Giorno: 27 aprile 2018

Due poesie di Mila Lambovska (tradotte da Emilia Mirazchiyska)

Violoncello capriccioso domenica

Conto le cornacchie
sto impaludendo
fa’ le cose giuste
un gargarismo
mi arrotondo
come lo senti, così pronuncialo
eludiamo responsabilità
esprimendo i sentimenti con attenzione
desideriamo
a volte crolliamo
in silenzio scaviamo cavità
sempre più fonde sempre più addentro
per evitare l’incontro
pronuncialo anche se di fuoco
giugno è quasi luglio
passa al semaforo rosso

.

Капризно виолончело неделя

броя гаргите
блатясвам
прави правилните неща
правя си гаргара
навивам се на кравай
кажи го както го чувстваш
презастраховаме се
с умело изразяване на чувствата
копеем
понякога се срутваме
мълчаливо дълбаем коруби
все по-надълбоко все по-навътре
за да избегнем срещата
говори даже да е нажежено
юни е почти юли
мини на червено

.

Gettati tra le nuvole

sfreghiamo ció che resta della cera dal silenzio addensato
parole della mia e della sua lingua baciano l’aria
lasciando illese le tele dei ragni
Sbalorditi dalla tempesta
i denti spezzati di case crollate
e un cimitero di rottami dall’altro lato della strada
volano sopra ali di farfalla
Le mia grida svegliano
la vecchia sorda al primo piano
la sento strascicare le ciabatte consumate
mandare al diavolo i ratti
dello scantinato
e pregare il buon dio
di prenderla ormai
Veniamo velocemente
spronati dai tuoni

.

Захвърлени в облаците

чегъртаме нагара от натрупаното мълчание
думи на моя и неговия език целуват въздуха
без да разкъсват паяжините
Зашеметени от бурята
изкъртените зъби на порутените къщи
и автоморгата от другата страна на улицата
летят на крилете на пеперудите
Крясъците ми събуждат
глухата бабичка от първия етаж
чувам я как тътри протритите си чехли
как проклетисва плъховете
от сутерена
как се провиква към добрия бог
да я взема вече
Свършваме бързо
пришпорвани от гръмотевиците

.

© Traduzione dal bulgaro di Emilia Mirazchiyska

© Mila Lambovska, in L’anno di Giorgia, Scalino editore, 2016

«Tutte le poesie 1971-2017» di Biancamaria Frabotta (rec. di G. Ghiotti)

frabotta«Tutte le poesie 1971-2017» di Biancamaria Frabotta

di Giorgio Ghiotti

 

Le raccolte complete di poesie di un autore hanno, di male, il rischio di far perdere una certa scansione temporale, una distanza “naturale” all’interno del percorso poetico tra una fase (una raccolta) e l’altra; hanno di bene, invece, molto di più, riuscendo a restituire in maniera unitaria il senso di una “storia lirica”.
Tutte le poesie 1971-2017 di Biancamaria Frabotta (Mondadori, 2018) raccoglie quasi cinquant’anni di attività di una poetessa che, fin dagli esordi, si è distinta per la sua lucidissima capacità di osservazione dei fenomeni tutti del mondo – umani, animali, celesti, terrestri, persino “ultraterrestri”. Lo sguardo è stato per Frabotta il primo senso attivo, prima ancora dell’ascolto o del tatto. Nella poesia dell’85, Miopia, leggiamo «Mi presti i tuoi occhi per guardarti?» e a distanza di più di quarant’anni, nella Materia prima, nell’occhio ancora – più che mai – «vi entrava la vita, vi s’addentrava.» Quando non è un occhio a vegliare, è un senso più antico, risalente, e quasi connaturato al poeta, che vigila anche nel sonno per sé e per l’altro, come nel caso delle poesie coniugali della Pianta del pane. Non credo sia un caso che il lavoro d’apertura all’esperienza di scrittura di questa poetessa sia stato un libro intitolato Donne in poesia, vero e proprio osservatorio della poesia femminile italiana che si spingeva già allora, grazie alle sensibili antenne di una studiosa-poeta, a considerare (e “storicizzare” in un’antologia) poetesse al loro esordio quali Cavalli e Lamarque. Se questo è stato possibile – così come è stato possibile per Frabotta assegnare tesi di laurea su poeti viventi in piena attività – è perché, come ha osservato Alessandro Giammei in un luminoso articolo, ci troviamo di fronte a una poetessa che tratta il contemporaneo come qualcosa di molto serio e riesce ad essere a sua volta contemporanea «senza banalmente rispondere alle contingenze» (“il Manifesto”, 6 aprile 2018). È quel che fa Frabotta, poeta che intrattiene una singolare relazione col proprio tempo, che, come scrive Giorgio Agamben, «aderisce a esso e, insieme, ne prende le distanze.» In questa leggera discronia fra il tempo e il soggetto (quello che Barthes ha chiamato l’«intempestivo», mutuandolo dall’«inattuale» nietzschiano) si pone l’occhio del poeta, Per questa sua natura, la poesia di Biancamaria Frabotta non è estranea a un carattere che definirei civile, e che, dialogando col suo tempo, ne scorge insieme alle luci le ombre. In questo senso, il volume di recente uscita per “Lo Specchio” Mondadori è testimonianza di una voce che, dagli esordi poetici, ha fissato negli occhi il suo secolo come nella poesia di Mandel’štam, vek, il cui doppio significato (secolo, appunto, ed epoca) rivela la presenza attiva, ma quasi mai risolutiva, del poeta dentro la storia, pagando la sua contemporaneità con la vita – e il Novecento è il secolo che lo testimonia, tragicamente, meglio. (altro…)