Giorno: 11 Mag 2018

Alessandra Fichera, “Per vederti fiorire”. Nota e scelta a cura di D. Campanari

copert (1)Per vederti fiorire
di Alessandra Fichera

 

 

Alessandra Fichera è giovane. Essere giovani – e poeti – è una fortuna se si possiede uno sguardo attento e concentrato sulle cose che accadono: «Tu mi guardi, con il viso del crociato […] la fierezza di aver conquistato/ la tua Gerusalemme», dice Alessandra in una poesia che guarda a se stessa, che inizia con «Mi hai devastata dall’interno». Come a dire che nessuna conquista è possibile se non c’è stata, prima, devastazione, se tutto non è riportato all’origine. In questo caso, nel caso dei versi in questione, a rendere mansueti gli organi – riconducendoli allo stato iniziale – è «la delicatezza della mantide che succhia […] fino al sangue».
Una netta contrapposizione sta al significato delle parole come all’utilizzo che se ne fa. I versi allora colpiscono come in un’equazione devastante, appunto: devastatadelicatezzasangue; dove sangue e devastata trattengono una X che è proprio la delicatezza.
In questa traduzione della tragedia – a che livello, poi, si vedrà – appare una costante della letteratura in versi o prosaica come la morte. È la morte della vergine, una bambola con le labbra tumefatte, che raccoglie – soprattutto da senza vita – tutti intorno.

© Daniele Campanari

da Per vederti fiorire, CartaCanta, 2017

 

Mi hai devastata dall’interno,
la delicatezza della mantide che succhia
dal fiore il suo frutto, fino al sangue.

La cesura tra me e te è stata abbattuta:
vinta mi accascio a ricompormi,
stiro le gambe per rimetterle in vita.

Tu mi guardi, con il viso del crociato
vittorioso che torna a casa.
la fierezza di aver conquistato
la tua Gerusalemme.

 

La morte della vergine

Eravamo tutti attorno a quella bambola
a toccarne per l’ultima volta la dolcezza
a sistemare i capelli
mettere il rossetto
spruzzare il profumo.

Morivano le labbra tumefatte
sotto quel rosso fatale
e gonfio era il ventre.

Non più respiro –
non più un nome
da quella bocca che tanto aveva riso:
sembrava solo un lieto ricordo
le ore di sole lontane dal letto
le candeline, i compleanni
e ogni anno la preghiera
di ritrovarti sempre.

 

alessandra fichera fotoAlessandra Fichera. Nata a Caltagirone (CT) il 4 novembre del 1994, si è laureata in Storia dell’Arte presso l’Università degli Studi di Siena. Segnalatasi in occasione di vari concorsi e premi di poesia, Per vederti fiorire (CantaCarta, 2017) è la sua prima raccolta di poesia.

Le mani di Simone Burratti. Una nota di Andrea Detoma

«”Non scrivere: il Re dei Giudei, ma che egli ha detto: io sono il Re dei Giudei.
Ed egli rispose: “Ciò che ho scritto, ho scritto”»
Giovanni 19, 21-22

Questa iscrizione apre le porte di Progetto per S., col suo lapidario «Quod scripsi, scripsi» e con questa figura – Pilato – passata alla storia come pusillanime, ma che qui emerge come custode, come garante di questo libro.
P. protegge S. dal bigottismo.
Perché Pilato ha qualcosa in comune con Simone Burratti? Entrambi si inseriscono in un meccanismo sociale schiacciato dalla morale e, con la loro autorità, portano a termine con giusto sdegno il loro ruolo ordinario, schivando l’incudine e il martello con un unico scopo: salvare la propria coscienza. Perché Simone Burratti fa poesia per se stesso, prendendo una via propria, altra dalla morale, per spalancare la voce della propria innocenza. C’è chi, per aver coscienza pulita, cancella ogni giorno la cronologia del proprio computer, e c’è chi scrive Cronologia (p. 42), documentando per esteso una lunga serie di materiale pornografico. Dopo una prima lettura ho voluto rileggere questo libro, facendo attenzione alle mani, oltre che per Pilato, che, come nella vulgata, se ne lava le mani – nel capitolo 19 del Vangelo secondo Giovanni le mani compaiono solo quando il Cristo interrogato rivela a Pilato che il suo potere deriva da Dio, che glielo ha posto in mano −, ma perché le mani sono strumento essenziale di scrittura e di masturbazione.
Le mani nel Nostro compaiono diciassette volte: p. 21 «mani pulite», p. 22 «mani bianche», p. 31 «le tue mani, dammi quelle mani», p. 34 «come se la tua mano fosse troppo precisa per le misure sopra le molecole», p. 39 «le mie piccole mani da dinosauro», p. 50 «quando S. scrive a mano […] da un gesto con la mano […] tiene la porta chiusa con la mano […] sente il cielo sopra di sé come una mano inerte e gigantesca », p. 52 « la mani luminose», p.54 «il palmo della mano», p.57 «ti stringo la mano per il viaggio […] ma capisco che la mia mano possa anche prescindere da me […] ti stringe la mano», p. 59 «mi è venuto da premermi l’inguine con la mano». Ma i numeri contano poco, se non si capisce la centralità che le mani assumono come organo di affrancamento, come strumento di verifica che tutto non accada soltanto nella testa del poeta, esse sono il punto in cui la retta tangente della società incontra la circonferenza solipsistica dell’autore. Queste mani tentano di allungarsi, ma afferrano le incertezze e in ciò si riverbera un sentimento nichilistico che riproporziona l’agire del poeta nel mondo. Quando dico ciò, penso a Progetto per S. (p.34-35), dove già l’incipit «ci sono cose che non potrai mai prendere come se la tua mano fosse troppo precisa per le misure sopra le molecole» e più avanti «Una stupidità che si misura con l’altezza della voce. Ci sono cose che non potrai mai prendere – cerca di ricordarlo.»; ma per completare il quadro leggiamo oltre, prendiamo il punto 4. di questa poesia, Masada, antica roccaforte 100 km a sud est di Gerusalemme, teatro di un leggendario assedio, che terminò con il coraggioso suicidio di massa dei Sicarii guidati da Eleazar, che è inglobato nella poesia:

Salirai attraverso ciò che hai distrutto
dentro una luce simile a quella che ti ha scritto
per arrivare nel punto in cui tutti sono morti
senza più combattere, non essendo ………………..(11)
abbastanza, o per eccesso di sole. ………………….(11)

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