Giorno: 24 Mag 2018

Langue, il Festival romano che studia la poesia nel quartiere degli studenti

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Langue, il Festival romano che studia la poesia nel quartiere degli studenti

di Daniele Campanari

Nel quartiere di San Lorenzo, a Roma, lo studente non aveva l’odore della sigaretta accesa o le gambe corte; tratteneva un libro con la mano destra. Sulla spalla sinistra portava una borsa – conteneva forse altri libri? -, schivava una bottiglia di birra vuota, seguiva voci possedute tra gli scaffali. Entrava alla libreria Assaggi: è qui la festa. Usciva, tratteneva ancora quel libro con la mano destra che era pagina pure lei, su quella mano si poteva andare a capo tracciando le righe di una prossima poesia. Procedeva dritto, affiancava il Verano, osservava la cinta del monumento, la stringeva arrivando in piazza dell’Immacolata. È anche qui la festa.
A San Lorenzo è nato un Festival di poesia che ha saputo camminare, farà i primi passi sabato 26 maggio. Non si tratta di un movimento divenuto consuetudine in molte parti d’Italia, collezione (“Il termine sinteticamente riassume alcuni degli aspetti di Langue, lascia di proposito alcuni contorni sfumati. È un invito a chiedersi cosa sia la poesia”) di poeti vivi, ma parola respirata: respirare parola camminando.
Si chiama Langue il primo Festival di poesia a San Lorenzo, Festival curioso per tanti motivi. (altro…)

Note su “Liriche di tecnologia infranta” di Antonella Bontae (di Fiorenza Mormile)

Liriche di tecnologia infranta, libro di esordio di Antonella Bontae, declina al femminile le assi cartesiane del canone: la crisi dell’età di mezzo che da Dante a Calvino si attraversa sulla pagina e la lirica amorosa dove l’inseguimento dell’oggetto d’amore, descritto in una serrata autoanalisi, dà senso al proprio percorso.
Assemblaggio petrarchesco, secondo e ultimo testo della sezione di apertura Amore, rimanda al Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta) come a voler enunciare il programma di assemblare lacerti lirici per ricomporre i propri “frammenti scomposti” (Alla stazione). Questo sintagma chiave individua la scomposizione che segue alla rottura: le “rime scomposte” di Notte d’agosto, il “viso scomposto” di Tristesse chopiniana, l’“odore scomposto della vita” di Una domenica. Ai fragmenta petrarcheschi rimanda anche il termine “infranta” del titolo.
Per “tecnologia infranta” Bontae intende certa spietata modernità che solo la lirica amorosa può spezzare. Con una specie di ossimoro evidenzia fin dall’inizio la componente violenta di questo amore dalle forme ossessive, denunciandolo come rovescio del disamore di sé “poco ama sé chi/ in tal gioco s’arrischia”.
Se il libro è in gran parte diario di un inseguimento amoroso dove domina la figura dell’altro ingigantita dall’assenza vi si registra anche la graduale acquisizione di un nuovo senso di sé, un’accettazione salvifica dei limiti nell’accettare senza angoscia “la propria finitudine” (Destino), perché “ siamo esseri umani/ e imperfetti” (La vita), deposta “la pressa dell’esistere da prima della classe” (Nessuno). La consegna da madre a figlia in A girl è “donati tanto amore”, riconosciuta come prima condizione di equilibrio esistenziale e di un corretto relazionarsi.
La malattia, ricondotta in Pioggia invernale “all’amore disatteso” che “provoca danni”, da figura reale e simbolica della crisi diventa, superata, motivo di rinascita. “Dopo un breve assaggio di premorte” (L’ospedale) tutto riacquista colore e sapore.
La dimensione autonoma dell’essere si realizza nella natura – quella verde di Essere e In bicicletta, non quella acquatica dai rimandi più cupi – ma anche nella lettura, nel comune sentire con amiche e sodali (Anna, A Virginia Woolf).
Pur non dimenticando lo scarto ineludibile tra persona reale e autorappresentazione letteraria sulla conciliazione prevale quantitativamente l’opposizione, che, come nota la prefatrice Barina è cifra distintiva del libro a più livelli. Senza entrare nel merito semantico di tutte le contrapposizioni basti ricordare qui il contrasto tra remore e sensualità “Da donna stilnovista (…) in un furore di lussuria/ con la mente smarrita/ sogno non un amore furtivo/ ma un amore lecito” (Incantesimo) ed evidenziare in altri due passi irti di antitesi l’autocritica formulata attraverso l’uso del tu: non sai coniugare romanticismo e femminismo (Autunno), “Avanzi/ con uno sguardo immobile/ irto di certezze/ e uno sguardo mobile/ irto di incertezze:/ sei una donna preistorica/ di pelliccia rivestita.” (…) vivi per briciole d’amore”.
L’assunto del titolo si realizza al livello del significante attraverso una sorta di pathos della discontinuità. Su una trama di scrittura contratta e minimalistica, affine alle linee essenziali di Mondrian, subentrano inattesi elementi di rottura: termini più arcaici e letterari, titoli in altra lingua, inversioni. Lacerare la pelle del testo con questi minimi slittamenti stilistici sembra la modalità prescelta per segnalarci le contraddizioni, l’irrisolto. Bontae non teme di mostrare le sue ferite. Così come non teme di porsi in controtendenza rispetto all’attuale fortuna declinante della lirica.
C’è contiguità tra le pagine che raccolgono l’essudato di confessioni e riflessioni e l’immagine di copertina. Il costume adagiato su un emblematico sfondo rosso rimanda al corpo nudo che ha contenuto e di cui reca memoria. Ne esce un libro personale, autentico e palpitante.

© Fiorenza Mormile

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Assemblaggio petrarchesco

So come Amore saetta
e come vola,
so cosa è l’anima vaga
e vedo a qual servaggio
e a quale morte,
a quale strazio va
chi s’innamora.

Con parole e cenni
vengo legata,
ad ogni altro piacere
sono cieca e sorda,
che il cuore di pensiero di lui
m’empie,
ma di lui di mie spoglie è altero.

So di certe doglie e
d’allegrezze incerte:
poco ama sé chi
‘n tal gioco s’arrischia! (altro…)

Adua Biagioli Spadi, Il tratto dell’estensione

 

Adua Biagioli Spadi, Il tratto dell’estensione. Poesie, La Vita Felice 2018

Ciò che si manifesta come fragile e precario, oppure che viene marchiato come tale, riceve nella raccolta di Adua Biagioli Spadi, Il tratto dell’estensione, uno sguardo attento, volto a fare chiarezza su supposizioni e credenze, pronto a cogliere segnali di altro avviso.
Occorrerà innanzitutto dare un ambito di significato sia al termine “estensione” – ampliamento dell’orizzonte, accoglimento di altre dimensioni, anche percettive – sia al termine “tratto”, che va inteso almeno in due accezioni, vale a dire quella di caratteristica, peculiarità, e quella di segmento di percorso.
Se già questa operazione preliminare di accesso all’opera ne mette in risalto la ricchezza di coniugazioni possibili, l’esplorazione dei singoli testi rivela ulteriori opportunità. In particolare, là dove ci aspetteremmo un discorso poetico condotto su un piano ‘geometrico’, aspetto pur presente e che peraltro viene esplicitamente annunciato già nel titolo della prima sezione, La linea fragile, assistiamo, oltre a ciò, a un percorso cromatico con forte valenza simbolica e con vere e proprie esplosioni espressionistiche, talvolta esplicite, come avviene nel componimento che si richiama alle «onde fisse nella notte» di Munch, talvolta più allusive, ma non meno pregnanti, come si può constatare nella menzione di quella «azzurrità» che richiama il paesaggio rivelatore e, insieme, abbacinato da visioni di Georg Trakl.
L’andamento che contraddistingue Il tratto dell’estensione, a sua volta introdotto dalla significativa affermazione «Alcuni stati d’animo/ non sono che evoluzioni dell’apprendere», è dunque dalla traiettoria netta, dal precipitare di una freccia nel componimento iniziale – «il passaggio della scesa,/ là dove l’arrestarsi precede il dardo, la caduta» – all’esplodere ardente di colori inteso come ripartenza già prefigurato nel testo immediatamente successivo: «Ripartirò da qui, dall’incendio dei colori», dall’ansia della precisione (e, diremmo, dall’affannoso e “umano, troppo umano” inseguimento della linearità) – «Ci vogliamo esatti» all’invocazione appassionata di una metamorfosi (se non salvifica, almeno una nuova possibilità) dalla precarietà della materia alla vagheggiata libertà di un tono cromatico senza tentennamenti: «tramuta la friabile materia della mia persona in vermiglio».
Lo scontro permanente tra pieno e vuoto, tra accoglienza e rifiuto, respingimento, tra le infinite possibilità e il condensarsi in una sola, si esprime in tutte e tre le sezioni che compongono la raccolta, La linea fragile, Il segno del possibile, Perdersi non più, con un riferimento fecondo alle diverse manifestazioni delle arti figurative – con la dialettica, già messa in evidenza, tra disegno e pittura – e con un ricorso consapevole alla sonorità della parola, in specie attraverso coppie allitteranti: «scomposti sensi», «frantumi delle foglie» (con la ricorrente allitterazione in ‘f’ a sottolineare la friabilità della materia e la fragilità dell’esistere), «risveglio rosato».
«Restituiscimi il frammento del tempo»: questo verso, chiaro e sonoro, si situa al centro di una raccolta che merita, da parte di chi legge e di chi si pone all’ascolto, incursioni ripetute e rinnovate esplorazioni. Anche solo un frammento basterebbe, per tentare di ricomporre l’umano e il creaturale, recuperare, risanare, ché salvare non si può, non sta a noi, ma unire, o almeno ricollegare, con-templare.

© Anna Maria Curci

 

Sempre la fragilità si dirige sommessa alla deriva
nello slaccio d’abbandono del sentire,
è la lacrima a cogliere la perfetta stanza
della noncuranza,
incauto nascondiglio della goccia
il passaggio della scesa,
là dove l’arrestarsi precede il dardo, la caduta
l’affidarsi estremo, disorientato abbraccio. (altro…)