Giorno: 26 maggio 2018

Carlo Tosetti, I custodi della lingua

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Leggo l’intervento di una notissima e (doverosamente) celebrata poetessa, la quale esorta il poeta al cambiamento, inteso come l’aprire gli occhi al mondo rotolante, in cambiamento rapido; indica la funzione sociale e intellettuale della poesia, a ragion veduta ricordando che, a differenza di quanto si è portati a pensare, la poesia abbia una capacità comunicativa più efficace della prosa. Con silenzi e salti logici, con un discorrere la cui frammentazione è solo apparentemente criptica, raggiunge direttamente il profondo dell’individuo. Al contrario di quanto la logica imponga, saltare a piè pari la mediazione della ragione porta i messaggi al cuore; questo è un tema assai noto, antico e che richiederebbe una lunga e articolata trattazione.
Indica, allora, la poetessa, dei temi chiave del nostro tempo, territori da battere, i quali, senza alcun dubbio, sono i perni di accesi dibattiti e tensioni socio-economiche e politiche: lo straniero, l’estraneo, il diverso. Sono anche, malgrado la tragicità degli avvenimenti, il nuovo oppio del popolo.
In sintesi, invita il poeta a non compiere l’arte per l’arte, a non arroccarsi nel castello del custode della lingua.
Ebbene, tutto questo può essere condivisibile: gli argomenti da lei citati sono di capitale importanza.
Inoltre, è tristemente palese la lacuna dell’intellighenzia italiana: Pasolini (per andare subito al sodo) è un modello di intellettuale ormai estinto. Non mi riferisco ai contenuti, alle posizioni, ma al suo esporsi, al suo stimolare la riflessione.
Noi non abbiamo un Sartre, in testa ai cortei degli studenti. Abbiamo “soltanto” Saviano, il quale (piaccia o meno) si colloca nella categoria dell’intellettuale attivo (versione 2.0).
È manifesto che la società abbia un disperato bisogno di educazione; gran parte delle argomentazioni, la cui scaturigine si annida nel mondo politico e sommerge, come alluvione, la “bassa” società, possiedono sguardo limitato, che scruta a pelo d’acqua, e, ancor più grave, basti pensare come le riflessioni articolate generino – soprattutto nei giovani – noia insopportabile, avvezzi come sono all’argomentare vuoto e puramente “sloganistico”, sdoganato anzitutto dai politici oggi in auge (a prescindere dai colori delle casacche: Renzi ne è la summa, avendo ben assimilato la lezione del decano dei maestri italiani, Silvio Berlusconi).
Ciò che mi lascia perplesso, è il concetto di “custode della lingua”.
Il poeta dovrebbe essere, anzitutto, il custode della poesia, atto artistico che si compie per il tramite della lingua.
Mi sarei aspettato, da una personalità così eminente e stimata, quindi influente, l’invito accorato a trattare, sì, temi scottanti ed attuali, ma restando custodi della poesia.
Questo perché la poesia, oggigiorno, vive un’ammorbante omologazione e nell’invito a confluire su temi precisi, se da un lato si veicolerebbe il tentativo di erudire alla sensibilità, dall’altro si rischierebbe ancor più di favorire l’appiattimento del verseggiare.
Volendo provocare, potrei affermare che l’omologazione poetica si nota senza neppure bisogno di leggere i componimenti, basta gettare uno sguardo alla “forma”.
Ci sono immensi eserciti di epigoni dei grandi nomi: questa è la poesia di oggi e questo, perdonate l’arroganza, lo vivo.
Ogni poeta, sia ben chiaro, ha il pieno diritto di esprimersi in base al proprio sentire, al proprio vissuto. Ogni poeta ha il pieno diritto di avere i propri riferimenti, ma lo smantellamento del canone, paradossalmente, ha prodotto omologazione.
È questo un meccanismo psicologico conosciuto, che travalica i confini della poesia. Per infrangere le regole, prima le si deve praticare. Questa è la via verso il nuovo e sottintende come la rigidità, negli audaci, generi elasticità.
Allora, dalla mia defilata e umile posizione, mi permetto di aggiungere una nota all’articolo in questione: poeti, siate anzitutto i custodi della poesia. Affrontate i temi di tragica attualità, cercate di svegliare gli animi sopiti, accecati, ma fatelo attraverso la poesia, che – per quanto si possa discettare intorno all’argomento – non è la prosa infarcita di inconsulti “a capo”.
Non me ne voglia la poetessa, la quale gode di tutta la mia stima (per quanto possa valere): forse, per giungere a questo, è necessario tornare ad essere custodi del linguaggio, perché da questo ruolo, a mio avviso, purtroppo la poesia si è spogliata da tempo.

Carlo Tosetti

proSabato: Philip Roth, Everyman

EverymanIntorno alla fossa, nel cimitero in rovina, c’erano alcuni dei suoi ex colleghi pubblicitari di New York che ricordavano la sua energia e la sua originalità e che dissero alla figlia, Nancy, che era stato un piacere lavorare con lui. C’erano anche delle persone venute su in macchina da Starfish Beach, il villaggio residenziale di pensionati sulla costa del New Jersey dove si era trasferito dal Giorno del Ringraziamento del 2001: gli anziani ai quali fino a poco tempo prima aveva dato lezioni di pittura. E c’erano i due figli maschi delle sue turbolente prime nozze, Randy e Lonny, uomini di mezza età molto mammoni che di conseguenza sapevano di lui poche cose encomiabili e molte sgradevoli, e che erano presenti per dovere e nulla più. C’erano il fratello maggiore, Howie, e la cognata, venuti in aereo dalla California la sera prima, e c’era una delle sue tre ex mogli, quella di mezzo, la madre di Nancy, Phoebe, una donna alta, magrissima e bianca di capelli, col braccio destro inerte penzoloni sul fianco. Quando Nancy le chiese se voleva dire qualcosa, Phoebe scosse timidamente il capo, ma poi finì per dire con voce sommessa, farfugliando un po’: – È talmente incredibile… Continuo a pensare a quando nuotava nella baia… Tutto qui. Continuo solo a vederlo mentre nuota nella baia -. E poi c’era Nancy, che aveva organizzato tutto e fatto le telefonate a quelli che erano venuti per evitare che al funerale venissero solo sua madre, lei, il fratello del defunto e la cognata. C’era solo un’altra persona la cui presenza non era stata sollecitata da un invito, una donna robusta con una simpatica faccia tonda e i capelli tinti di rosso che era venuta spontaneamente al cimitero e si era presentata col nome di Maureen, l’infermiera privata che lo aveva assistito dopo l’operazione al cuore di qualche anno prima. Howie si ricordava di lei e andò a darle un bacio sulla guancia.

Nancy disse a tutti: – Posso iniziare dicendovi qualcosa di questo cimitero, perché ho scoperto che il nonno di mio padre, il mio bisnonno, non solo è sepolto nelle poche centinaia di metri quadrati del nucleo originario accanto alla mia bisnonna, ma fu anche uno dei suoi fondatori nel 1888. L’associazione che per prima finanziò ed eresse il cimitero era composta dalle società incaricate delle onoranze funebri delle organizzazioni caritatevoli e delle congregazioni ebraiche sparse nelle contee di Union ed Essex. Il mio bisnonno era il proprietario e il gestore di una pensione di Elizabeth che accoglieva soprattutto immigrati arrivati di fresco, e si preoccupava del loro benessere piú di quanto in genere facesse un possidente. Ecco perché fu tra i soci originari che acquistarono il campo che c’era qui e lo spianarono e lo disegnarono personalmente, ed ecco perché diventò il primo presidente del cimitero. Allora era un uomo relativamente giovane ma nel pieno vigore delle forze, e c’è solo il suo nome sui documenti nei quali si specifica che il cimitero era destinato ad «accogliere i soci defunti in armonia con le norme e i riti ebraici». Come appare fin troppo evidente, la manutenzione dei singoli lotti e del recinto e dei cancelli non è piú come dovrebbe essere. Le cose sono marcite e crollate, i cancelli sono arrugginiti, i lucchetti spariti, ci sono stati dei vandalismi. Ormai questo posto è diventato il retrobottega dell’aeroporto, e quello che sentite a qualche miglio di distanza è il rumore costante dell’autostrada, la New Jersey Turnpike. Naturalmente avevo pensato, prima, ai posti veramente belli dove mio padre poteva essere sepolto, i posti dove andava a nuotare con mia madre quando erano giovani, e le località costiere dove amava fare il bagno. Ma nonostante il fatto che guardarmi intorno e vedere il degrado che c’è qui mi spezza il cuore – come probabilmente spezza il vostro, e forse addirittura vi spinge a domandarvi perché ci siamo riuniti in un luogo cosí deturpato dal tempo – volevo che riposasse accanto alle persone che lo amavano e dalle quali è disceso. Mio padre amava i suoi genitori e deve stare vicino a loro. Non volevo che fosse solo, chissà dove -. Tacque un momento per ritrovare la padronanza di sé. Era una donna fra i trenta e i quarant’anni, dall’aria dolce, semplice e carina com’era stata la madre, e all’improvviso perse tutta la sua autorevolezza e il suo coraggio e finì per somigliare a una bambina di dieci anni schiacciata da quella situazione. Voltandosi verso la bara, prese una manciata di terra e, prima di lasciarla cadere sul coperchio, disse con leggerezza, sempre con quell’aria da bambina frastornata: – Be’, cosí vanno le cose. Non c’è piú niente da fare, papà -. Poi le venne in mente la stoica massima che lui ripeteva decenni addietro, e scoppiò in lacrime. – È impossibile rifare la realtà, – gli disse. – Devi prendere le cose come vengono. Tener duro e prendere le cose come vengono. (altro…)