roma.
Luca si lascia convincere, lasciamo la macchina a dieci minuti di cammino dallo Stadio. Saluto Eleonora che vedo con uno sguardo assente. La sua espressione mi spiazza, Luca mi spiega che a lavoro ha avuto la solita giornata schifosa. Intanto squilla di nuovo il telefono, è Sergio:
– Dove siete?
– Arriviamo, abbiamo appena parcheggiato. (altro…)

L’infinito, Leopardi e le versioni poetiche di Tusiani e Rilke

Il panorama visto dal colle dell’Infinito

 

A 220 anni dalla nascita di Giacomo Leopardi, proponiamo il testo originale del XII dei suoi Canti, L’infinito, e due versioni, rispettivamente in inglese e in tedesco, nate dalla penna di due poeti, Joseph Tusiani e Rainer Maria Rilke, che alla loro traduzione donano note molto originali.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

Giacomo Leopardi

 

Infinity

Fond I was ever of this lonely hill,
And of this edge, that from my view conceals
The farthest limit of the firmament.
But, sitting here and gazing, I can feign,
Far and beyond it, still unbounded space,
And an unearthly silence, and the deepest
Quietude where my very heart is nearly
Frightened. And as this moment I perceive
The wind around me rustling through these trees,
To that unending silence soon I liken
The passing of its voice: eternity
I so recall, and all the seasons dead,
And with this lively stir the present one.
Founders in such immensity my mind,
And drowning in this sea is sweet to me.

versione poetica di Joseph Tusiani
(edizione di riferimento: Joseph Tusiani, L’arte della traduzione poetica. Antologia e due saggi. A cura di Cosma Siani, Edizioni Cofine, Roma 2014, p. 89)

 

L’infinito von Leopardi
Übertragen von Rainer Maria Rilke

Immer lieb war mir diese einsame
Hügel und das Gehölz, das fast ringsum
Ausschließt vom fernen Aufruhn der Himmel
Den Blick. Sitzend und schauend bild ich unendliche
Räume jenseits mir ein und mehr als
Menschliches Schweigen und Ruhe vom Grunde der Ruh.
Und über ein Kleines geht mein Herz ganz ohne
Furcht damit um. Und wenn in dem Buschwerk
Aufrauscht der Wind, so überkommt es mich, daß ich
Dieses Lautsein vergleiche mit jener endlosen Stillheit.
Und mir fällt das Ewige ein
Und daneben die alten Jahreszeiten und diese
Daseiende Zeit, die lebendige, tönende. Also
Sinkt der Gedanke mir weg ins Übermaß. Unter-
Gehen in diesem Meer ist inniger Schiffbruch.

versione poetica di Rainer Maria Rilke
(edizione di riferimento: Gabriella Rovagnati, “L’infinito e gli infiniti. Alcune versioni tedesche del XII canto di Leopardi fra il tardo Ottocento e il primo Novecento”, in M. Ponzi (a cura di), Spazi di transizione, Mimesis, Milano 2008, p. 243)

La poesia? Su Cesare Viviani (di D. Sinfonico)

cesare viviani

La poesia è finita. Diamoci pace. A meno che… è il titolo dell’ultimo libretto di Cesare Viviani, in cui si raccolgono pensieri in buona parte inediti e in minima parte prelevati da opere precedenti. Chi ha seguito o studiato la parabola poetica e saggistica di Viviani troverà confermate e riprese le sue tesi, che si possono ricondurre a due fuochi: la poesia è qualcosa di indefinibile che mette l’uomo a confronto con un limite; gli ambienti letterari soffocano l’aspirazione alla poesia e si reggono su implicite convenienze.
Sulla prima questione è arduo esprimersi tanto a favore quanto a sfavore. Viviani usa parole che si sciolgono davanti alla domanda “che cos’è?”: assoluto, limite, indicibile, vuoto, e svariati sinonimi. L’originalità di Viviani, a mio parere, non riguarda le sue tesi, quanto l’impostazione: legando il concetto di poesia a termini astratti, si forma una teoresi che si sottrae alla descrizione e alla falsificabilità. Il concetto di poesia viene situato in uno spazio alternativo a quello del linguaggio, in un buco dell’esperienza; diventa quindi sfuggente e attraente, proprio perché finisce per produrre afasia. Ma se Viviani non sente il bisogno di dimostrare, grazie anche alla forma del frammento, espressione comunque di un pensiero coerente, coeso e centripeto, su quali criteri possiamo dire che il suo discorso è autorevole?
La sua costruzione può poggiare, oltre che sul principio d’autorità, sull’appello a una credenza collettiva, secondo la quale la poesia è un’entità che si sottrae alle pinze della definizione. Non è quello che ci hanno sempre insegnato? Eppure se da una parte abbiamo interiorizzato questa idea, dall’altra proviamo fastidio per gli assiomi e di continuo tentiamo di uscire dal loro angolo cieco. Per queste ragioni il testo di Viviani può generare reazioni bifronti, o meglio: fascinazione dopo avere, eventualmente, criticato e scremato alcune sue posizioni.
Da una parte è troppo comodo spingere la poesia laddove nessuno possa più afferrarla, usarla, staccandola dalla corrente della vita quotidiana. Personalmente ritengo che una buona poesia debba poter essere utile quanto un buon discorso politico, una buona ricerca storica, un buon atto intellettuale. Cioè qualcosa che non finisce nella nostra interiorità dando materia a un’esperienza indicibile, ma che ha la possibilità di prolungarsi e completarsi in una conoscenza più complessa.
Dall’altra parte un moto di entusiasmo per l’adesione a quello che già pensavamo: se rinunciamo a definirla, la poesia, nonostante tutti i tentativi di categorizzazione, conserva intatta la sua essenza, mai appiattita. Intorno le resta l’aura di un atto che si rinnova attraverso le epoche e le lingue, la fascinazione per un edificio di parole, sintomo di sensibilità, di ingresso in un’esperienza in fondo inspiegabile, di vibrazione dell’interiorità al suono delle sillabe. Allora in questa luce un discorso sulla poesia merita di estendersi anche in una zona non argomentabile, non razionale. (Mi viene in mente un passo che il norvegese Karl Ove Knausgård ha dedicato all’argomento, in Un uomo innamorato, dicendo che la poesia non si apre a tutti e alcuni possono anche intestardirsi a «vivere una vita nella letteratura, magari come critico o come docente universitario, forse come scrittore, perché è possibile mantenersi a galla in quel mondo senza che la letteratura si apra mai»). (altro…)

Pietro Roversi, da ‘I pinguini dei tropici’

 

Europa, Europa

Per fato qui, o altrove
e ovunque orfano d’un baratto,
sfortunatamente il continente è
diviso tra cattolico, protestante
e altre varietà del matto
Dio Uno e Trino. Da bambino
collezionava bandiere,
da adulto stelle,
gialle sul campo blu dell’adozione.

E mentre fa colazione, altrove
un altro esce da un igloo,
o sta sotto un banano, scende
da un gradino su un pavimento
di fango battuto. Pian piano
s’arriva ai confini del mondo,
ci si sposa, si figlia, s’impara
una lingua, il ratto
d’Europa, Europa. (altro…)

Milena Jesenská, Qui non può trovarmi nessuno

Milena Jesenská, Qui non può trovarmi nessuno,  Giometti&Antonello editore 2018, trad. Donatella Frediani, euro 24

 

 

Perché si tolga immediatamente la necessità di parlare di Milena Jesenská in relazione a Franz Kafka, si vada subito a quello che forse è il centro del rapporto tra i due intellettuali, la frase che Kafka scrisse a Milena nel dicembre del 1920: «ma adesso è meglio che tu non venga perché dovresti ripartire» (da Lettere a Milena, Mondadori 1988, traduzione Ervino Pocar e Enrico Ganni). Non è certo una novità che gli amori non realizzati possano essere roventi, duraturi e forse, per chiunque scriva, i più artisticamente produttivi. Come non è una novità, per chiunque abbia letto le lettere di Kafka alla sua traduttrice, la stima profonda dello scrittore nei confronti della scrittura di lei. La gioia costante che aveva nel ricevere suoi articoli, nel correre, come riporta Max Brod, all’edicola, «per vedere se il nuovo numero reca qualcosa di Milena».
Qui non può trovarmi nessuno, Giometti&Antonello editore 2018, offre al pubblico italiano quarantuno di questi articoli, scelti da Dorothea Rein e tradotti da Donatella Frediani, con otto lettere di Milena Jesenská su Kafka proposte e commentate da Max Brod (da Nuovi tratti della figura di Kafka, in Kafka, Mondadori 1978). Oltre a una nutrita nota biografica che ci consente di guardare la grande intellettuale ceca nell’indipendenza della sua figura.
Milena Jesenská cresce libera e sfacciata a Praga. Figlia di benestanti, di madre cagionevole e padre contraddittorio – sarà lui a iscriverla al primo liceo femminile di Praga, ma sempre lui a rinchiuderla in manicomio per nove mesi quando vorrà sposare Ernst Pollak, ebreo tedesco, e a costringerla a spostarsi a Vienna a matrimonio avvenuto. Nella capitale austriaca comincia la sua carriera di giornalista e di traduttrice di Kafka. Per anni, sarà “la Jesenská”, con i suoi articoli di politica e di costume. Fino al 1928, anno di un parto problematico, di dipendenza da morfina, di fallimento del matrimonio. Si avvicina al partito comunista, la sua scrittura si assottiglia, la sua vita privata vacilla ma il suo impegno civile cresce. È circa dieci anni dopo che vince la sua battaglia contro la morfina, e della sua fede nel partito è rimasta solo una vigile attenzione verso la politica e la situazione delle masse, dei più deboli, degli esclusi, e quindi, con l’inasprirsi delle politiche reazionarie, dei perseguitati. Con l’occupazione da parte della Germania nazista scrive, riporta, aderisce a giornali clandestini, aiuta a fuggire, fino alla deportazione nel campo di concentramento di Ravensbrück, dove morirà all’età di quarantotto anni. (altro…)

Marco Di Pasquale da ‘Formula di vapore’

.

nei chiodi delle stelle ti leggi al futuro e la luna d’artificio
di stasera rischiara nelle vene e scorgi nel meandro almeno
una lisca di progetto
mentre altri strattonano ad ostruire l’avvenire e tu non vuoi
firmare se non uno specchio in bianco

 

un intento brusio come mani
in balia dei venti, una contorsione
di speranze che sfavilla appena
sulle crisalidi dei giorni
il diluvio di luce dal sogno
a livellarci sudati e sorridenti

.

FORMULA DI VAPORE

mentre attendo la schiuma del contrattacco
mi ritrovo nel passaggio delle nuvole
formula di vapore che comanda il pallore
delle nove scarse del mattino
al chiuso delle mura proteggo il forte
dalla bomba di rancore fuori portata
senza innesco, la vita già minata (altro…)

Caregiver Whisper 31: Una modesta proposta sui censimenti

Mio padre Sebastiano è morto un anno fa per le conseguenze di un adenocarcinoma. Lucia, mia madre, da alcuni anni soffre invece del morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)

Gruppo ’98 Poesia: ‘In Dialogo. Vent’anni di poesia 1998-2018’. Nota di lettura

Gruppo ’98 Poesia, In Dialogo. Vent’anni di poesia 1998 – 2018, Qudulibri, 2018, pp. 79, euro 11

Questo libro raccoglie otto voci di un gruppo che festeggia il ventennale della nascita, un gruppo di donne senza leader e che basa il proprio lavoro sulla «’critica affettiva’ a sostegno dell’autostima di ognuna». La dedica del volume è a Serena Pulga, tra le fondatrici, e il libro unisce le poesie di Silvia Albertazzi, Paola Elia Cimatti, Zara Finzi, Serenella Gatti Linares, Loredana Magazzeni, Alessandra Vignoli, Vannia Virgili, Anna Zoli. I testi sono In Dialogo tra loro, ‘a più voci’, prendendo a prestito il titolo di un famoso saggio di Adriana Cavarero che − in apparenza − non ha a che fare con questo lavoro ma che, in realtà, ha molto a che vedere con il tragitto percorso. Ogni anniversario porta in sé la traccia di qualcosa di solenne, legato al valore che la comunità di riferimento trasporta nel presente; innanzitutto: la ‘differenza’ dello scrivere che queste donne intrecciano − come soggetti-donne − alla poesia come genere letterario esperienziale. In secondo luogo ci sono alcune delle autrici che le hanno maggiormente influenzate: Virginia Woolf e Simone Weil, per fare due nomi cari al Novecento tutto. Una certa nostalgia del passato, visto come momento del viaggio e della presa di coscienza della propria necessità di libertà − e sono gli anni del femminismo. I registri autoriali, come conferma anche Alessandra Pigliaru nella sua ricca postfazione, sono tutti diversi eppure tutti tendono a raccogliere temi simili: dal rapporto con il materno ai ruoli del femminile, dalle riflessioni sul corpo al rapporto con l’altro sesso, per un attraversamento di posizioni, mondi, riflessioni, «consonanze» (Pigliaru). Vittoria Ravagli, nell’introduzione, parla di «contagio» quando l’universo delle donne apre alle forme d’arte in termini di partecipazione collettiva; trovo sia una parola necessaria, capitale, anche per quest’operazione di unione (editoriale). Nessuna di queste voci sceglie una rotta anti-lirica, anzi: resta negli schemi lirici per parlare di un sé che trova eco nelle parole delle compagne, nello scambio differente come unico bagaglio di senso. Il loro è un rinnovato apporto, uno sguardo al futuro, in un’avventura che resiste.

© Alessandra Trevisan (altro…)

Ritorno a Freiburg. Nota a ‘Una sognatrice a Trieste’ di Claudio Segat (di Luca T. Barbirati)

Claudio Segat, Una sognatrice a Trieste, Treviso, Santi Quaranta, 2017, pp. 174, € 13

Dove stiamo andando?
Sempre verso casa
Novalis, Enrico di Ofterdingen

Perché si può desiderare la fuga dal proprio paese? Cora Sorgfalt, l’indimenticabile illustratrice botanica di Claudio Segat, non teme la sincerità e, fin dall’inizio del romanzo, confessa di essere fuggita perché si sentiva in pericolo. Alla fine degli anni ’90 del ‘900, nel Baden-Württemberg non c’era la guerra, non c’era una violenza sulle donne maggiore a quella di qualsiasi altro periodo, né tanto meno c’era la povertà. Tuttavia, nonostante questo, mancava l’essenziale che per Cora vuol dire il suo spirito creativo, la sua esistenza interiore e, in definitiva, la sua utopia. Anche se questa utopia, vale il caso di dirlo, sconfina il campo semantico comune e copre quello che altri autori hanno chiamato felicità (Guido Morselli), consolazione (Stig Dagerman) o trentesimo anno (Ingeborg Bachmann).
È la necessità di fuggire al già visto, al già vissuto. È l’innamoramento sbagliato che ti traghetta verso l’amore di sempre. Fuggire è l’inizio del viaggio che ti porta a casa. Cora lo sa, o meglio Claudio Segat lo sa e grazie alla sua maestria – paragonabile solo a quella di Fleur Jaeggy – ci dona un gioiello perfetto che ci fa sperare, ridere e piangere a fianco della dolcissima Cora. È questo il compito della letteratura. Il suo tourbillon – complicazione delicata quanto geniale – non è dissimile a quello dei suoi predecessori letterari, uno su tutti all’Io bachmanniano del racconto Il trentesimo anno.
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Elba Book, La quarta edizione

Elba Book, la quarta edizione

Dal 17 al 20 luglio, nel Comune di Rio torna il festival isolano dedicato all’editoria indipendente con l’intento di rigenerare le prospettive dei lettori e superare i limiti della carta stampata.

Una piccola isola in mezzo al Tirreno può essere un porto sicuro per la letteratura italiana? La risposta è diventata un’affermazione. Elba Book, l’unico festival isolano dedicato all’editoria indipendente, annuncia la quarta edizione, da martedì 17 a venerdì 20 giugno. Non a caso, la manifestazione è cresciuta in un luogo geografico che vive di porti, che per tutto l’anno trae la sua linfa vitale dall’accoglienza e dall’apertura al resto del mondo. Elba Book è nato per includere e aiutare a comprendere la realtà grazie alla cultura, che connetterà ogni appuntamento in programma al tema del rinnovamento. Urbano, umano e sociale, la possibilità di interpretare ciò che è dato in maniera alternativa parte dalle risorse disponibili per ricollegarsi allo scorrere del tempo attraverso il coinvolgimento personale. Un percorso che comprenderà circa 30 editori distribuiti in tutto il centro storico di Rio nell’Elba, fra cui Sem, Neo, Exòrma, Edicola, Gallucci, L’orma e Odoya, e che non sarebbe stato possibile senza la lungimiranza del Consorzio Comieco. A corredo, una ricca proposta di iniziative collaterali: dalla mattina alla sera si susseguiranno laboratori di riciclo per i più piccoli, degustazioni dei prodotti locali, performance, installazioni artistiche, spettacoli teatrali, escursioni, reading e concerti all’aperto. (altro…)

Cinque inediti di Lorenzo Fava

La reproduction interdite. René Magritte, (1937)

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dalla silloge inedita Lei siete voi
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Prima che la scheggia vincolasse la leggenda
e la verticalità del sole scottasse le guance,
lì dove sono converse ferite e fratture e
altri mondi dettano pochi centimetri di spazio,
io scrivo. Ed ogni volta è guerra su schemi
di difesa, una ragione privata a tutta forza
assedia fortezze ormai macerie di rancori,
con un’ostinata furia battaglia ancora.

.

È ora la calma dell’algebra a dettare
tempi e partiture, a chiudere i segni
e spalancare il tuo nome. Avverto
segni di cedimento in ogni dove, 
tu fotografa ogni vanto
per contenerlo nella stretta
quando arriverà il tuo momento,
perché non ci sia nulla di inespresso
che non abbia posto lassù,
abbi qualcuno a cui dire qual è stato
il nome che ha esploso ogni poesia
con tutta la violenza della luce

(altro…)

‘La poesia è un unicorno (quando arriva spacca)’ di Francesca Genti

Francesca Genti, La poesia è un unicorno (quando arriva spacca), Mondadori 2018, pp. 145, € 18,50

Nel panorama contemporaneo la saggistica poetica scritta da poeti è diventata frequente, eppure l’approccio muta di voce in voce, di esperienza in esperienza; chi si riconosce in una linea non accademica diversifica il punto di vista e permette maggiormente ai lettori interessati all’argomento di entrare in un dibattito acceso, che muove dal di dentro, che sempre fiorisce e si sviluppa. Ciò risulta valido anche per Francesca Genti, poeta che, negli scorsi mesi, ha pubblicato per Mondadori un libro dalla copertina colorata e vivace come il suo contenuto, un volume spassoso e vivo com’è viva la poesia nella tesi di fondo dell’autrice. Da essa tutto muove e a essa tutto ritorna. Il saggio “militante” per definizione della stessa Genti è un itinerario in prima persona attraverso temi e ‘movimenti’ che la poesia, come genere letterario, tiene uniti: una concatenazione di motivazioni attorno al “cosa serva” la poesia e “perché la scriviamo” ma anche “perché la leggiamo” (prima). Sorprendente come l’autrice, con credibilità, riesca a tenere il testo sempre a un livello di attenzione alto, anche quando si concede l’aneddotica (singolare quella su Amelia Rosselli e Alda Merini) o alcune digressioni sul suo lavoro come editrice [con Manuela Dago, di Sartoria Utopia, n.d.r.]. Il suo percorso ragionato include una militanza sapiente e delicata (anche nel titolo), che parte dalla consapevolezza che «la poesia è la più anarchica delle forme espressive» e che «ha sempre una sua utilità», anche quando pare non dichiararlo. “Vitalità” è una parola che Genti usa dall’inizio, una parola nutriente − come il pane:

Sì, la poesia è viva. Non è sempre come uno se la immagina e spesso fa arrabbiare, mette in crisi, turba, provoca un aumento di vitalità. […] la poesia è sempre officina di avanguardie linguistiche e con la sua anarchia e vitalità forgia e immagina una lingua del futuro, una lingua madre però, non globalizzata e anestetizzata, non una lingua che va bene per tutto e che si usura di stagione in stagione, ma una lingua affettiva che risuona e apre a nuove prospettive grazie al patto di sangue tra significato e significante.

Non c’è edulcorazione né allusione nel procedere saggistico di Francesca Genti: come nella sua opera esiste una chiara e netta direzione, una volontà di affermare le cose in modo diretto, efficace, limpido. Tuttavia, la sua “giusta distanza” da critico-poeta si contamina con una ‘militanza del cuore’, quella che la porta a citare alcune voci contemporanee più o meno isolate che difficilmente appaiono nei saggi odierni e che sicuramente faticano ad avere un posto nel canone. Sono, tra gli altri: Mariangela Gualtieri, Dacia Maraini, Valentino Zeichen, Silvia Salvagnini, Piera Oppezzo, Francesca Matteoni. Il rimando alla nostra tradizione per introdurre al lettore la poesia lirica, la poesia amorosa, l’invettiva, la poesia civile e altre derivazioni si lega a nomi del panorama contemporaneo, in una fotografia del presente che vede una messa in posa ragionata, una scelta ancora una volta nutriente. La consapevolezza di Genti è quella di chi conosce gli strumenti del mestiere ma non rinuncia a metterli in discussione, quella di chi si interroga con intelligenza e sensibilità sulle prospettive, quella di chi si fa domande sul futuro conoscendo il passato eppure non manca mai dell’ironia che stempera la materia, della leggerezza di alcuni spunti che rendono più lieve la lettura di un testo critico di cui si sentiva la necessità. Genti esce dai binari, dai luoghi comuni: costruisce una costellazione propria per far valere le sue tesi sulle ragioni dell’appartenenza alla poesia, ragioni umane prima che letterarie − anche se letterarie poi, alla radice. «La poesia è sempre un po’ più avanti del suo tempo», come questo saggio..

© Alessandra Trevisan