Giorno: 6 aprile 2018

Tre inediti di Francesco Tomada

I.

Domenica hai dormito dalle due alle sei di pomeriggio

mercoledì ti sei azzuffato con altri pazienti di notte

sabato ti tremavano così tanto le mani
che non riuscivi a stringere la sigaretta

martedì sei caduto inciampando sulla soglia di una porta

oggi ho firmato il permesso perché di sera
ti leghino al letto

è come se la morte arrivasse un pezzo alla volta
mentre sei ancora vivo

sarebbe forse meglio non venire più a trovarti
ogni volta che vado via
mi sento come se quel pezzo
te lo avessi portato io

 

II.

Ci sono cose che non riesco proprio a fare

come mettere la testa per intero sotto le lenzuola
preferisco restare all’erta
quando mia nonna avvolgeva i gattini dentro una coperta
non era per scaldarli
ma per affogarli in un secchio d’acqua

accarezzare qualcuno con il dorso della mano
come i gesti di affetto misurato dei miei genitori
subito prima di divorziare

chiudere la porta a chiave se c’è gente dentro casa
quando venne il terremoto era impossibile
infilare la serratura per aprire
e scappare fuori

e poi papà non ho nemmeno toccato il tuo corpo
l’ho solo guardato di fretta perché dovevo
le ultime volte facevo fatica anche a baciarti la fronte
ma è quello il ricordo che adesso mi faccio bastare

meglio un saluto distratto di un addio

 

III.

E certo che avrei voluto anch’io
la coda che si stacca come le lucertole
un dolore secco che risale lungo i nervi
e si spacca dentro e dopo pochi giorni
ricrescere da me sopra di me
ritornare uguale

e certo che vorrei di nuovo un padre
però vivo

.
© Francesco Tomada

Filippo Ravizza, La coscienza del tempo (seconda parte)

A trent’anni dall’esordio Ravizza è forse l’ultimo poeta che davvero mantiene viva quella linea lombarda della poesia che al rigore etico affianca un dettato sobrio ma non sciatto, che privilegia e sempre privile­gerà il bisogno di essere prima di tutto chiari a se stessi; e perciò non è difficile ritrovare nella fitta rete di rimandi, inter- ed extra-testuali, echi, oltre che della propria opera, delle opere di Sereni, di Raboni. Perché persiste, è vero, un certo gusto novecentesco nel modo di costruire i propri versi, ma ciò avviene solo perché Ravizza dialoga col proprio tempo e con la propria storia nella stessa misura con la quale dialoga con il Tempo e con la Storia (e in questo forse è ravvisabile anche la lezione di Pessoa).
Per questo, riprendendo il discorso su La coscienza del tempo, è mia intenzione ora tirare un po’ le somme di un discorso poetico coeso e omogeneo come pochi se ne sono incontrati negli ultimi decenni. Ciò che negli anni Ravizza è venuto a raccontarci è la cronaca di una generazione sconfitta, una generazione che ha creduto di poter consegnare ai propri figli una società civile diversa e che invece ora fa i conti con una resa senza appello alle paure, portandosi appresso pure il peso dei sensi di colpa per avere creduto nei propri ideali, di essersi ancorato alle ideologie in anni in cui queste veniva demolite per fare posto a una dimensione del vivere diffuso, dilatato, deprivato di ogni punto di riferimento. Se con la raccolta del 2000, Bambini delle onde (Campanotto), Ravizza aveva tentato di consegnare alla generazione entrante, che in lui si identificava pure nella figlia allora bambina, la somma dei propri valori criticamente vagliati, ora con La coscienza del tempo tutto è vertiginosamente franato nella presa di coscienza di ciò che si è effettivamente consegnato alla figlia ora donna. Si concretizza quella che Mauro Germani aveva definito «la consapevolezza dell’ineluttabile fine di tutto» all’interno del «dramma dell’insignificanza individuale e collettiva» (postfazione a Nel secolo fragile, raccolta che precede questa più recente e che costituisce il primo capitolo di un ideale dittico poetico). Varranno, perciò, anche per Ravizza alcune delle considerazioni di Gian Piero Stefanoni sulla Proseografia della paura di Maria Lenti. Varranno sempre le parole illuminanti di Gianmarco Gaspari che accompagnano – quasi a formare un unico saggio – queste due ultimi capitoli della poesia di Ravizza.
Eppure ci si rialza, anche bastonati; si leva il capo, si alza la fronte, si guarda avanti, e si fa tutto ciò tenendo ferma la fede nella poesia, perché a salvare l’uomo rimane la poesia, dopo che l’uomo ha negato pure ai bambini la possibilità di salvare il mondo. Poesia intesa come unico modo per continuare a riflettere e analizzare gli anfratti di una crisi che tutto può schiacciare e appiattire; e invece a questo appiattimento Ravizza oppone l’unica parola che può e sa pronunciare: quella poetica. Perché la poesia è anche memoria, e l’esercizio della memoria implica pure l’assunzione di ogni responsabilità del passato per non vanificare tutto in una blanda esibizione di un ricordo. Ed è così che la memoria si fa coscienza, e in questa presa di coscienza si riapre la via del dialogo tra le generazioni per individuare un sentiero altro, nuovo («Lontano nella Storia trovare/ una via… come in questi giorni/ saranno strade e canali…», Saranno strade e canali).

© Fabio Michieli