Giorno: 9 aprile 2018

Michele Obit: tre inediti

(Ad una certa ora)

Ad una certa ora se ne vanno tutti
ma io ho il mio daffare – nel cestino
è rimasto un foglio accartocciato
su cui avevo scritto a matita qualche verso
(aggiungo che non ha mai sottolineato
alcuna parola) – penso dovrà rimanere lì dei giorni
prima che venga macerato per bene assieme
ad un involucro di margarina e alle ricette
del medico qui sotto che per sbaglio
a volte volteggiano e si mescolano nel porticato –
e poi guardo con la coda dell’occhio
se da quella piccola fessura di una finestra
di fronte qualcuno può vedermi
magari la signora cubana che canta
al mattino le sue preghiere –
così se ne vanno i minuti della sera
sino a che non esco per appendermi
al conforto di un carrello della spesa.

 

(Uscite)

a

Mentre voi ve ne andate – con quella
solerzia tutta vostra di intendere le cose
– io mi premuro di chiudere i battenti
e di lasciar trasparire solo dall’esterno
la furia delle vertebre ed il fruscio dei salici.

b

Le poesie migliori stanno nelle cose
che si perdono – i poeti migliori
hanno passato la vita a cercarle
e oggi stanno attovagliati in fondo alla stanza
con l’uscita che si apre sul mondo.

c

Poi appoggiàti alla rete dei ricordi
definiamo il tempo: una pausa di dieci
minuti e un passo – si sa mai
che nel movimento improvviso
si senta meno il peso della maniglia.

 

(Discorso alla Nazione)

Non pensate alle grandi cose: se dal lavabo
gocciola troppa acqua usate un semplice straccio
e se avete un appuntamento
cercate di arrivare qualche minuto prima
e guardatevi bene attorno – se un fiore marcisce
non riutilizzate la terra per altri fiori.

Quando la pioggia inizia a tamburellare
ripromettetevi di contare in questo modo il tempo
e se le ragnatele sono lì a distogliere ogni pensiero
prendetele per filigrana – a ricoprire le pareti.
Sarà un animale poi a risvegliarvi
dal torpore – di quelli che paiono mansueti
ma mordono e non si lasciano abbracciare.

Capire dove sta l’essenza assottiglia la vita
ma rende meno barbaro il cuore.

Lettera all’autore #5. Melania Panico, Campionature di fragilità

panico campionature

 

Cara Melania,

in attesa di leggere il tuo prossimo libro che so verrà pubblicato a breve e che, dalle anteprime che ho letto in queste settimane, mi sembra confermare il gran bell’esordio di Campionature di fragilità, provo a dirti alcune mie impressioni sul tuo esordio poetico. In questi giorni l’ho riletto con maggiore attenzione, con l’attenzione che merita un libro ispirato e già formalmente maturo. Mi sembra che l’essenziale sul tuo libro sia stato già detto da Davide Rondoni nella sua bella e precisa prefazione, anch’essa sotto forma di lettera, chissà se è soltanto una coincidenza o se la tua poesia ispira un tono confidenziale e diretto.
La tua mi sembra essere una poesia autenticamente e violentemente epifanica, in cui precisione del verso e radicalità della visione quasi sempre sono in perfetto e drammatico equilibrio, spesso annodate dal filo invisibile di una sottile ironia. Si avvertono lontani ma persistenti echi delle esperienze più folgoranti del ’900, in particolare mi viene in mente tanta poesia russa e la Cvetaeva su tutte, con i suoi versi rivelativi e incendiari, in cui oggetto stesso della poesia, suo centro enigmatico, è la voce stessa del poeta e il suo corpo, la sua lotta con e nel mondo, il suo essere posseduta da forze vitali e dilanianti al tempo stesso, l’amore su tutto. A mio giudizio questi elementi sono presenti fortemente nei tuoi versi e vengono alla luce già con una profonda sapienza, non solo metrica e compositiva, ma oserei dire, esistenziale (Il corpo devastato dai silenzi/ la voce sgelata/ lei urla sempre a tempo/ lascia sul pavimento/ capelli sparpagliati/ e non appigli/ ha colore di pietra/ dice ricominciamo/ all’erta a brandire l’arma del suo sì/ è un momento sbagliato, dice/ un tunnel da cui non voglio uscire).
Il libro nella semplicità della sua struttura è un testo che si muove in diverse direzioni. Nelle due sezioni, Cose accantonate e Rinascite, sono presenti frammenti, schegge, abbozzi, ma il più delle volte visioni complete di mondo, di esistenza, colti sempre nella loro dimensione germinale, inaspettata e inaudita.
Il filo conduttore mi sembra essere quello della ricerca di un filo, perdonami il bisticcio, di un telos che attraversi e riannodi i vari frammenti dell’esistenza, che salvi tutte le cose, tutte le cose accantonate, dalla minaccia incombente dell’oblio. Le cose, tutte le cose, nel senso più ampio che questa parola può assumere, chiedono d’esser dette, di esser colte nella dimensione profonda e autentica, nel loro esser da sempre esposte al tempo, chiedono di esser colte nella loro intima fragilità (Il peso da dare alle cose/ lo scriviamo ad occhi aperti). La tua poesia è, dunque, una perlustrazione, una campionatura appunto, della dimensione originaria dello stare al mondo, colta dal punto di vista particolare e intenso di una giovane donna; è la visione, al tempo stesso estetica ed etica, della costitutiva fragilità dello stare al mondo (Vedevo risalire gli spiragli frammentati:/ restare a galla è la nuova prospettiva). In questa prospettiva ritengo che la tua poesia si assegni un compito alto e arduo al tempo stesso, ossia di dire l’intrinseca possibilità che la vita ha di rinascere in se stessa e da se stessa, come indica il titolo della seconda sezione del libro, questo ri-nascere è un nascere nuovamente, ma il nuovamente è al tempo stesso far destare l’originario che abita nella vita, quindi il rinascere al tempo stesso è un ritornare, dopo una necessaria e drammatica dispersione e il conseguente smarrimento, all’origine, che si presenta come guado inagirabile, uno scalare con i ramponi dei versi il tempo (Dovevamo accordarci sui piani/ scalando il tempo verso a verso). Il tuo dettato raggiunge un equilibrio compositivo inusuale, che al tempo stesso regge all’irrompere della visione che assedia il verso e riesce a dargli forma con una parola sempre allarmata e vigile, rendendola visibile e partecipe al lettore. In questa sapienza mi sembra nascondersi la cifra ultima della tua vena poetica, quella che offre il viso alla vertigine ma non se ne fa risucchiare (A guardarla da lontano/ la madre-isola soffoca a braccia conserte/ non ambisce alla luce/ resta in dissolvenza a contemplare la vertigine).

Con affetto e stima profonda.

Francesco Filia