Mese: Mag 2018

Intervista ai VIDEO DIVA

Il vostro progetto, tra post-punk, gothic rock, new wave ed elettronica, è iniziato nel 1999 ed è giunto, nel 2017, alla pubblicazione di un nuovo disco (s)àcrata (Swiss Dark Nights): nove brani, compatti ed efficaci. Volete raccontarci com’è nato quest’ultimo album, quando avete scritto i primi pezzi e cosa rappresenti il titolo.

VIDEO DIVA L’album ha una lunga storia. Trattandosi del primo disco uscito per una casa discografica, volevamo far in modo che fosse un “sunto” dei Video Diva. Quindi, accanto ai brani nuovi abbiamo inserito alcuni brani storici arrangiati ex-novo e attualizzati. Per fare questo ci abbiamo messo circa un anno, ma in realtà il processo è iniziato molto prima, perché canzoni come Inconsciamente Vago e Non per orgoglio nascono circa 15 anni fa. Per quanto riguarda il titolo è un vero e proprio film che ci siamo fatti. Solitamente per le nostre uscite utilizziamo sempre una singola parola, un neologismo che racchiuda in poche lettere il senso del disco, quasi come un simbolo o un sigillo. (I nostri due precedenti EP infatti si intitolavano Inetticho e Nuvistasi, parole composte che erano anche titoli di due dipinti dell’ex chitarrista Fabio “Gabo” Menetti). Questo per rendere chiaro fin da subito che si sta maneggiando un disco da scoprire, da capire. Abbiamo una certa predilezione per l’ermetismo, scelta che risulta subito evidente anche nei testi. In questo caso (s)àcrata significa Sacra Acrata o Santa Anarchia. L’acrata è un peperoncino di colore rosso/nero chiamato anche “peperoncino anarchico” in alcuni paesi latinoamericani: un riferimento utile a sottolineare la nostra intenzione di voler essere urticanti, perfino fastidiosi. Ma, parlando di peperoncino, viene naturale pensare a una dicotomia odio/amore: per cui il peperoncino diventa simbolo di un anticonformismo riflessivo che, per chi lo guarda dalla parte giusta, può anche essere sacro. La (S) infatti vale come la classica abbreviazione per Santo o Sacro. Trasformare àcrata in sàcrata è un processo di sovvertimento: per noi il sacro non è quello istituzionale, ma può trovarsi nell’integrità di una visione o di un’idea lontane da quanto decretato da leggi e religioni. La componente critica verso le religioni è infatti molto presente in tutto il disco, non tanto come critica alle fedi storiche, ma verso le persone che le professano soltanto per comodo e interesse personale. Dunque (s)àcrata rappresenta un’idea libertaria, blasfema, anticonformista e necessariamente di parte.

Inequivocabili i riferimenti musicali che si ascoltano nei brani e che già molta stampa ha nominato: CCCP e Lindo Ferretti, CSI e Teatro degli Orrori. Sono incuriosita dalla scrittura dei testi: cosa c’è dietro? Come nascono ‘praticamente’?

LORENZO Nei testi si possono trovare temi sociali o storie personali, anche strettamente intime. I testi danno voce alle mie idee e non conosco altro modo per poterle esternare. La mia riservatezza mi porta spesso a renderli ermetici, quasi incomprensibili. Il processo di scrittura si divide sempre in tre fasi principali: una prima stesura degli argomenti di cui voglio parlare, la trasformazione del tutto in un linguaggio ermetico e infine il lavoro di cesello ritmico/fonico per amalgamare le parole con la musica, che può essere preesistente o ispirata da una metrica già facente parte del testo. L’intento è far trasparire i sentimenti e lo stato emotivo con cui tratto gli argomenti. Non mi importa che venga capito il testo nei minimi dettagli, a me basta riuscire a trasmettere la parte emozionale. Se passa questo non importa neanche dare troppe spiegazioni sulle parole e sui temi usati (anche perché non è mia intenzione farlo). Se musica e testo trasmettono una certa emozione, se è possibile anche solo parzialmente ritrovarsi nei testi, immedesimarsi, allora l’ascoltatore per me è già andato oltre alle semplici parole.

VIDEO DIVA Alcune recensioni dei nostri lavori tendono a sottolineare la valida sinergia tra testo e musica, che è poi proprio il nostro primo obiettivo. Testi e musica sono un tutt’uno, non riusciamo a vedere questi due aspetti separati o incastrati forzatamente. Testi e musiche devono combaciare, abbracciarsi. Un nostro caro amico musicista (Iacopo “Iuzzo” Landi dei Medjugori, altra band delle nostre parti) al primo ascolto di (s)àcrata ha definito il disco come “La Buona Novella dei Video Diva”, parole di cui siamo orgogliosi soprattutto per il riferimento per nulla casuale a Fabrizio De André e per l’allusione a una sottile blasfemia, a una denuncia, a una visione più giusta – per noi – oltre a una diversa consapevolezza del reale. Se questo è il messaggio che riusciamo a far passare, allora non importa spiegare altro nello specifico. (altro…)

Lettera all’autore #6: Annamaria Ferramosca, Andare per salti

 

ANDARE-PER-SALTI

Cara Annamaria,

nel rileggere il tuo Andare per salti a distanza di mesi dalla presentazione napoletana dell’autunno scorso, mi soffermo con maggiore attenzione sul senso del verbo del titolo, ‘andare’ e mi sembra che tu riprenda la dimensione originaria dell’atto poetico a partire dalla sua origine arcaica, il poetare, il raccontare, il dire è un andare, esso si rifà al peregrinare degli aedi nella Grecia arcaica di corte in corte per raccontare storie di uomini, di guerre, di viaggi, in cambio di ospitalità per poi riprendere la marcia, almeno così ci piace immaginarli. Quindi l’andare rende in maniera archetipica l’unità originaria tra passo, voce, racconto e memoria che è alla base della nostra civiltà e del modo in cui si è autorappresentata. L’andare è ciò che ci lega alla terra, al suolo, al nostro specifico stare al mondo e al tempo stesso ci permette di slanciarci verso l’alto, quindi allargare con la vista l’orizzonte della nostra percezione. L’andare rimanda subito al camminare, al respirare, al parlare e la poesia non è altro che il più intimo respiro che tenta di dire il nostro rapporto col mondo, con il destino che muove le vite dei mortali. Quando camminiamo, magari su strade non abituali, su percorsi non conosciuti e sentieri, corriamo il rischio di perderci, di non sapere dove andare o corriamo il rischio di non saper tornare. In poesia accade lo stesso, e non so se sia una metafora del camminare o viceversa o entrambe metafore essenziali della nostra esistenza, che è un andare enigmatico. La poesia è inoltrarsi in un sentiero sconosciuto, quello dell’invenzione con mezzi che già abbiamo a disposizione (rime, versi..), che però di volta in volta devono essere reinventati, modificati, aggiustati, riparati come delle scarpe a cui siamo affezionati e che non vogliamo buttare e che ogni volta risuoliamo. In fondo la poesia dà il meglio di sé quando abbandona le vie già battute e ne perlustra altre reinventando i suoi strumenti, quando crea un sentiero.
Mi sembra che la tua cifra poetica si inserisca in questa dimensione e vi apporti un contributo originale e perciò spiazzante rispetto alle attese del lettore. Perché il tuo andamento poetico è un andamento, che, come il titolo del libro enuncia radicalmente, procede non in maniera costante e lineare, ma per salti, per balzi e sussulti. In una prima accezione, il tuo andare per salti potrebbe far riferimento ad un’attenzione rapsodica dei tuoi versi alle varie sfaccettature del mondo e della vita, ma a me sembra che ci sia un senso più profondo, che investe prime di tutto il nucleo ispirativo della tua versificazione, che si dispone sulla pagina come frammento che emerge dallo sfondo bianco e che in maniera, al tempo stesso, fluida e precisa, come nella grande tradizione novecentesca, di cui al tempo stesso sei erede, ma che volutamente tradisci per procedere oltre. È presente un fluire da tempo andante musicale, che impedisce all’orecchio di soffermarsi sul singolo elemento ma che restituisce il suono e il senso delle parole e dei versi in maniera complessiva. Ma vi è anche una dimensione di senso profondo e di visione del mondo, il tuo andare per salti è un “fare i conti” con il mondo in maniera radicale, giungere con un balzo sulla cosa da dire e offrirla alla parola poetica, la portata di quest’atteggiamento la si evince soprattutto nella seconda e terza sezione del libro – Per tumulti; Per spazi inaccessibili – dove il confronto con la vita si fa più serrato e riesce a fare i conti sia con il contemporaneo, sia con la storia, sia con la dimensione mitica attraverso la storia, in particolare gli intensissimi testi sulla Shoah, nella sua dimensione epocale, ma anche, soprattutto nella prima sezione, nella sua dimensione familiare e individuale (così mi lascio vivere/ un vivere semplice che almeno/ un po’ faccia coesione/ un rimpicciolirmi come/ seme tra i semi.), il passaggio da una generazione all’altra, la dedica a tua nipote in esergo ne è il segno tangibile. L’insieme di tutte queste suggestioni rivelano un sostrato etico profondo, una tensione morale che non arretra dinanzi nemmeno agli spazi inaccessibili del dolore e del male.
In questa prospettiva la tua poesia si presenta come un andare che diventa un deviare, e la poesia è proprio questo deviare dal vedere ordinario, è un deviare che sposta il punto di vista ordinario e volge lo sguardo in altra direzione, lungo magari un sentiero più nascosto e più impervio ma che, in quanto non già battuto, ci fa vedere le cose, quegli stessi sentieri ordinari della nostra vita quotidiana, in un’altra luce, magari con lo smalto originario del primo giorno della creazione, per dirla con Boris Pasternak. Solo correndo il rischio di errare e di perdersi si può approdare da qualche parte, fosse anche solo l’andare stesso. L’uomo non è, ek-siste, cioè è sempre oltre di sé, ricordando, sperando, temendo, e non c’è modo migliore per esprimere il senso dell’inquietudine umana dell’andare, dell’errare, della possibilità inquietante dell’errore nel fare dell’uomo, ma anche quella salvifica, di ritrovarsi, di ritrovare la strada verso casa. La poesia è il filo di Arianna, le molliche di Pollicino che ci guidano nel labirinto dell’esistenza mostrando in controluce, in negativo, la via non presa, il bivio dove si decide la vita di ognuno. Essa è un tenue segno che ci guida lungo il percorso, creandolo di volta in volta, che ci può condurre a casa o farci perdere definitivamente. La tua poesia (tu aguzzino tu vittima/ vera o consenziente (lo sai solo tu)// resta la poesia?) mi sembra non far altro che parlare in maniera essenziale, a tratti leggera, a tratti vorticosa – penso alla poesia Taràn (tu non lo sai ma questa tua danza turbine/ ha parole paradossali d’invito ‘nturcinate)– a tratti sofferta della condizione umana e della sua intima e rischiosa libertà fino a giungere ai bordi da cui si contempla l’infinita distesa del Nulla costitutivo di ogni cosa (come all’origine nudi/ finalmente originali miseramente/ splendidi del nulla).
Ti saluto con stima e amicizia.

Francesco Filia

Annamaria Ferramosca, Andare per salti, Introduzione di Caterina Davinio, Arcipelago Itaca, 2017

Nader Ghazvinizadeh, Metropoli (nota di Sandro Abruzzese)

Metropoli di Nader Ghazvinizadeh (nota di Sandro Abruzzese)

Leggere Metropoli (edizioni cfr poiein), di Nader Ghazvinizadeh, è stato come essere per un attimo dentro e fuori al mondo contemporaneamente. Non è un caso. È lo sguardo spaesato e tuttavia completamente a fuoco di Nader a dare questa sensazione:

Hanno ancora chiuso il paese/ con le case rovesciate che tolgono i campi alla piazza/ porta di una pianura/ dove scomparivano le macchine agricole/ e appariva la cuoca con la testa di lepre

È questo suo mettere insieme luoghi e sagome, l’apparente confusione, che in realtà decifra il paesaggio urbano e rurale e ne percepisce il movimento, a descrivere e abbozzare la nuova forma del mondo circostante. La città e la pianura, i colli, Bologna o la bassa, in Nader sono continua fonte di impercettibili rilievi sulla via di una nuova ricerca di senso:

Saremo nuovi nella città/ in silenzio nel vento tra le case/ la vertigine nelle palazzine e l’esitazione/ la tua vecchia città non ha parole/ nello sguardo a vuoto del ristoratore/ la sera la stanchezza varrà come il bere/ tu non sei sabbia di mare, ma di fiume
Case canili, uomini muri, cingono la città di grano/ necropoli di fattori, anfiteatri cantieri/ uomini di calce, grembiuli furgoni/ le donne della città sempre impolverate Nel crocevia dei prati/ i piani intersecati agli orizzonti/ Galeazza, Camposanto, Palata, Bevilacqua/ lontano l’ultimo quartiere/ le mie decumane gelate come spiagge/ che hanno la piazza in mare/ come relitto in sacca la cattedrale/ vive di buio la luce greca, opale/ d’architravi l’avanguardia alle scale/ uomini argentati le periferie: armature.

C’è poi, nello scrittore bolognese, dell’etnografo, la consapevolezza che viviamo in una compresenza dei tempi, a cui egli risponde con una continua misurazione dello spazio, o con il lento incedere verso il perimetro e i confini di luoghi ormai adiacenti e sovrapposti. Emerge, così, il mondo di Ghazvinizadeh, in ciò che si compenetra e rimescola: i campi e la piazza, il Po e le golene, l’asfalto, i palazzi. È una tensione continua tra passato e presente.
Infine, c’è la vita in Nader Ghazvinizadeh, e forse le condizioni della sua esistenza hanno fatto di lui uno scrutatore in bilico sui suoi stessi margini.
Certo, il suo è lo sguardo di chi mette radici nella scrittura, e finisce per abitare nel suo stesso bisogno di orientarsi.
L’editore, il compianto Gianmario Lucini, ha scritto che questo suo atteggiamento, è di sicuro il motivo principale per cui vale la pena leggerlo e rileggerlo.

© Sandro Abruzzese

Caregiver Whisper 27

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)

Helene Paraskeva, Inediti 2018

Helene Paraskeva, Inediti 2018

Costantinopoli

Istanbul, Istanbul!
Costantinopoli!
Con le scintille negli occhi
e le schegge nelle dita
per vederti, riconoscerti toccarti
by the seaside, by that shipwreck.
Con le ombre la nebbia
gioca a nascondino
e l’Arcipelago diviene adulto
a cavalcioni sui Dardanelli, qui.
Aristides astride on Bosphorus.
A Trebisonda, sul Mar Nero
e per Warhol Alessandro posa Magno.
Con le scintille negli occhi ardiamo
con le schegge nelle dita bussiamo
al portone grigioverde incatenato
e mendichiamo grazia e verità
sulle orme di Santa Sofia.

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La poesia come trasformazione alchemica. Intervista a Mariagiorgia Ulbar

La poesia come trasformazione alchemica
Un’intervista a Mariagiorgia Ulbar

Mariagiorgia Ulbar, Lighea, Elliot Edizioni, 2018

Ulbar, interrogo il tuo nuovo libro di poesie come fosse un oracolo: gli domando da dove iniziare questa intervista mentre col pollice della mano destra accarezzo il profilo dei fogli tagliati; lascio scorrere al tatto le pagine, poi apro a caso e leggo:

Iniziarono a parlare su uno stagno
dove lei poteva rotolarsi
e respirare
a filo d’acqua di giada ripiegata
e sotto toccava con la coda
il fondo di limaccia
che smagava la sua forza la prendeva come un pianto.

Lei è Lighea e dà il titolo alla raccolta. Lighea è la sirena protagonista di un racconto di Tomasi di Lampedusa – ho scoperto il riferimento alla fine della prima lettura, dopo aver attraversato questo tuo libro che a sua volta attraversava evocando luoghi cose sentimenti e persone: in chiusura, infatti, ci si imbatte in una tua breve nota, poche righe che mi è sembrato ricomponessero una piccola bussola tascabile con cui tornare indietro, ricominciare. Ho ricominciato e sono stato più attento – dalla seconda lettura è sempre così – ai dettagli del libro, le citazioni, i titoli delle sezioni in cui le poesie sono raggruppate, alla sensazione che un movimento naturale come una corrente mi portasse e alle domande che mi ponevo e che, in realtà, avrei dovuto porre (e ora, lettore privilegiato, pongo) a Te.
Dunque: Come arriva – o come rinasce (arriva o rinasce?) – Lighea nella tua poesia?

Lighea rinasce dall’acqua, da un colore, il verde-blu abissale che pennella il libro (io stessa mi sono accorta della preponderanza di questo colore solo alle riletture seguite a stesura e montaggio dell’intero libro). Sono le “verdinegras hondas” di Calderón de la Barca; Tomasi di Lampedusa è un punto in mezzo alla bolla d’acqua della mia memoria: un tempo lessi “La sirena”- il racconto mi era stato consigliato da un amico – e mi piacque quella figurina che spunta dal mare e scompare poco dopo e condiziona per sempre il sentimento del protagonista del racconto. Lighea ha attraversato gli anni come una figura di odore e luce per me, presente seppur scordata nell’abisso di altro venuto dopo – altre letture, altre storie, altri libri, altra esistenza – e ricomparsa paradossalmente in montagna, sui Sibillini, come soccorritrice. Lighea è riemersa per soccorso, soccorso di lingua, soccorso di immaginario, soccorso di simbolo. Ciò che dalla mia voce in versi si doveva sprigionare per mostrare indicare e dire ciò che registravo o presagivo necessitava del suo nome, della sua essenza non classificata. (altro…)

Michele de Virgilio, Tutte le luci accese

I sottoscala del cuore

Al posto di una introduzione, sarebbe stato più efficace – e più originale – proporre, per questa raccolta di poesie, una mappa. Una carta geografica su cui segnare spostamenti, soste, passaggi. Nomi di città, strade. Michele de Virgilio dice – in sede quasi proemiale – della bellezza di “escludere il mondo” (la solitudine e l’intensità della scrittura che cerca di rendere limpida l’esperienza). Eppure, nei fatti, non lo esclude; lo include – quasi letteralmente – nello spazio poetico. Include – nelle poesie “low cost” aperte da un’epigrafe non a caso firmata da un grande fotografo – sentieri di montagna in salita, fiumi e ponti di città europee, campanili e targhe, portici e fessure nei muri. Una volta inclusi questi pezzi di paesaggio, attiva «il pulsante della scrittura» perché guadagnino senso, perché siano davvero e fino in fondo toccati. Nella poesia intitolata Nei miei viaggi dà seguito al titolo con una vorticosa enumerazione: «Ho toccato mani, maniglie, cani./ Mani che toccavano maniglie,/ maniglie a forma di mani.// Magliette, maglioni, travi./ Trote che nuotavano come triglie,/ treni in cui ho perso le chiavi.// Scafi, scafandri, dadi./ Mani che afferravano bottiglie,/ bottiglie scolate negli stadi». Ma appunto, il più autentico contatto passa dalla scrittura; saper viaggiare e imparare ad amare – sostiene de Virgilio – non sono la stessa cosa. Si scrive per trattenere qualcosa – anche fosse una semplice ciglia ritrovata nella copia ingiallita di un libro. «L’ho trattenuta sull’indice» scrive l’autore; ma ciò che poi aggiunge conta di più: «avrei preferito ritrovare l’occhio/ nascosto che aveva letto/ quelle pagine, il pensiero/ fragile». La mappa di Tutte le luci accese di Michele de Virgilio non è facile da disegnare perché contiene, oltre ai luoghi, le persone. Trattate tuttavia anch’esse come pezzi di paesaggio – zone del mondo parecchio più vaste di quanto ne occupino o occupassero davvero. Luci accese, appunto. de Virgilio, da narratore in versi, fa di quel po’ di luce una storia, guidato da un moto di tenerezza mai retorica, talvolta direi persino fisica, verso l’esistente – quello più prossimo e quello meno prossimo. La vita familiare, l’infanzia – con certe madeleine «molto particolari» restituite dai «torrenti» della memoria. Un centro di salute mentale e i suoi “abitanti”. Un portalettere e una voce origliata senza volerlo. Mettiti in ascolto. Guarda a fondo. In un caffè vedi tutte le donne che hai amato. Nel fumo di un sigaro una parte di vita «indesiderata». Milioni di uomini potenziali in un fiotto di sperma. La delusione nello sguardo di un gatto. de Virgilio non spegne nessuna luce, prova a illuminare tutto. Lavora sul tratto di silenzio che c’è fra le pupille e come, dice lui, «i sottoscala del cuore». Costringe il lettore a seguirlo, a sostare lì, per quaranta secondi – il tempo di una canzone, di una poesia – e per un secolo, per migliaia di anni luce.

Paolo Di Paolo

 

 

NEI MIEI VIAGGI

Ho toccato mani, maniglie, cani.
Mani che toccavano maniglie,
maniglie a forma di mani.

Magliette, maglioni, travi.
Trote che nuotavano come triglie,
treni in cui ho perso le chiavi.

Scafi, scafandri, dadi.
Mani che afferravano bottiglie,
bottiglie scolate negli stadi.

Seni, guance, bocche.
Bracciali attaccati alle caviglie,
occhi da trovare nelle brocche.

Nelle mie mani i microbi
di migliaia di ere. (altro…)

Silvia Salvagnini, ‘Il seme dell’abbraccio’ (nota di Chiara Pini)

il seme dell’abbraccio
Vortice che crea

Lo sguardo è catturato. Afferro questo libro che mi catapulta nell’allegria e nella leggerezza dell’infanzia per quel rosa della copertina, così difficile da definire per un adulto, anche attraverso l’aiuto di un pantone, ma che un bambino di oggi identificherebbe subito con un rosa candy e che un altro, di qualche decennio fa, avrebbe paragonato a succulenti lucumi. E poi leggo quel titolo, il seme dell’abbraccio, collocato tra evanescenti soffioni di tarassaco, che mi racconta la solidità di quell’apparente leggerezza e desidero comprendere.

Silvia Salvagnini è l’autrice di il seme dell’abbraccio. poesie per una rinascita (Bompiani, 2018), una raccolta di poesie che racconta lo straordinario del quotidiano, attraverso una storia d’amore che ci appare subito difficile e complicata. In una continua tensione verso nuova vita, Silvia Salvagnini non cerca scorciatoie per meno soffrire e urta con violenza tra gli ostacoli di esistenze condotte nelle oscurità del sottosuolo, segnate dall’incomprensione e da orizzonti di tensione non condivisi. È un vivere quotidiano concreto, fatto di materia, di sessualità, di violenza, di toni bassi, cupi, che il lettore non ha il tempo di introiettare come tale: il dolore è curato con spugnate di gioia e innocenza bambina. La poesia di Silvia Salvagnini è un vortice che crea bellezza. È immensità leggera. È luce che illumina gli angoli bui di un amore possessivo e cieco, di un amore che non arriva al suo compimento; è il tentativo costante di voler far comprendere la realizzazione di un fine ultimo di ‘destino di gioia universale’ che si realizza attraverso l’accettazione della diversità nella libertà dell’essere. In questa narrazione la voce guida è alla continua ricerca di mantenere il mondo che la circonda sintonizzato alla frequenza della realtà da lei desiderata: da questo nascono dissonanze, scontri, parole che sembrano perdere significato, ritmi sincopati; intuizioni che preannunciano catastrofi. È una lotta di resistenza che terminerà solo quando il dissenso sarà noto e compreso, quando non ci saranno più ostacoli a immergersi nel mondo.

questo libro
lo finisco quando ho sputato il rospo
quando sto bene al sole
quando ho spaccato questa noia
mangiato un girasole
eliminato il superfluo
la nozione di imperatore
e quando riesco a correre
con meno fiatone.

La poesia di Silvia Salvagnini è intrisa di sentimento panico: l’esistenza dell’uomo si eleva e si colora solo quando si fa natura:

avevo sentito che c’era
qualcosa di male
nel caldo egli uffici
allora annaffiavo
la moquette e seminavo
melograni biancospini
banani africani
ciliegi rosa e rossi
riempivo di cachi
fichi e tuberi grossi.

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I poeti della domenica #264: Giovanni Giudici, Eutanasia

Eutanasia

Ma non sarà così.
Un conto è scriverlo, un conto che sia vero.
Il trabiccolo che sul breve e basso orizzonte
Guardano alcuni meravigliati che arranca
S’infosserà lui pure in un punto qualsiasi.
Morto in Libia – dicevano.

Poco probabile che ci sarà dolore.
Non hai idea di cosa vuol dire
E se l’avessi – non è
Roba che si racconta.
Loro faranno tutt’al più una smorfia
Come a un ciclone molto lontano da qui.

Sì, c’è un personaggio femminile nella storia
Che dovrà pronunciare battute
Press’a poco di questo tenore – quante
Lacrime inutili, quando spaccarsi i nervi
Per cose già successe, nulla
Di nuovo.

Il maschio è meno drammatico.
Finalmente padrone di sé
Scoprendosi pancia e pace comunica
All’amico che ha fatto lo stesso sentiero:
È proprio vero, avevi ragione tu,
Fanfaluche.

da Il male dei creditori (Mondadori, 1977)

 

I poeti della domenica #263: Giovanni Giudici, Corpo

Corpo

Corpo – io non ignoro
la tua pietà.
Io – che senza posa esploro
il tuo pensarti e pensare.
E al fondo dell’immenso mare
paragono il tuo fondo:

quel che in te e di te
viaggia oltre questo apparente
esser fermo in un luogo o su un letto
e si modifica – sostanza del tuo aspetto
oltre questa apparente
tua identità.

Corpo – di odore e calore,
di fuoco, di luce e di vapore.
Corpo – votato alla cenere
e all’inconscienza solitaria di sé.
Tu che per darti non puoi non bruciarti.
Tu che non puoi aggrapparti all’attimo che ti ama.

Corpo – curiosità
animalmente inerme che si fruga
in un gioco di bambini fra le siepi.
Corpo – che in altro corpo si verifica
e in esso è bramoso di specchiarsi,
di stamparsi con un’impronta di tremore.

Corpo – chiusa monade
se spranghi le porte e finestre dei tuoi sensi.
Corpo – spogliato e illuminato.
Corpo – di luna e di sole.
Corpo – silenzioso e paziente.
Corpo – che nessuno sguardo ha ricordato.

Corpo – quando deborda
oltre gli stretti confini della mente
e naviga verso la sua propria distruzione.
E per un’ombra, una ruga minima sul ventre
o un tratto sgraziato del piede dichiara
la sua melanconia irrimediabile.

Corpo – offeso e adorabile.
O puro spirito.

da O beatrice (Mondadori, 1972)

 

Carlo Tosetti, I custodi della lingua

L’immagine può essere soggetta a copyright

Leggo l’intervento di una notissima e (doverosamente) celebrata poetessa, la quale esorta il poeta al cambiamento, inteso come l’aprire gli occhi al mondo rotolante, in cambiamento rapido; indica la funzione sociale e intellettuale della poesia, a ragion veduta ricordando che, a differenza di quanto si è portati a pensare, la poesia abbia una capacità comunicativa più efficace della prosa. Con silenzi e salti logici, con un discorrere la cui frammentazione è solo apparentemente criptica, raggiunge direttamente il profondo dell’individuo. Al contrario di quanto la logica imponga, saltare a piè pari la mediazione della ragione porta i messaggi al cuore; questo è un tema assai noto, antico e che richiederebbe una lunga e articolata trattazione.
Indica, allora, la poetessa, dei temi chiave del nostro tempo, territori da battere, i quali, senza alcun dubbio, sono i perni di accesi dibattiti e tensioni socio-economiche e politiche: lo straniero, l’estraneo, il diverso. Sono anche, malgrado la tragicità degli avvenimenti, il nuovo oppio del popolo.
In sintesi, invita il poeta a non compiere l’arte per l’arte, a non arroccarsi nel castello del custode della lingua.
Ebbene, tutto questo può essere condivisibile: gli argomenti da lei citati sono di capitale importanza.
Inoltre, è tristemente palese la lacuna dell’intellighenzia italiana: Pasolini (per andare subito al sodo) è un modello di intellettuale ormai estinto. Non mi riferisco ai contenuti, alle posizioni, ma al suo esporsi, al suo stimolare la riflessione.
Noi non abbiamo un Sartre, in testa ai cortei degli studenti. Abbiamo “soltanto” Saviano, il quale (piaccia o meno) si colloca nella categoria dell’intellettuale attivo (versione 2.0).
È manifesto che la società abbia un disperato bisogno di educazione; gran parte delle argomentazioni, la cui scaturigine si annida nel mondo politico e sommerge, come alluvione, la “bassa” società, possiedono sguardo limitato, che scruta a pelo d’acqua, e, ancor più grave, basti pensare come le riflessioni articolate generino – soprattutto nei giovani – noia insopportabile, avvezzi come sono all’argomentare vuoto e puramente “sloganistico”, sdoganato anzitutto dai politici oggi in auge (a prescindere dai colori delle casacche: Renzi ne è la summa, avendo ben assimilato la lezione del decano dei maestri italiani, Silvio Berlusconi).
Ciò che mi lascia perplesso, è il concetto di “custode della lingua”.
Il poeta dovrebbe essere, anzitutto, il custode della poesia, atto artistico che si compie per il tramite della lingua.
Mi sarei aspettato, da una personalità così eminente e stimata, quindi influente, l’invito accorato a trattare, sì, temi scottanti ed attuali, ma restando custodi della poesia.
Questo perché la poesia, oggigiorno, vive un’ammorbante omologazione e nell’invito a confluire su temi precisi, se da un lato si veicolerebbe il tentativo di erudire alla sensibilità, dall’altro si rischierebbe ancor più di favorire l’appiattimento del verseggiare.
Volendo provocare, potrei affermare che l’omologazione poetica si nota senza neppure bisogno di leggere i componimenti, basta gettare uno sguardo alla “forma”.
Ci sono immensi eserciti di epigoni dei grandi nomi: questa è la poesia di oggi e questo, perdonate l’arroganza, lo vivo.
Ogni poeta, sia ben chiaro, ha il pieno diritto di esprimersi in base al proprio sentire, al proprio vissuto. Ogni poeta ha il pieno diritto di avere i propri riferimenti, ma lo smantellamento del canone, paradossalmente, ha prodotto omologazione.
È questo un meccanismo psicologico conosciuto, che travalica i confini della poesia. Per infrangere le regole, prima le si deve praticare. Questa è la via verso il nuovo e sottintende come la rigidità, negli audaci, generi elasticità.
Allora, dalla mia defilata e umile posizione, mi permetto di aggiungere una nota all’articolo in questione: poeti, siate anzitutto i custodi della poesia. Affrontate i temi di tragica attualità, cercate di svegliare gli animi sopiti, accecati, ma fatelo attraverso la poesia, che – per quanto si possa discettare intorno all’argomento – non è la prosa infarcita di inconsulti “a capo”.
Non me ne voglia la poetessa, la quale gode di tutta la mia stima (per quanto possa valere): forse, per giungere a questo, è necessario tornare ad essere custodi del linguaggio, perché da questo ruolo, a mio avviso, purtroppo la poesia si è spogliata da tempo.

Carlo Tosetti

proSabato: Philip Roth, Everyman

EverymanIntorno alla fossa, nel cimitero in rovina, c’erano alcuni dei suoi ex colleghi pubblicitari di New York che ricordavano la sua energia e la sua originalità e che dissero alla figlia, Nancy, che era stato un piacere lavorare con lui. C’erano anche delle persone venute su in macchina da Starfish Beach, il villaggio residenziale di pensionati sulla costa del New Jersey dove si era trasferito dal Giorno del Ringraziamento del 2001: gli anziani ai quali fino a poco tempo prima aveva dato lezioni di pittura. E c’erano i due figli maschi delle sue turbolente prime nozze, Randy e Lonny, uomini di mezza età molto mammoni che di conseguenza sapevano di lui poche cose encomiabili e molte sgradevoli, e che erano presenti per dovere e nulla più. C’erano il fratello maggiore, Howie, e la cognata, venuti in aereo dalla California la sera prima, e c’era una delle sue tre ex mogli, quella di mezzo, la madre di Nancy, Phoebe, una donna alta, magrissima e bianca di capelli, col braccio destro inerte penzoloni sul fianco. Quando Nancy le chiese se voleva dire qualcosa, Phoebe scosse timidamente il capo, ma poi finì per dire con voce sommessa, farfugliando un po’: – È talmente incredibile… Continuo a pensare a quando nuotava nella baia… Tutto qui. Continuo solo a vederlo mentre nuota nella baia -. E poi c’era Nancy, che aveva organizzato tutto e fatto le telefonate a quelli che erano venuti per evitare che al funerale venissero solo sua madre, lei, il fratello del defunto e la cognata. C’era solo un’altra persona la cui presenza non era stata sollecitata da un invito, una donna robusta con una simpatica faccia tonda e i capelli tinti di rosso che era venuta spontaneamente al cimitero e si era presentata col nome di Maureen, l’infermiera privata che lo aveva assistito dopo l’operazione al cuore di qualche anno prima. Howie si ricordava di lei e andò a darle un bacio sulla guancia.

Nancy disse a tutti: – Posso iniziare dicendovi qualcosa di questo cimitero, perché ho scoperto che il nonno di mio padre, il mio bisnonno, non solo è sepolto nelle poche centinaia di metri quadrati del nucleo originario accanto alla mia bisnonna, ma fu anche uno dei suoi fondatori nel 1888. L’associazione che per prima finanziò ed eresse il cimitero era composta dalle società incaricate delle onoranze funebri delle organizzazioni caritatevoli e delle congregazioni ebraiche sparse nelle contee di Union ed Essex. Il mio bisnonno era il proprietario e il gestore di una pensione di Elizabeth che accoglieva soprattutto immigrati arrivati di fresco, e si preoccupava del loro benessere piú di quanto in genere facesse un possidente. Ecco perché fu tra i soci originari che acquistarono il campo che c’era qui e lo spianarono e lo disegnarono personalmente, ed ecco perché diventò il primo presidente del cimitero. Allora era un uomo relativamente giovane ma nel pieno vigore delle forze, e c’è solo il suo nome sui documenti nei quali si specifica che il cimitero era destinato ad «accogliere i soci defunti in armonia con le norme e i riti ebraici». Come appare fin troppo evidente, la manutenzione dei singoli lotti e del recinto e dei cancelli non è piú come dovrebbe essere. Le cose sono marcite e crollate, i cancelli sono arrugginiti, i lucchetti spariti, ci sono stati dei vandalismi. Ormai questo posto è diventato il retrobottega dell’aeroporto, e quello che sentite a qualche miglio di distanza è il rumore costante dell’autostrada, la New Jersey Turnpike. Naturalmente avevo pensato, prima, ai posti veramente belli dove mio padre poteva essere sepolto, i posti dove andava a nuotare con mia madre quando erano giovani, e le località costiere dove amava fare il bagno. Ma nonostante il fatto che guardarmi intorno e vedere il degrado che c’è qui mi spezza il cuore – come probabilmente spezza il vostro, e forse addirittura vi spinge a domandarvi perché ci siamo riuniti in un luogo cosí deturpato dal tempo – volevo che riposasse accanto alle persone che lo amavano e dalle quali è disceso. Mio padre amava i suoi genitori e deve stare vicino a loro. Non volevo che fosse solo, chissà dove -. Tacque un momento per ritrovare la padronanza di sé. Era una donna fra i trenta e i quarant’anni, dall’aria dolce, semplice e carina com’era stata la madre, e all’improvviso perse tutta la sua autorevolezza e il suo coraggio e finì per somigliare a una bambina di dieci anni schiacciata da quella situazione. Voltandosi verso la bara, prese una manciata di terra e, prima di lasciarla cadere sul coperchio, disse con leggerezza, sempre con quell’aria da bambina frastornata: – Be’, cosí vanno le cose. Non c’è piú niente da fare, papà -. Poi le venne in mente la stoica massima che lui ripeteva decenni addietro, e scoppiò in lacrime. – È impossibile rifare la realtà, – gli disse. – Devi prendere le cose come vengono. Tener duro e prendere le cose come vengono. (altro…)