Giorno: 12 aprile 2018

‘Le assaggiatrici’ di Rosella Postorino (nota di lettura di Patrizia Grassetto)

Rosella Postorino, Le assaggiatrici, Milano, Feltrinelli, 2018, € 14,00

Di questo libro incuriosisce, da subito, il titolo e l’origine della storia narrata da cui molti sono stati incuriositi. Infatti l’autrice trae spunto da una vicenda vera del nostro passato recente – un passato che non possiamo dimenticare – e da cui inizierà poi un percorso di fantasia “realistica”.
Le ”assaggiatrici” sono davvero le donne che testavano il cibo di Hitler e la storia realmente accaduta è quella di Margot Wolk, assaggiatrice per lui nella caserma di Krausendorf.
Nella narrazione si ha invece la giovane Rosa Sauer, berlinese, fresca sposa che lascia la città dopo che il marito parte per il fronte e la madre muore sotto un bombardamento. Lei andrà a vivere dai suoceri in un piccolo villaggio di Gross-Partsch e, venendo dalla città, sarà sempre considerata un po’ straniera. È l’autunno del 1943; dalle prime righe:

Entrammo uno alla volta […] la stanza era grande le pareti bianche […] al centro un lungo tavolo di legno su cui avevano apparecchiato per noi […] quel buco nello stomaco era paura. Da anni avevamo paura e fame.

L’orrore della guerra (non solo di quel fatto) si annida ovunque, in ogni luogo, in ogni momento, e procede oltre l’immaginario. Dall’assunto di Rosa si snoderà il suo racconto come protagonista che, assieme ad altre nove giovani donne, assaggerà il pranzo di Hitler: «il mio corpo – dirà – aveva assorbito il cibo del Führer».
Mangiare. Morire. Morire. Mangiare: mentre l’essere umano deve mangiare per vivere, le assaggiatrici mangiavano e potevano morirne. Erano affamate per mancanza di cibo e quel cibo poteva essere veleno. Ogni boccone come un ultimo respiro, a ciclo continuo.
L’autrice ha la capacità di rappresentare la storia nei suoi accadimenti e, nel contempo, penetrare nel sentire profondo della giovane Rosa, rendendo il lettore partecipe di ciò che lei vive nel suo animo.
Postorino ha una capacità scenografica: tutto scorre davanti come in un film; non a caso la violenza rappresentata dal cibo, sebbene in termini diversi, è la stessa, “capitale”, che Marco Ferreri rappresenterà ne La grande abbuffata (1973) e quella, ancora “sadica”, di Salò di Pasolini (1975). Quelle che l’autrice crea sono pagine intense, nelle quali ci si immerge quasi in una sovrapposizione empatica, sino a provare dentro di sé le paure dei personaggi, i loro timori intimi – segno di una costruzione sapiente degli stessi. Nella stanza mensa si intrecciano le vite delle ragazze, la loro amicizia ma, a volte, anche la loro inimicizia; in un ambiente femminile “costretto” e “claustrofobico” emergono le loro contraddizioni e le difficoltà del quotidiano durante la barbarie della guerra. (altro…)

Luigi Fontanella, ‘Il dio di New York’

Luigi Fontanella, Il dio di New York, Passigli editore, 2017, pp. 276, € 19,00

Scintillano gli occhi del nostro Pascal di fronte allo spettacolo − per lui straordinario e convulso − di macchine taxi autobus e fiumi di gente frettolosa per le strade della Lower Manhattan.
È una tarda mattinata di aprile. I nostri introdacquesi sono ormai nella Grande Mela. I loro occhi vanno soprattutto verso le sopraelevate, sulle quali scorrono senza sosta proprio sopra le loro teste, con enorme fracasso di ferraglie, i vagoni della metropolitana (
New York City Subway).
Si tratta del maggiore sistema di trasporto pubblico esistente al mondo, l cui prime porzioni, nella città di New York e dintorni, cominciarono a funzionare fin dal 1869.
Pascal è soprattutto sbalordito dalla lingua (le lingue) che sente circolare fra la gente, mentre sfrecciano velocemente automobili e vari mezzi di trasporto della City.
Ovviamente a prevalere è l’inglese, una lingua che il giovane ha sentito a Ellis Island dai solerti impiegati della dogana, e che ora si rimescola prodigiosamente con il dialetto abruzzese dei suoi compagni e di Mario Lancia, il compaesano caposquadra che è venuto puntualmente a prelevare il nostro gruppetto al Battery Park.
Ma non c’è molto tempo per assaporare o rendersi pienamente conto di queste ‘meraviglie’. La guida si muove con scatti precisi e a ben districarsi in mezzo al traffico di Manhattan. Controllando nervosamente l’orologio, Lancia scambia sbrigativamente qualche parola con loro, mentre li porta immediatamente alla Penn Station e da lì, in mezzo al marasma generale, subito in treno alla volta di Hillsdale nel New Jersey.
Questa è l’America, la prima America, che si fece incontro a Pascal il 20 aprile del 1910. (p.98)

Mi piace pensare che sempre, dentro ogni voce, riecheggi quella di chi l’ha preceduta, che ogni individuo trovi, nei propri maestri, un faro − e forse, più che una luce soltanto − la continuità del suono e dell’ispirazione. Due aspetti che, insieme, fanno un risultato, danno corpo a un’idea. Appresa la lezione, si procede oltre: si riedifica, dallo ieri al presente. «Impara tutto e poi dimentica tutto» ha detto il sassofonista Charlie Parker e, anche se qui siamo in un terreno letterario − intriso di studi storico-antropologici − ci si chiede se il suo suggerimento non valga anche per Luigi Fontanella. Restiamo negli Stati Uniti, sia con il tema del volume di cui parlerò sia per la professione dell’autore, già docente ordinario nel Dipartimento di Lingue e Letterature Europee alla State University di New York; saggista, poeta [di questo si è occupato il nostro Francesco Filia qui] e narratore, lo scorso anno ha pubblicato per Passigli Il dio di New York, un romanzo che guarda da vicino il tema ampio dell'”emigrazione italiana” negli States, in questo caso a inizio Novecento. Ci sono diverse immagini che scuotono la memoria prima di iniziare la lettura: la prima è quella di un film di una decina di anni fa, Nuovomondo di Emanuele Crialese (2006), che ci riporta ancora nella città in cui si svolge la vicenda; la seconda è una fotografia di Charles Clyde Ebbets del 1932 intitolata Lunchtime atop a skyscraper. Siamo negli anni Trenta, lontani dal racconto di Fontanella ma con un occhio vigile desideroso di guardare la città come quell’operaio della copertina: dall’alto di un grattacielo in costruzione (l’empire State Building); dall’alto di un tutto che è la storia più articolata di tante vite narrate in una sola, quella dell’abruzzese Pascal D’Angelo, il protagonista del romanzo. (altro…)