Giorno: 24 aprile 2018

Premio letterario “L’albero di rose” – III edizione

 

III edizione del Premio Letterario
“L’albero di rose”

dedicato alla Festa del Maggio di Accettura

 

REGOLAMENTO

  • Il Premio è composto da tre sezioni:

Sezione I – Poesia inedita ispirata ai temi, alternativi tra loro, della Festa del Maggio, dei culti arborei e del rapporto tra l’uomo e l’albero.

È necessario inviare da una a tre poesie inedite. Ciascuna delle poesie non deve superare i trenta versi, preferibilmente per complessive 150 parole.

Sezione II “Leonardo Sinisgalli” – Poesia inedita ispirata ai temi di Sinisgalli antropologo: la poesia che scaturisce dall’urto con gli oggetti, simboli di culti primordiali; la mitologia domestica, la mitologia del luogo grezzo e sobrio. È nel luogo che meglio si leggono “le formule semplicissime che regolano il mondo”.

È necessario inviare da una a tre poesie inedite. Ciascuna delle poesie non deve superare i trenta versi, preferibilmente per complessive 150 parole.

Sezione III – Poesia edita; la silloge deve essere edita dal giorno 1° gennaio 2016 al 30 giugno 2018. (altro…)

Lucia Guidorizzi, Icelandia (inedito)

26172883_10213402443528237_4641304482349487370_o

(foto di Lucia Guidorizzi)

ICELANDIA

Ti devi rallegrare di questa conoscenza pesante raggiunta fra banchi di ghiaccio
                                                              Harry Martinson, Le erbe nella Thule

Da fuoco e gelo contrapposti
Scaturiscono contrastate armonie

Alla fine dell’aurora
Inizia una nuova notte
Tra lembi di luce sottile

“Quale occhio umano
potrebbe guardare attraverso
il suo velo intessuto di nero?”

Percorriamo vie luminose e buie
Per estreme regioni ulteriori
Ascoltando il sillabare dei venti

Profezie di sibille marine
Evocano velieri naufragati
Tra icebergs biancoazzurri

Neve e lava si contendono gelide rive
Mentre i fiori artici (non esistono)
Si aprono sulla terra nera e dura
Frangendosi in ghiacciati frammenti

Parola cianotica
Rotola nel giorno
E cade improvvisa
Come passero morto
Dal ramo

***

Prendendo in consegna la notte
Navigare per i fiordi interiori
Estendendo il dominio dei giorni
Fino all’ultimo estraneo confine
Dove si scontrano silenzio e cecità

Noi siamo un’isola
Avvolta da vapori
E tempeste di vento artico

Vulcani incrostati di ghiaccio
Emersi da acque di tenebra
Spettrali nella luce livida
Di crepuscolari mattini

Accerchiati dal gelo
Eruttiamo fiamme
Dai nostri abissi

Circondando ogni cosa
Che ci è prossima
Con un’aura mefitica
Di veleni e cenere

 

Qualora la potenza del gelo
Si miscelasse con questi fuochi sottili
Dovremmo enumerare altre notti
In cui solo fragore di cadute
Perimetri vertiginosamente le altezze

Naufraghiamo in livide onde silenziose
Dialogando continuamente col buio
Pronunciando parole notturne
Mentre la Luna sbilenca si avvicina
Fin quasi a toccare la Terra

Astri e strade ghiacciate
Topografie dimenticate
Ci conducono all’ultima Thule
Remoto luogo dove deponiamo
Ogni frastuono diventando
Custodi silenziosi della Notte

© Lucia Guidorizzi

 

Lorenzo Pompeo, La poesia a Leningrado dopo il 1956

Josef Brodskij (la foto potrebbe essere sottoposta a copyright)

LA POESIA A LENINGRADO DOPO IL 1956

Nel 1956, anno del XX congresso del PCUS e della relazione “segreta” di Chruščëv sul culto della personalità di Stalin che aprì la stagione del disgelo, a Leningrado uno studente sedicenne, Josif Brodskij, smise di studiare, e cominciò a tirare a campare con diversi lavori: apprendista tornitore in una fabbrica, assistente presso un obitorio, fuochista e guardiano di un faro. Ebbe anche modo di partecipare a una spedizione geologica in Siberia e Jakuzia e di imparare perfettamente l’inglese e il polacco, lingue dalle quali aveva cominciato a tradurre. Aveva cominciato a scrivere versi e a leggerli in pubblico ed era entrato in contatto con gli ambienti dei letterati della sua città natale. Fu uno di essi, Evgenij Rejn, che nell’agosto del 1961 lo presentò ad Anna Achmatova nella sua dacia di Komarovo. Fu qui che Brodskij, nel 1962, conobbe Marina Basmanova, un’artista grafica di due anni più grande di lui, venuta alla dacia della poetessa per farle un ritratto, che divenne la sua musa (sue sono le misteriose iniziali “M. B.” che precedono molte poesie) e con la quale ebbe una tormentata relazione che terminò nel 1968, poco dopo la nascita di un figlio. A Komarovo lo stesso Brodskij, nell’inverno del 1961, prese in affitto una dacia. Qui scrisse Romanza di Natale, dedicata al suo amico Rejn.
Con questa poesia, datata al 28 dicembre del 1961, il ventunenne poeta inaugura una sua personale tradizione: «Da quando ho iniziato a scrivere versi seriamente – più o meno seriamente – ho cercato di comporre una poesia per ogni Natale, quasi fosse un augurio di compleanno»[1] dichiarò in un’intervista degli anni ’90. Romanza di Natale è una poesia chiaramente ambientata a Mosca (anche se sono presenti riferimenti occulti a San Pietroburgo), ispirata da un quadro, una Adorazione dei magi. Il senso di questa lirica è piuttosto oscuro, ma diventa comprensibile se calato nel contesto della sua epoca. In Unione Sovietica le festività religiose erano bandite e al Natale veniva preferito il Capodanno. La poesia recita «Verso/ il Nuovo anno, verso la domenica»[2] perché il 31 dicembre del 1961 cadeva di domenica. Ma anche qui si nasconde un doppio senso fin troppo evidente per un madrelingua; in russo, infatti, la domenica, “voskresen’e“, ha anche un altro significato: “resurrezione”. L’ultima strofa della poesie recita: «Nel mare cittadino il tuo Anno Nuovo/ nuota via nell’angoscia inesplicabile/ su un’onda cupo-azzurra,/ come la vita riprendesse, come/ fossero per venire luce e gloria,/ un giorno lieto, pane a volontà». La festività del capodanno, nel calendario ortodosso, precede il Natale, che cade tra il 6 e il 7 di gennaio. Quindi al Capodanno segue il Natale (per questo la poesia recita “Nel mare cittadino il tuo nuovo anno/ nuota via nell’angoscia inesplicabile”), che è la festa nella quale “come la vita riprendesse, come fossero per venire luce e gloria”, ma la festa laica non è niente altro che uno schermo dietro al quale si cela il Natale e la rigenerazione della vita, legata al senso più vero e profondo di questa festività.
Questa poesia, che circolò anche in diverse versioni musicate, è esemplare anche per quanto riguarda il rapporto del poeta con la sfera religiosa, che rappresenta un elemento importante del suo mondo poetico, a cui tuttavia fu estranea la fuga nel misticismo o in una qualsiasi forma di religiosità istituzionale o confessionale. (altro…)