Giorno: 5 aprile 2018

Gaia Giovagnoli, da ‘Teratophobia’

 

Da un po’ sei una forma soltanto:
un cerchio che gira e richiude

Resto verticale scalza
sulla porta del bagno
Tendo un filo da me al soffitto
intercetto una mosca che taglia il disegno
in un volo orizzontale perfetto
penso alla strana croce d’aria e trinità
che è il soffitto la mosca ed io

Tu parli di lingue
del prodigio che si spande
all’intreccio di monadi sole
di comprensione dici
di come io capisca
ciò che vuoi farmi capire

Mi infilo in quel tuono
sporco di dentifricio
resto obelisco sudato
e ti dico che la porta cigola
che tocca aggiustarla
e che guarda ho una strana ombra
a terra;
ma sei in quell’acqua imbiancata
che corre il lavandino
giri di scatto al nodo del tappo

 

*
Questo senso d’assurdo
di nomi per dire anche
i nomi che non ho
per la chiusa di braccia
e lo slancio braccato
per lo sgomento la scissione
il delirio di chiaro
che ho addosso

L’incrocio di vie per quella casa
che è stata nostra nella furia
è una croce da cui non so scendere

Assurda pianto semi
perché non germoglino

 

*
Nella tana della belva senza fame
ho uno scalpo di carta da macchiare
mi piango tutta
da lavarmi dell’anima

Sono buccia che esonda
e una muta di serpe:
la svesto dal segno dell’unghia
che ho rosso sul palmo

Mi rifaccio da lì
– tu tira e si disfa
per te sarò appena nata
.

© Gaia Giovagnoli, Teratophobia, ‘Round Midnight edizioni, 2018

Giorgio Galli, Le morti felici

Giorgio Galli, Le morti felici, Il Canneto Editore 2018, € 10,00

 

Che non si possa fare un bilancio se non a compimento è una realtà di buon senso. Mi è sempre piaciuto pensare all’impossibilità di aggiungere non come a un’interruzione, ma come a una sorta di non perfettibilità raggiunta. Così vorrei imparare a vedere anche la morte: come una libreria ormai talmente stipata che non ci sarebbe spazio per un altro acquisto, ma proprio per questo perfetta a vedere. Sarebbe una “morte felice”, nel senso del titolo piccolo e densissimo libro di Giorgio Galli, edito da Il Canneto Editore nel 2018. E lui, che è un finissimo libraio, probabilmente apprezzerebbe la similitudine.
Le morti felici schiude e dilata, con diverse forme e attraverso diverse angolature, la morte (e proprio per questo la vita) di ventotto personaggi, dal matematico e filosofo Khayyām a Leonard Cohen con incursioni nel mito e molte nel mondo dell’arte.
Il libro intero sembra essere un lungi da. Lungi dall’essere un catalogo di “coccodrilli”, è pennellata esatta del senso di ogni vita; lungi, dall’altro lato, dall’essere un catalogo di biografie, è vaglio di quei gesti che hanno reso degno un percorso attraverso la cernita luminosa della morte. A volte la terza persona che commemora (anche se più che una commemorazione il tono è sempre quello del racconto) lascia il posto a una prima che semplicemente parla di sé; e in questo caso lungi dall’avvertire una voce da uno spazio altro sentiamo le parole di un attimo esatto, eppure espanso, che ha così il potere di pulire all’indietro. La morte è felice non (sempre e solo) in quanto accolta o desiderata, o in quanto ultimo tassello di perfezione, ma in quanto timbro di una vita appagata, che può essere stata burrascosa e arruffata, umile, dolorante, ma ad ogni modo, appunto, felice. Qualsiasi sia stata la biografia e la ragione della morte di chi muore, da Sándor Márai che raggiunge la sua Lola al gelido Mitropoulos stroncato durante le prove di un Mahler, non si perde l’impressione di aver sentito parlare una creatura che ha vissuto la propria vita così come era giusto che fosse condotta. (altro…)