Manuel Cohen, A mezza selva #6: Tolmino Baldassari

Il gabbiano oltre il vetro. La poesia di Tolmino Baldassari

L’esordio in volume di Tolmino Baldassari (1927-2010), uno tra i massimi poeti lirici degli ultimi decenni, avviene in età avanzata con la raccolta Al progni sérbi (Le prugne secche, 1975), scritta, come i successivi volumi di versi, nella lingua madre dell’area ravegnana, precisamente nella varietà di Castiglione di Cervia, dove l’autore era nato. Baldassari approda alla poesia edita tardivamente, alla soglia dei cinquant’anni, dopo aver maturato esperienze in vari ambiti culturali e lavorativi. Da autodidatta si era infatti nutrito di ampie letture di poesia europea, e aveva lavorato come meccanico, bracciante e sindacalista. Della sua formazione letteraria e delle implicazioni sociopolitiche, si avvertono echi, più segnatamente nelle prime raccolte, almeno fino a La néva, poesie 1974-1981 (1982), un’opera in parte antologica e riassuntiva della prima fase poetica, in cui l’autore sperimenta i vari registri del frammento lirico, dell’epigramma, del poemetto, o della filastrocca popolare per la quale la critica lo ha inizialmente accostato a Neruda, e in cui si segnalano i legami con la linea romagnola di Pascoli, con le due polarità della tradizione dialettale marcata dai paradigmi di Aldo Spallicci e di Olindo Guerrini, oltre alle molteplici, fruttuose ascendenze con la maggiore poesia italiana del Novecento: in particolar modo Montale e Sereni, con la modernità dolente di Leopardi, ma anche con la lirica risentita e sociale di Espriu, con la poesia civile di Lorca (con ogni probabilità l’autore più amato e più vicino ai neo-dialettali del Secondo Novecento), e con la lirica tragica di dimensione europea di Rilke e Trakl.
Le esperienze lavorative e di vita di Baldassari affiorano nei ritratti di personaggi del primo libro, una sorta di Antologia di Spoon River romagnola, con una particolare attenzione alla condizione degli ultimi, o degli umili. Esistenze che si rivelano nella loro natura di ombre, in transito o di passaggio, come quelle fulmineamente tratteggiate con le scarne parole di In fila (La campâna, 1979) che rialludono sapientemente ai versi di La colonna, e alla «tratta d’anime e di spoglie» del poeta Mario Luzi. Una attenzione ai deboli, agli indifesi, che potremmo dirla una costante, una discreta presenza disseminata in tutta l’opera a cui non sono estranee le origini, modeste e rurali, dello stesso Baldassari, che tradiscono la ‘soggezione’ di entrare in punta di piedi in casa di ‘signori’, come ci racconta in Int una ca d’sgnur (in I vìdar, I vetri, 1995). Esperienze che si ritrovano inoltre nella «tonalità gnomico-sentenziosa (specie negli epigrammi, n.d.r.) sostenuta da una appassionata carica morale e civile» (Brevini). Istanza che nelle opere successive verrà smussata nei modi e nei toni, fino al punto da risultare accantonata quasi per intera la originaria valenza ideologico-politica, per connotarsi vieppiù di una irredimibile e più connaturata pronuncia esistenziale e filosofica: di autentica pietas rerum, di comunanza di condizione, di condivisione di pene o sofferenza, umana e creaturale, estesa com’è infatti, nel pensiero dell’autore, a ogni forma di vita animale e vegetale del pianeta, e del cosmo.
In questo, nella sua competente humilitas, ossia nella piena adesione etica, sociale e panica alla terra e alle cose, Baldassari è poeta eminentemente creaturale, dalla sensibilità in costante ascolto della natura, motivato com’è da una osservazione simpatetica, partecipe, delle creature vegetali e animali, unite agli uomini, e ad essi associate, da una medesima prospettiva destinale. Sicché, come in una campionatura puntuale e di ampio spettro, nei testi si registrano le presenze, dalle più grandi alle più piccole, come nei casi frequenti di insetti o minuscoli volatili che nidificano tra i versi, fino alle api laboriose che girano sui fiori e per questo stanno al mondo: «per una qualche ragione, come per gli uomini», come leggiamo in L’éva, testo che dà anche titolo alla raccolta del 2002, una delle sue principali opere. Come per le creature, la parola stupita, che vive nello stupore dell’osservare e dell’essere nel mondo (la questione viene meglio indagata in un mio precedente intervento dedicato a Baldassari, La conoscenza per stupore (in: «Il parlar franco», anno VII, n. 7, 2007, pp. 67-72) creatura tra creature, parola stupefacente nella sua elementarità di curatissimo vocabolario minimo che si fonda su un uso sempre più selezionato e parsimonioso di parole, poche e rare parole che spesso si fanno emblema o chiave di accesso ad una poesia di rari aggettivi e di molte metafore, tutte afferenti alla natura, assonanze, allitterazioni, in strofe di versi che negli anni, di libro in libro, si faranno più brevi, rastremati e raccolti; versi ipometri o raramente eccedenti l’endecasillabo – così per il mondo dei bambini, assurti a emblema di innocenza e di naturalezza dei gesti, come in Scariulê (Scarriolare, in Canutir, 2006) uno dei vertici di umanità del poeta maturo.
Pronuncia, infine, che va accolta anche nella sua accezione ontologica – come acutamente ha rilevato Gianfranco Lauretano curatore dell’antologia di Baldassari, L’ombra dei discorsi. Antologia 1975-2009 (Puntoacapo, Pasturana 2010) uscita all’indomani della sua scomparsa: «Siamo tutti poveri, per il nostro apparire fugace e a prima vista senza senso. Ciò che veramente interessa al poeta è il destino». Inoltre già ad altezza di La néva, sono presenti alcuni nuclei tematici e semantici, dalla forte valenza simbolica e figurale, o elementi ricorrenti, che costituiscono le coordinate fondamentali di visione e di pensiero di questa esperienza poetica tra le più coerenti e votate alla edificazione di un’unica grande opera che contempli tutti i libri editi, tappe perimetrali di un percorso di chiarificazione e accertamento, di conoscenza e di stupore della rivelazione della intima percezione della esilità della natura del mondo: sicché si può a ragione definire Baldassari, unius libri auctor. Nuclei e coordinate che afferiscono alla sfera naturale e che riverberano sentimenti e stadi emozionali: il tempo atmosferico, in primis, variamente declinato secondo le sue manifestazioni o fenomeni di brina, gelo, neve, pioggia o acqua (nella parlata romagnola i due sostantivi sono espressi dalla stessa parola: aqua); o la luce, e il suo opposto, l’oscurità, della notte, carica di ombre e di presenze, di apparizioni e di preterizioni.
Proprio la notte, e l’ombra, suo autentico correlativo oggettivo, sarà il tempo-luogo, o cronotopo, in cui la compresenza di natura e trascendenza, di vivi e morti, quasi dantescamente trova il proprio inveramento. Possiamo infatti intendere tutta la vicenda poetica di Baldassari come un continuo fraterno dialogo tra gli esseri viventi, e al contempo, un naturale, intimo e religioso ponte lanciato con l’aldilà o l’altrove, come fitta trama di relazione silenziosa con le ombre-anime dei trapassati (emblematica sin dal primo libro la dedica e l’evocazione del caro amico Sandrino, la cui scomparsa prematura ha avuto un ruolo decisivo per l’autore, e per la sua parola che attraversa la morte, e la oltrepassa quasi) e di cui il testo Canutir (in Canutir, 2006) si fa paradigmatico; una tra le ultime in ordine di tempo e tra le più alte per valore e perfezione formale e grado di consapevolezza raggiunto (per chi volesse approfondire, segnalo la mia lettura del testo singolo, Canutir, in «Il parlar franco», anno VI, n. 6, 2006, pp. 72-80): il poeta che osserva i canottieri passare sul fiume e sparire, e li ferma, li fissa nella memoria emotiva dello sguardo: rappresentano l’analogia della vita umana transeunte, le ombre su un fiume. Le molte ombre e i molti fiumi che alimentano la sua parola autentica e riconoscibile, ferme nello stupore dell’attimo, tesaurizzate nella sopravvivente umanità dell’uomo. Lauretano chiudeva la rassegna antologica L’ombra dei discorsi, proponendo quattro inediti: Una babina (Una bambina), Cla vόṣa (Quella voce), Sta puiṣì (Questa poesia), e Ṣmèngh ad me (Dimentico), testi che anticipano e che figurano nella raccolta postuma del nostro: Un mònd ch’u s’è stret (Il mondo che si è ristretto). Baldassari, scomparsa la moglie Giuliana, rimasto solo, armai anziano e gravemente malato, impossibilitato a deambulare, osserva dal letto della stanza la vita che scorre oltre i vetri e la luce della finestra. L’ultima raccolta, qui amorevolmente proposta in copia anastatica del dattiloscritto autografo, nelle raffinate edizioni Il Vicolo (Cesena), consta di 57 testi numerati dall’autore, corredati di titolo, tranne il testo n. 54. Dalla sua ultima stanza abitata, dialoga con il mondo passato e presente, torna con gli occhi, come in un film, a sequenze, brani, lacerti di memoria, e al contempo osserva i movimenti infinitesimi della vita che continua: la vita frammentaria precipitata in fulminanti frammenti lirici, accesa nelle sue occasioni, marcata da uno stigma di volatilità e di impermanenza, tra apparizioni e scomparizioni, consapevolezze e preterizioni: sempre più, vera e propria Stimmung. Le quattro poesie che anticipano dunque nei temi questo libro postumo valgono di per se stesse quali testi-emblema: in Una babina, (Una bimba) la ripetizione è funzionale alla rappresentazione mimetica della bimba che piange alla stazione per il distacco dal nonno («la cor la cor/ […] la piânẓ la piânẓ», «corre corre/ […] piange piange»), e la scena realistica, enfatizzata da ripetizioni e lacerti propri dell’oralità di riferimento, si carica di allusività e di significazione nella percezione della ineluttabilità della partenza e del distacco culminante in un quanto mai polisemico «gnit da fè», «niente da fare». In Cla vόṣa, (Quella voce) come un’aria tra le stanze, risuona la voce della moglie, memoria sempre viva nelle cose della quotidianità domestica, visione oltre i vetri, tra essere ed essere stati. In Sta puiṣì, (Questa poesia) la delicatezza dell’attimo creativo, del balenio fuggevole della parola (della correlativa perdita di memoria per senilità raggiunta, come in altra poesia analogo motivo riguarderà la dimenticanza dei nomi: E’ nom), correlativo della scrittura stessa: come non accostare questa sensibilità, per analogia e a memoria, ai versi di Tonino Guerra?: «L’aria è quella cosa leggera che gira nella testa». Infine, in Ṣmèngh ad me (Dimentico): la perdita di memoria e sospensione temporale, in uno spazio fisico e metafisico non definito o irrelato, aprono alla prospettiva di una esistenza oltre l’esistenza.
In Un mònd ch’us’èstret (Il mondo che si è ristretto), confinato alla degenza tra quattro pareti, la toccante lezione di Baldassari, la sua rara umanità di poeta autentico che, nonostante la malattia ha consapevolezza degli altri, interagisce fino alla fine con il mondo, e del mondo conserva un pensiero che non finisce. La vista del gabbiano oltre i vetri, come pure, altrove del corvo (E’ curnac), associa destini umani e destini faunistici in un umanesimo sensibile e cosmogonico, esaltando vieppiù quella linea creaturale romagnola espressa anche da due grandi autori a lui vicini: il Tonino Guerra, poeta arioso di farfalle lievi e di creature minime, e il Gianni Fucci, poeta problematico dell’allodola che urla il proprio sgomento sul panorama scheletrico del mondo.

Manuel Cohen

 

Tolmino Baldassari (Castiglione di Cervia 1927- Cannuzzo di Cervia 2010) è stato tra i maggiori poeti lirici del Secondo Novecento. Ha scritto prevalentemente del dialetto romagnolo parlato in area ravegnana. Di lui si sono occupati i principali critici di poeisa contemporanea ed è stato inserito in svariate antologie. In poesia ha pubblicato: Al progni ṣerbi, Ravenna, Edizioni del Girasole, 1975; E’ pianafôrt, Ravenna, Edizioni del Girasole, 1977; La campâna, Forlì,Forum/Quinta Generazione, 1979; La néva. Poesie 1974-1981, Forlì, Forum/Quinta Generazione, 1982; Al rivi d’êria, Firenze, Il Ponte, 1986; Quaderno di traduzioni, Forlì, Nuova Compagnia Editrice, 1990; Òmbra d’luna, Udine, Campanotto, 1993; I vìdar [I vetri], Faenza, Mobydick, 1995; E’ zet dla finëstra. Castel Maggiore, Book,1998; L’éva [L’ape]. Villa Verucchio, P. G. Pazzini, 2002; Se te t’gverd [Se ti guardi]. Osnago, Pulcinoelefante, 2005; Canutir [Canottiere]. Rimini, Raffaelli, 2006; L’ombra dei discorsi. Antologia 1975-2009, a cura di Gianfranco Lauretano, puntoacapo Editrice, Novi Ligure 2010; Un mònd ch’u s’è stret [Il mondo che si è ristretto]. Cesena, Il Vicolo, 2014.

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