Su “Alla luce della luce” di F. Davoli (di L. Cenacchi)

Davoli_Alla luce della luceFilippo Davoli
Alla luce della Luce

di Luca Cenacchi

 

Sin dalla compagine linguistica Alla luce della luce (1996) di Filippo Davoli si rivela una raccolta compatta ma allo stesso tempo estremamente sfaccettata.
Difatti, quasi in ogni lirica, abbiamo la compresenza di regionalismi che vanno ad affiancare reminiscenze letterarie anche trecentesche[1] senza paura di sconfinare in rari innesti di terminologia teologica e una più vasta azione sul tessuto della parola di stampo latineggiante.[2]
Questo, unito ad alcune reminiscenze della grammatica ermetica, permette di inserire Davoli in una genealogia precisa che vede in Luzi[3] forse l’interlocutore più presente, anche se non sono da adombrare le influenze del Sereni più gnomico.[4]
In perfetta concordanza con alcuni principi della retorica cristiana, Davoli non teme la commistione di generi a livello linguistico. Anche a livello figurativo le liriche sono depositarie di questa compresenza e si registra un moto agogico, come del resto detto già da Morasso nella prefazione all’auto-antologia Poesie (1986-2016), uscita per Transeuropa (2018), che si concretizza come andamento ascendente e trasfigurativo; questo espediente riesce ad aprire il dato reale al mistero:

CARPI

Lo gridano pure le grondaie
a forza tra le chincaglierie
e le fabbriche

                               piazza

che raccogli le piogge
della Liberazione.

Torna al rione, nevica
solo cenere
da quella volta.

Nella seconda strofa si può notare come Davoli utilizzi la metafora come tropo prediletto e riesca a ottenere questa trasfigurazione facendo perno su innesti tematologici di biblica eredità.
Altra formula interessante, che ci porterà a considerare il ritmo particolare utilizzato dall’autore, è il richiamo ad alcune figure classiche della compositio che conferiscono ad alcune liriche una struttura simmetrica; espediente che darebbe al testo quella salmodia propria delle consecutio dei canti gregoriani, o quei poliptoti nelle prose dei clerici medievali. Dico darebbero perché Davoli infrange la progressione altrimenti armoniosa di questa strategia ponendo il termine richiamato a fine verso senza inarcatura.

DUE ZIE

3.

È stata una donna magra
come un macigno, secca come
le battute infelici. Una donna
di pietra come il suo nome
che si sbucciava poco. Soffriva?

La mancanza dell’inarcatura nel secondo verso, istoriato in un chiasmo, figura che viene ripresa poi nel primo emistichio del 4° verso, tende a rompere la contiguità della struttura da cui deriverebbe il ritmo salmodiante, anche a causa del fatto che il verso successivo tende a venire legato al 6° appoggiandosi alla cesura dopo la 5° sede, facendo sì quadrare il verso, ma allo stesso tempo ‘danneggiando’ il flusso logico.
Per questo credo che si possa parlare di una salmodia infranta, se non per tutta, sicuramente per questo frangente della poesia di Davoli.
Interessante è soffermarsi anche sulla funzione delle domande che oscilla dall’interrogazione retorica «chi lo può dire/ che non si dia un bagliore di rinascita?», a una più ellittica e problematica – altra caratteristica luziana – a cui risponde il silenzio dello spazio bianco, come nella poesia «Non sono solo un mistico. Lo sai» che fa parte di una serie all’interno della raccolta, dedicata a Padre Matteo Ricci, che non si prefigura come serie narrativa a tutto tondo, bensì piuttosto come viaggio intrapreso da dentro, un esercizio di memoria e interpretazione svolto attorno a questa figura.

Non sono solo un mistico. Lo sai,
non ho amato in Te solo Te solo.
L’amore mi ha condotto a questi volti
che nessun libro contiene, a guerre
d’altre bandiere. C’è ancora
luce per me?

                               E il filo
Fu tenace, indistruttibile.
Quell’unico filo,
quell’esile trama.

Elemento d’ulteriore interesse nella raccolta è l’insistenza dei riflessivi che acquisiscono valore in virtù del titolo stesso della raccolta. Alla luce della luce è chiaro riferimento a un passaggio del salmo: «alla tua luce vediamo la luce». Attraverso la grazia, prima gradazione di luce percepita, l’uomo può cogliere la luce ovvero Dio stesso e poi viene elevato a uno scambio reciproco di amore.[5] A questo paradigma si adeguano certe immagini la cui azione fa largo uso di riflessivi per esprimere una reciprocità inesausta

ADOLESCENZA

Un risomiglio di lune appicciate
incendia la notte
d’ombre puntite che scavano
nel molle dei pertugi e fanno
le lute, s’intrecciano
in giochi d’acqua, si brillano. Noi
ignoravamo i frutti dello scirocco
a uno stutarsi di luna.

Tuttavia è quando questa riflessività si chiude, apparentemente, in sé che Davoli compie una delle sue operazioni stilistiche più ammirevoli:

Poi a un tratto, forzare l’uscio, darsi
una fessura sul mondo, sollevarsi
di peso in uno scatto
che vinca il vuoto e superi lo stallo.
Altro non c’è, di vero, qua attorno
che l’essere versati, spesi, sciolti
come diafane lacrime di luce.

In questa strofa vediamo come alla riflessività attiva iniziale (verso 6°) faccia seguito, mutata di forma, una passiva nella subordinata oggettiva (verso 7°). Mediante l’ellissi del soggetto vero e proprio nella principale Davoli crea il vuoto per l’allusione che si chiarirà solo nella chiusa: «come diafane lacrime di luce». È nel momento in cui l’io viene sciolto dalla Luce, che si ricongiunge ad essa e dunque prosegue il rapporto di reciprocità precedentemente notato.
Oltre questo gli ultimi versi assumono un tono assertivo: sono l’annunciazione della verità che è il culmine di un percorso vissuto, quasi fosse la conseguenza di un sillogismo i cui estremi sono rappresentati dall’esperienza.
Proprio gli ultimi versi di questa strofa portano a considerare come la volontà di struttura, che Davoli mostra nell’ordito, conviva con una necessità destrutturante rappresentata a livello figurativo con la compresenza di vuoto e pieno, come emerge anche nella prefazione di Loi. Se l’interruzione della consecutio logica si ripercuote sul ritmo, destrutturandolo, a livello tematico affiora attraverso l’azione dello svuotamento implicito nella chiusa dell’ultima strofa presentata. Queste due azioni opposte divengono necessità esistenziale.  Davoli percepisce la poesia come universale, dunque un elemento a sé stante rispetto alla persona scrivente, e sente la continua necessità di destrutturarsi, un azzeramento funzionale, affinché il dato universale possa fluire senza mediazione, una mediazione che potremmo chiamare narcisistica. Questo è chiaro a partire dalle parole dell’autore che mi permetto di citare:

se suona come Pollini fa oggi, uno che va al concerto dice – quanto suona bene Pollini-, ma se suona come Dinu Lipatti o Benedetti Michelangeli, uno che va al concerto dice: – Che meraviglia, Chopin… -; ora, riuscire a rendersi diafani perché passi la poesia, è difficile, anche se il frutto è la semplicità.

L’autore non è quindi un interprete ma uno strumento, potremo dire un vaso, e mette a disposizione della poesia la propria esistenza perché essa possa concretizzarsi.
Tutti questi elementi finora rivenuti ci portano a soffermarci infine sull’ipotesi di un istituto di retorica profonda,[6] ovvero quell’iscrizione del tropo nell’essere, che l’autore fonda sull’anagogia di stampo prettamente aristotelico. Questo permette a Davoli di legare, in un’ottica ontologica, figure e lessemi della quotidianità, in parte ancora da certuni considerati inconciliabili,  con un retroterra mistico di matrice ermetica nel momento in cui l’elemento quotidiano diventa, cristianamente, il segno attraverso cui si apre l’esperienza metafisica.
Tale aspetto è segnato dall’uso intenso della metafora come si evince nell’ultima strofa della poesia Monolocale che apre gradualmente il mobilio alla visione fino a culminare nell’assertività della chiusa, che in altre liriche assume toni quasi sapienziali:

MONOLOCALE

L’unica cosa a posto è il disordine
(anche il televisore non ha voce
e bianco e nero come l’acqua mezza
vuota sullo sgabello). Ingombri
di stoffe sorde e musica d’élité.

Sulla sinistra un timido bagnetto
piastrellato di verde, fuori moda.
Sulla scansia un libretto con la dedica
e i resti di una tazza di caffè

… qui ci stringe un poco, qua si studia …
presentando la stanza, i suoi momenti
di rondine in declino, di vertigine
colma d’antri e di fughe. E come sfiori
di soppiatto una crepa al davanzale,
un margine di cielo che discosti
per un attimo il sogno da una vita
colma solo di sé, altro non resta
che il già mandato a mente, non che irrompa
un grido lieto che preannunci un fatto
e dia il suo lieto evento: altro è la vita!

In ultima istanza Davoli con questo libro dimostra di sottrarsi alle facilonerie diaristiche e narrative che piagano da tempo l’editoria italiana scegliendo di mettere l’enfasi, da una parte, sulla semplicità linguistica senza essere piatto, ma mantenendo, dall’altra, la capacità di contrarre il dettato e raggiungere le verticalità, doti che alla lirica sono sempre appartenute; dall’altra accentra il dialogo come dimensione principe capace sia di estrinsecare il rapporto con l’ignoto di cui Davoli si fa mediatore, come aveva già notato Loi nella prefazione, sia di ricercare un dialogo con un ipotetico interlocutore. Il dialogo come pratica principe per pervenire a un contatto, umano e trascendente, si rivela dunque una delle strutture fondanti tanto della raccolta qui presa in considerazione quanto dell’uomo sempre animato da questa instancabile necessità.

© Luca Cenacchi

 

[1] Penso a compresenze come rassomiglio, appiccicarsi e stutarsi presenti nella lirica Adolescenza. Oppure il tradizionalissimo uso del verbo scolorire, etc.
[2] Ricordiamo qui alcune soluzioni verbali di chiara matrice ermetica: in+aggettivo, oppure i diminutivi con suffisso latino -icolo.
[3] Già Loi aveva notato nella prefazione «la verità dell’impotenza della parola in se stessa», che si rivela fondamentale punto di contatto con per il battesimo dei nostri frammenti in cui, nella sezione dizione, emerge la stessa sfiducia nella possibilità della parola e la stessa necessità di ritornare all’uomo e al mondo («e la vita si cerca dentro di sé»). Questo viene fatto attraverso la rottura di quella superflua grammatica la quale non può che lasciare spazio prima al detto sapienziale e poi al silenzio.
[4] A Sereni si devono principalmente elementi come la figura della finestra come diaframma e l’enfasi riguardo elementi legati alla quotidianità; l’utilizzo delle parentesi e dei trattini come inciso in cui prende posto l’intercalare tipico del parlato.
[5] Cfr. La Bibbia di Gerusalemme, Salmi
[6] Storicamente teorizzata da Baudelaire. In Italia mediata da Ungaretti e la scuola ermetica.

3 comments

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...