Giorno: 28 Mag 2018

Michele de Virgilio, Tutte le luci accese

I sottoscala del cuore

Al posto di una introduzione, sarebbe stato più efficace – e più originale – proporre, per questa raccolta di poesie, una mappa. Una carta geografica su cui segnare spostamenti, soste, passaggi. Nomi di città, strade. Michele de Virgilio dice – in sede quasi proemiale – della bellezza di “escludere il mondo” (la solitudine e l’intensità della scrittura che cerca di rendere limpida l’esperienza). Eppure, nei fatti, non lo esclude; lo include – quasi letteralmente – nello spazio poetico. Include – nelle poesie “low cost” aperte da un’epigrafe non a caso firmata da un grande fotografo – sentieri di montagna in salita, fiumi e ponti di città europee, campanili e targhe, portici e fessure nei muri. Una volta inclusi questi pezzi di paesaggio, attiva «il pulsante della scrittura» perché guadagnino senso, perché siano davvero e fino in fondo toccati. Nella poesia intitolata Nei miei viaggi dà seguito al titolo con una vorticosa enumerazione: «Ho toccato mani, maniglie, cani./ Mani che toccavano maniglie,/ maniglie a forma di mani.// Magliette, maglioni, travi./ Trote che nuotavano come triglie,/ treni in cui ho perso le chiavi.// Scafi, scafandri, dadi./ Mani che afferravano bottiglie,/ bottiglie scolate negli stadi». Ma appunto, il più autentico contatto passa dalla scrittura; saper viaggiare e imparare ad amare – sostiene de Virgilio – non sono la stessa cosa. Si scrive per trattenere qualcosa – anche fosse una semplice ciglia ritrovata nella copia ingiallita di un libro. «L’ho trattenuta sull’indice» scrive l’autore; ma ciò che poi aggiunge conta di più: «avrei preferito ritrovare l’occhio/ nascosto che aveva letto/ quelle pagine, il pensiero/ fragile». La mappa di Tutte le luci accese di Michele de Virgilio non è facile da disegnare perché contiene, oltre ai luoghi, le persone. Trattate tuttavia anch’esse come pezzi di paesaggio – zone del mondo parecchio più vaste di quanto ne occupino o occupassero davvero. Luci accese, appunto. de Virgilio, da narratore in versi, fa di quel po’ di luce una storia, guidato da un moto di tenerezza mai retorica, talvolta direi persino fisica, verso l’esistente – quello più prossimo e quello meno prossimo. La vita familiare, l’infanzia – con certe madeleine «molto particolari» restituite dai «torrenti» della memoria. Un centro di salute mentale e i suoi “abitanti”. Un portalettere e una voce origliata senza volerlo. Mettiti in ascolto. Guarda a fondo. In un caffè vedi tutte le donne che hai amato. Nel fumo di un sigaro una parte di vita «indesiderata». Milioni di uomini potenziali in un fiotto di sperma. La delusione nello sguardo di un gatto. de Virgilio non spegne nessuna luce, prova a illuminare tutto. Lavora sul tratto di silenzio che c’è fra le pupille e come, dice lui, «i sottoscala del cuore». Costringe il lettore a seguirlo, a sostare lì, per quaranta secondi – il tempo di una canzone, di una poesia – e per un secolo, per migliaia di anni luce.

Paolo Di Paolo

 

 

NEI MIEI VIAGGI

Ho toccato mani, maniglie, cani.
Mani che toccavano maniglie,
maniglie a forma di mani.

Magliette, maglioni, travi.
Trote che nuotavano come triglie,
treni in cui ho perso le chiavi.

Scafi, scafandri, dadi.
Mani che afferravano bottiglie,
bottiglie scolate negli stadi.

Seni, guance, bocche.
Bracciali attaccati alle caviglie,
occhi da trovare nelle brocche.

Nelle mie mani i microbi
di migliaia di ere. (altro…)

Silvia Salvagnini, ‘Il seme dell’abbraccio’ (nota di Chiara Pini)

il seme dell’abbraccio
Vortice che crea

Lo sguardo è catturato. Afferro questo libro che mi catapulta nell’allegria e nella leggerezza dell’infanzia per quel rosa della copertina, così difficile da definire per un adulto, anche attraverso l’aiuto di un pantone, ma che un bambino di oggi identificherebbe subito con un rosa candy e che un altro, di qualche decennio fa, avrebbe paragonato a succulenti lucumi. E poi leggo quel titolo, il seme dell’abbraccio, collocato tra evanescenti soffioni di tarassaco, che mi racconta la solidità di quell’apparente leggerezza e desidero comprendere.

Silvia Salvagnini è l’autrice di il seme dell’abbraccio. poesie per una rinascita (Bompiani, 2018), una raccolta di poesie che racconta lo straordinario del quotidiano, attraverso una storia d’amore che ci appare subito difficile e complicata. In una continua tensione verso nuova vita, Silvia Salvagnini non cerca scorciatoie per meno soffrire e urta con violenza tra gli ostacoli di esistenze condotte nelle oscurità del sottosuolo, segnate dall’incomprensione e da orizzonti di tensione non condivisi. È un vivere quotidiano concreto, fatto di materia, di sessualità, di violenza, di toni bassi, cupi, che il lettore non ha il tempo di introiettare come tale: il dolore è curato con spugnate di gioia e innocenza bambina. La poesia di Silvia Salvagnini è un vortice che crea bellezza. È immensità leggera. È luce che illumina gli angoli bui di un amore possessivo e cieco, di un amore che non arriva al suo compimento; è il tentativo costante di voler far comprendere la realizzazione di un fine ultimo di ‘destino di gioia universale’ che si realizza attraverso l’accettazione della diversità nella libertà dell’essere. In questa narrazione la voce guida è alla continua ricerca di mantenere il mondo che la circonda sintonizzato alla frequenza della realtà da lei desiderata: da questo nascono dissonanze, scontri, parole che sembrano perdere significato, ritmi sincopati; intuizioni che preannunciano catastrofi. È una lotta di resistenza che terminerà solo quando il dissenso sarà noto e compreso, quando non ci saranno più ostacoli a immergersi nel mondo.

questo libro
lo finisco quando ho sputato il rospo
quando sto bene al sole
quando ho spaccato questa noia
mangiato un girasole
eliminato il superfluo
la nozione di imperatore
e quando riesco a correre
con meno fiatone.

La poesia di Silvia Salvagnini è intrisa di sentimento panico: l’esistenza dell’uomo si eleva e si colora solo quando si fa natura:

avevo sentito che c’era
qualcosa di male
nel caldo egli uffici
allora annaffiavo
la moquette e seminavo
melograni biancospini
banani africani
ciliegi rosa e rossi
riempivo di cachi
fichi e tuberi grossi.

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