Mese: aprile 2018

Silvia Tripodi, da ‘Punu’

 

Ho portato il viaggio di molta stanchezza
nella ingiungente macchina
al di qua della macchina
verso il cortile
viaggio che porta giunge
quasi al silenzio dello spettare
dalle parti dei minuscoli oggetti
delle cose chiamate cose.

*

.
Viaggio porta alle cose
pezzi molto piccoli
pezzi molto più piccoli
fino alle cose chiamate
della famiglia degli oggetti.

* (altro…)

Inediti di Matteo Vavassori (con nota di lettura)

..

multiplicasti gentem, non multiplicasti laetitiam. Le moins de vers qu’on peut faire, c’est toujours le mieux.

(Voltaire)

 

perdere

quando sgrano il tempo
come un baccello o
come un rosario
sempre vado in perdita,
son perdente tutto
rimane il niente,
guadagno il niente
ne ho piene le tasche e le borse
e scatole vasi
bicchieri bottiglie orecchie
calze buchi anfratti
come una slavina, come
un’evaporazione, un passaggio di stato
un passaggio da una menzogna a un’illusione.
Quando sgrano il tempo la memoria
è il falso di un imitatore inabile
e non trovo nulla
da raccontare
e trovo il nulla da raccontare
lo racconto per ore per giorni per mesi
mi dilungo narrando il nulla
in ogni dettaglio,
con scrupolo, nella sua interezza
completezza, totalità

***

Occorre terminare i discorsi
sulla corruzione delle membra
o su tempi trascorsi
che ognuno con pena rimembra

Occorre favellare senza memoria,
una amnesia confabulatoria,
narrando eventi mai accaduti
inventandosi la storia,
tracciare rotte migratorie
come anatre che volano
placide, appese al cielo

***

Fuggito dalla purezza del non fare,
dell’arte oblivionale:
perché? qual è il guadagno?

Il guadagno più grande è nella perdita,
in un piano inclinato su cui scivolare
come una cascata
senza sosta

***

chi c’ha preceduto ha
fatto cadere dalla sua
borsa (o forse ha perso
non consapevole)
delle pietre d’inciampo e
delle briciole, dei granelli
di polvere che ostacolano il cammino
di chi vien dopo, dei regali e
degli attrezzi da schivare
con passo svelto, pesanti
manufatti di ferro legno e silicio
che sono come un pegno o un auspicio

l’ossigeno brucia ed erode
alimenta il respiro ed esplode
e appena fuori dalle città vi
sono strade di zolle e di fango
ammassi di funghi d’alberi ed erba, cieli
ingrigiti screziati di foglie rosse
gialle verdi ocra arancio,
mazzi di chiavi arrugginite, sassi,
sterpaglie e filari di vite

***

Colore profondo

Si stacca la roccia dal picco
e sprofonda nell’abisso

Così incede per via
con vitalità rovinosa
energia tellurica emanando
con passo sismico
nelle città come nei boschi
sempre ebbro e lucidissimo

Lo vidi un giorno, forse
da lontano o forse riflesso,
tanto rovente da ardere il ricordo
incenerendolo e fissandosi come cicatrice

***

Deriva

La riva asfaltata del fiume
che attraversa la città:
un’automobile è parcheggiata là,
macchina fatta di macchine fatte
di macchine fatte di macchine
via via sempre più piccole
e minuscole, macchine di molecole

Le narici s’enfiano d’aria
gelida, in piedi di fronte
all’immane paesaggio e i monti
paiono immobili e le nevi
e i pini inalterabili – permanenti:
ma se guardi meglio, tutto vibra
e guizza, si succedono zero
e uno, meccaniche pulsazioni,
distensioni e ritenzioni,
scintillio pulviscolare, ritmi
d’alternanza che ci fanno
sparire e ricomparire

***

è esistito
un tempo
nella geologia privata
in cui un ceruleo sfondo invernale
era una pesante
lastra di vetro e ghiaccio
smerigliata e abbagliante
e l’aria polare
infiammava le narici
fin nei polmoni
invadendo il labirinto
dendritico degli alveoli
esplodendo in un fuoco arborizzato

e non vi erano lacrime
o ricordi né giudizi o confronti
il verde stinto dell’erba tendeva a spopolare
gli sguardi e spolpare le menti
niente era meglio niente era peggio
niente era necessario o superfluo

 

Nato nel 1979 in Brianza, me ne allontano quanto prima, subito dopo il diploma classico. Conduco studi di Filosofia a Bologna, dove entro in un circolo di studio raccolto attorno alla cattedra di Storia della Filosofia contemporanea, tenendo anche alcune lezioni in Università sui rapporti tra pensiero e arte. Successivamente, trovo impiego in diverse realtà dell’editoria milanese. Dal 2013 tengo lezioni serali di lingua italiana per stranieri, a titolo volontario.

 

Nota di lettura 

Leggendo le poesie di Matteo Vavassori, ancora inedite e senza un titolo che le racchiuda, l’impressione che se ne ricava potrebbe riassumersi in formule antifrastiche come: pienezza del vuoto, oppure: mancanza affollata. Incontriamo un io lirico che ha inevitabilmente molto vissuto alle spalle, sa di averlo ma stenta a riconoscerlo e simbolizzarlo come acquisito. Il sentimento saliente risulta dunque quello della perdita, ma comunque inseparabile da una ricchezza fatta di cose sapute, di esperienza. Il primo testo sviluppa proprio questa ambiguità: «quando sgrano il tempo/ come un baccello o/ come un rosario/ sempre vado in perdita,/ son perdente tutto/ rimane il niente,/ guadagno il niente […] e trovo il nulla da raccontare/ lo racconto per ore per giorni per mesi/ mi dilungo narrando il nulla/ in ogni dettaglio,/ con scrupolo, nella sua interezza/ completezza, totalità». Il conflitto è allora tra il vorticoso moto del tempo, del suo corso inevitabile, e l’interezza di un’identità che si costituisce soprattutto negli abbandoni e nelle perdite. Tra i testi leggiamo ancora: «Il guadagno più grande è nella perdita»; «Ogni volta che perdo la coda/ piango e rido insieme»; «Occorre favellare senza memoria,/ una amnesia confabulatoria,/ narrando eventi mai accaduti/ inventandosi la storia»; «un tuono muto/ un suono vuoto/ per riempire i buchi». Se ne ricava una tensione a tratti intollerabile, la cui improvvisa liberazione può passare attraverso immagini di catastrofe: «Perché in una temperata mattina/ d’aprile la tua mente/ ti conduce al pensiero di Hiroshima?»; «i calcinacci delle case cadere come meteore/ sulla folla inghiottita dalle voragini»; «Guardo il mondo che crolla/ le città non sono che colossali resti fossili». Altrimenti è il soggetto stesso a farsi fossile avulso dalla storia, e questa silloge in divenire si configura sempre di più come il racconto di una nevrosi, sospensione tra istanze opposte e nessuna prevalente, tra un’ansia di azione e il ricadere nella stasi: «La realtà era là/ vicina come un giardino/ assolato»; «Percepisco sullo sfondo/ il trasporto delle merci»; «tutto ciò che posso sentire/ è fatto di soglie/ che dovrei oltrepassare». Le parole lottano proprio contro questa contiguità impenetrabile, contro il senso di estraneità che emana dal mondo e dalla nostra stessa esistenza: «e io/ in quanti passati abito?»; «chi c’ha preceduto ha/ fatto cadere dalla sua/ borsa (o forse ha perso/ non consapevole)/ delle pietre d’inciampo e/ delle briciole, dei granelli/ di polvere che ostacolano il cammino/ di chi vien dopo»; «bambini invecchiati obsoleti frutti». Appare poi, ma è forse secondario, il rammarico di una propria responsabilità personale, come nella rima contraffatta di questi due versi: «Hai dimostrato grande responsabilità nel fuggire i doveri,/ i legami, le promesse, gli impegni. Ma prima dov’eri?», o nella minacciosa promessa contenuta nei Lacerti di un dialogo con un interlocutore ipotetico: «E ci troveremo tra tanti anni/ e faremo la conta dei danni/ e ognuno di noi porterà le proprie macerie/ fatte a nostra immagine e somiglianza». Da lettore mi auguro che il futuro libro di Vavassori possa configurarsi sempre di più come il romanzo di una coscienza, continuando a sviluppare quelle zone di opacità così faticose da vivere ma così feconde nella scrittura.

© Andrea Accardi

I poeti della domenica #256: Fabio Pusterla, “Brasé” #1

pusterla cenere

1

 

Qui si pone il problema del fuoco.

Della memoria del fuoco
che ovunque parla nascosto. Ciangotta nell’erba?
Nelle felci? Nella terra rossastra su cui
salgono svelte betulle, si allargano castagni?
Foglie autunnal, fiamme verso il cielo, scintille.
Fuoco scomparso, fuoco sempre qui.
Sera bigia di luci assorte.

Spento o invisiibile, sceso sotto la soglia dei giorni
– allora arde più loco – resiste forse ancora in antichissimi
anfratti o caverne: albo segnare lapillo, e cose del genere
(cose di cenere). Qui si pone e si pone il problema del fuoco.
(Di vita o di morte?)

Che non doveva esibirsi o divampare. Che era fuoco
di carbone e di terra, fuoco nero profondo
a bruciare nel tondo mistero.
Sotto mucchi di torba di muscio di foglie
sotto mentite spoglie covava consumando
e mantenendosi forte, silenzioso e altero.
Robustoso e forte.

 

© Fabio Pusterla, Variazioni sulla cenere, Amos Edizioni, 2017

I poeti della domenica #255: Fabio Pusterla, “Cenere, o terra” #12

pusterla cenere

12

 

Cenere, o terra? Luce, semplicemente,
trama di luce che si arresta per un attimo
nell’onda dei capelli traversati dal vento.

In controsole, nell’ultima
sferza del giorno, mentre non distanti
pecore trotterellano nei prati, sottomesse
alla legge dell’erba e dell’ora,
verso la sera che cala, il sonno dolce, la vita
che continua. Come nei tuoi capelli,
anche in loro la luce si accende
e si attenua e perdura.

Sul sentiero rimangono detriti,
tracce sparse che hanno il colore
di cenere persa, di calore
depositato sulla terra. Ora possiamo
ritornare lentamente verso casa. Lo sterro
si modella in collina, i nostri nomi
sono stati scolpiti sul legno,
un cammino si è compiuto.

La strada che prosegue fa un po’ meno paura.

 

© Fabio Pusterla, Variazioni sulla cenere, Amos edizioni, 2017

proSabato: Gesualdo Bufalino, Il ritorno di Euridice

Il ritorno di Euridice

Era stanca. Poiché c’era da aspettare, sedette su una gobba dell’argine, in vista del palo dove il barcaiolo avrebbe legato l’alzaia. L’aria era del solito colore sulfureo, come d’un vapore di marna o di pozzolana, ma sulle sponde s’incanutiva in fiocchi laschi e sudici di bambagia. Si vedeva poco, faceva freddo, lo stesso fiume non pareva scorrere ma arrotolarsi su se stesso, nella sua pece pastosa, con una pigrizia di serpe. Un guizzo d’ali inatteso, un lampo nero, corse sul pelo dell’acqua e scomparve. L’acqua gli si richiuse sopra all’istante, lo inghiottì come una gola. Chissà, il volatile, com’era finito quaggiù, doveva essersi imbucato sottoterra dietro i passi e la musica del poeta.
“Il poeta”… Era così che chiamava il marito nell’intimità, quando voleva farlo arrabbiare, ovvero per carezza, svegliandosi al suo fianco e vedendolo intento a solfeggiare con grandi manate nel vuoto una nuova melodia. “Che fai, componi?”. Lui non si sognava di rispondere, quante arie si dava. Ma com’era rassicurante e cara cosa che si desse tante arie, che si lasciasse crescere tanti capelli sul collo e li ravviasse continuamente col calamo di giunco che gli serviva per scrivere; e che non sapesse cuocere un uovo… Quando poi gli bastava pizzicare due corde e modulare a mezza voce l’ultimo dei suoi successi per rendere tutti così pacificamente, irremissibilmente felici…

“Poeta”… A maggior ragione, stavolta. Stavolta lei sillabò fra le labbra la parola con una goccia di risentimento. Sventato d’un poeta, adorabile buonannulla… Voltarsi a quel modo, dopo tante raccomandazioni, a cinquanta metri dalla luce… Si guardò i piedi, le facevano male. Se mai possa far male quel poco d’ aria di cui sono fatte le ombre.

Non era delusione, la sua, bensì solo un quieto, rassegnato rammarico. In fondo non aveva mai creduto sul serio di poterne venire fuori. Già l’ingresso – un cul di sacco a senso unico, un pozzo dalle pareti di ferro – le era parso decisivo. La morte era questo, né più né meno, e, precipitandovi dentro, nell’attimo stesso che s’ era aggricciata d’orrore sotto il dente dello scorpione, aveva saputo ch’era per sempre, e che stava nascendo di nuovo, ma alla tenebra e per sempre. Allora s’era avvinta agli uncini malfermi della memoria, s’era aggrappata al proprio nome, pendulo per un filo all’estremità della mente, e se lo ripeteva, Euridice, Euridice, nel mulinello vorticoso, mentre cascava sempre più giù, Euridice, Euridice, come un ulteriore obolo di soccorso, in aggiunta alla moneta piccina che la mano di lui le aveva nascosto in bocca all’atto della sepoltura.

Tu se’ morta, mia vita, ed io respiro?
Tu se’ da me partita
per mai più non tornare ed io rimango?

Così aveva gorgheggiato lui con la cetra in mano e lei da quella monodia s’era sentita rimescolare. Avrebbe voluto gridargli grazie, riguardarselo ancora amorosamente, ma era ormai solo una statuina di marmo freddo, con un agnello sgozzato ai piedi, coricata su una pira di fascine insolenti. E nessun comando che si sforzasse di spedire alle palpebre, alle livide labbra, riusciva a fargliele dissuggellare un momento.
Della nuova vita, che dire? E delle nuove membra che le avevano fatto indossare? Tenui, ondose, evasive come veli…
Poteva andar meglio, poteva andar peggio. I giochi con gli aliossi, le partite di carte a due, le ciarle donnesche con Persefone al telaio; le reciproche confidenze a braccetto per i viali del regno, mentre Ade dormiva col capo bendato da un casco di pelle di capro… Tutto era servito, per metà dell’anno almeno, a lenire l’uggia della vita di guarnigione. Ma domani, ma dopo?
Guardò l’ acqua. Veniva, onda su onda (e sembravano squame, scaglie di pesce), a rompersi contro la proda. Scura, fradicia acqua, vecchissima acqua di stagno, battuta da remi remoti. Tese l’orecchio: il tonfo delle pale s’udiva in lontananza battere l’ acqua a lenti intervalli, doveva essere stufo, il marinaio, di tanti su e giù… (altro…)

Due poesie di Mila Lambovska (tradotte da Emilia Mirazchiyska)

Violoncello capriccioso domenica

Conto le cornacchie
sto impaludendo
fa’ le cose giuste
un gargarismo
mi arrotondo
come lo senti, così pronuncialo
eludiamo responsabilità
esprimendo i sentimenti con attenzione
desideriamo
a volte crolliamo
in silenzio scaviamo cavità
sempre più fonde sempre più addentro
per evitare l’incontro
pronuncialo anche se di fuoco
giugno è quasi luglio
passa al semaforo rosso

.

Капризно виолончело неделя

броя гаргите
блатясвам
прави правилните неща
правя си гаргара
навивам се на кравай
кажи го както го чувстваш
презастраховаме се
с умело изразяване на чувствата
копеем
понякога се срутваме
мълчаливо дълбаем коруби
все по-надълбоко все по-навътре
за да избегнем срещата
говори даже да е нажежено
юни е почти юли
мини на червено

.

Gettati tra le nuvole

sfreghiamo ció che resta della cera dal silenzio addensato
parole della mia e della sua lingua baciano l’aria
lasciando illese le tele dei ragni
Sbalorditi dalla tempesta
i denti spezzati di case crollate
e un cimitero di rottami dall’altro lato della strada
volano sopra ali di farfalla
Le mia grida svegliano
la vecchia sorda al primo piano
la sento strascicare le ciabatte consumate
mandare al diavolo i ratti
dello scantinato
e pregare il buon dio
di prenderla ormai
Veniamo velocemente
spronati dai tuoni

.

Захвърлени в облаците

чегъртаме нагара от натрупаното мълчание
думи на моя и неговия език целуват въздуха
без да разкъсват паяжините
Зашеметени от бурята
изкъртените зъби на порутените къщи
и автоморгата от другата страна на улицата
летят на крилете на пеперудите
Крясъците ми събуждат
глухата бабичка от първия етаж
чувам я как тътри протритите си чехли
как проклетисва плъховете
от сутерена
как се провиква към добрия бог
да я взема вече
Свършваме бързо
пришпорвани от гръмотевиците

.

© Traduzione dal bulgaro di Emilia Mirazchiyska

© Mila Lambovska, in L’anno di Giorgia, Scalino editore, 2016

«Tutte le poesie 1971-2017» di Biancamaria Frabotta (rec. di G. Ghiotti)

frabotta«Tutte le poesie 1971-2017» di Biancamaria Frabotta

di Giorgio Ghiotti

 

Le raccolte complete di poesie di un autore hanno, di male, il rischio di far perdere una certa scansione temporale, una distanza “naturale” all’interno del percorso poetico tra una fase (una raccolta) e l’altra; hanno di bene, invece, molto di più, riuscendo a restituire in maniera unitaria il senso di una “storia lirica”.
Tutte le poesie 1971-2017 di Biancamaria Frabotta (Mondadori, 2018) raccoglie quasi cinquant’anni di attività di una poetessa che, fin dagli esordi, si è distinta per la sua lucidissima capacità di osservazione dei fenomeni tutti del mondo – umani, animali, celesti, terrestri, persino “ultraterrestri”. Lo sguardo è stato per Frabotta il primo senso attivo, prima ancora dell’ascolto o del tatto. Nella poesia dell’85, Miopia, leggiamo «Mi presti i tuoi occhi per guardarti?» e a distanza di più di quarant’anni, nella Materia prima, nell’occhio ancora – più che mai – «vi entrava la vita, vi s’addentrava.» Quando non è un occhio a vegliare, è un senso più antico, risalente, e quasi connaturato al poeta, che vigila anche nel sonno per sé e per l’altro, come nel caso delle poesie coniugali della Pianta del pane. Non credo sia un caso che il lavoro d’apertura all’esperienza di scrittura di questa poetessa sia stato un libro intitolato Donne in poesia, vero e proprio osservatorio della poesia femminile italiana che si spingeva già allora, grazie alle sensibili antenne di una studiosa-poeta, a considerare (e “storicizzare” in un’antologia) poetesse al loro esordio quali Cavalli e Lamarque. Se questo è stato possibile – così come è stato possibile per Frabotta assegnare tesi di laurea su poeti viventi in piena attività – è perché, come ha osservato Alessandro Giammei in un luminoso articolo, ci troviamo di fronte a una poetessa che tratta il contemporaneo come qualcosa di molto serio e riesce ad essere a sua volta contemporanea «senza banalmente rispondere alle contingenze» (“il Manifesto”, 6 aprile 2018). È quel che fa Frabotta, poeta che intrattiene una singolare relazione col proprio tempo, che, come scrive Giorgio Agamben, «aderisce a esso e, insieme, ne prende le distanze.» In questa leggera discronia fra il tempo e il soggetto (quello che Barthes ha chiamato l’«intempestivo», mutuandolo dall’«inattuale» nietzschiano) si pone l’occhio del poeta, Per questa sua natura, la poesia di Biancamaria Frabotta non è estranea a un carattere che definirei civile, e che, dialogando col suo tempo, ne scorge insieme alle luci le ombre. In questo senso, il volume di recente uscita per “Lo Specchio” Mondadori è testimonianza di una voce che, dagli esordi poetici, ha fissato negli occhi il suo secolo come nella poesia di Mandel’štam, vek, il cui doppio significato (secolo, appunto, ed epoca) rivela la presenza attiva, ma quasi mai risolutiva, del poeta dentro la storia, pagando la sua contemporaneità con la vita – e il Novecento è il secolo che lo testimonia, tragicamente, meglio. (altro…)

Intervista ibrida a Gabriele Galloni (di I. Grasso)

IN CHE LUCE CADRANNO
Intervista ibrida a Gabriele Galloni

di Ilaria Grasso

 

Per la raccolta di Gabriele Galloni, In che luce cadranno, ho realizzato qualcosa di diverso dal solito perché ero incuriosita dal fatto che un poeta così giovane si interessasse alla morte tanto da scriverne un’intera raccolta per cui ho contattato Gabriele Galloni per incontrarlo e scrivere questo pezzo che sarà un po’ una recensione, un po’ un’intervista.

I.: Bene Gabriele, da dove nasce l’idea di scrivere una raccolta sui morti?

G.: Chissà. Non so spiegartelo. Forse per scrivere l’ultimo-libro-di-poesie-possibile-sulla-Morte. La parola definitiva sull’oltretomba. Ride. Che poi ci sia riuscito o no è un altro paio di maniche. Non sta a me dirlo – anche se non ho dubbi sull’originalità e il valore della mia opera, sia chiaro. Ho pensato tantissimo alla pittura di Paul Delvaux, scrivendo le poesie di In che luce cadranno. Forse è lui il riferimento più prossimo al mio libro.

In che luce cadranno è senz’altro un titolo enigmatico e straniante per una raccolta che parla di morti. In genere sull’argomento viene in mente solo il nero buio e mesto come colore, invece Galloni ha scritto una raccolta che non perde mai di vista la luce. Durante la lettura delle prime poesie mi sono interrogata a lungo sulla natura della parola “luce” del titolo.
Solitamente si utilizza come sinonimo della parola “nascere”, l’espressione “venire alla luce” e questa è una raccolta che parla della vita oltre la vita terrena. Gli uomini dunque se dalla luce vengono in una luce prima o poi “cadranno”. Ecco svelato l’arcano! La mia tesi sembra ampiamente confermata dai versi della poesia che incontro quasi a metà libro:

I morti continuano a porsi
le stesse domande dei vivi:
rimangono i corsi e i ricorsi
del vivere identici sulle
due rive. In che luce cadranno
tornati alle cellule.

Le parole di Galloni sono misurate, limate, scarnificate fino al sangue essenziale di quel vero che inseguiamo per tutta la vita e che probabilmente troveremo solo quando abbandoneremo i nostri corpi e andremo chissà dove e come a proseguire la nostra esistenza, probabilmente in altra forma, a seconda del credo religioso d’appartenenza (per chi lo ha). Il vero della raccolta è dunque un concetto che rassomiglia molto all’osceno, a qualcosa da nascondere, come in questa: (altro…)

Valentina Colonna, l’inesprimibile sguardo (di R. Canaletti)

(foto di R. Canaletti)

Nella Gymnopedie n. 1 di Satie, Aldo Ciccolini vede un vuoto irrecuperabile. Quello proprio delle note che si posano, quella cadenza docile delle cose che non dovrebbero essere dette e che invece, attraverso l’arte, riescono ad assumere una forma. La cadenza sospesa (2015) recupera Satie in qualche modo, da una certa angolatura si può notare come Valentina Colonna appunti dei passaggi, delle vere e proprie note, sulla pagina. Valentina Colonna non scrive e basta, compone.

[…] Il tempo non va
che dove non sono.

Bisogna pensare a qualcosa di estremamente delicato ma anche profondo, ponderato, lasciato a fiorire tra la neve, nella docile prestazione degli oggetti e degli uomini su questa terra. Perché la poesia di Valentina Colonna è fisica e raccoglie con sé la luce dell’andare e del tornare, del muoversi. “La cadenza sospesa” sembra quasi impercettibile. Eppure prende corpo nei versi e cerca qualcosa di puntuale e specifico: la gioia. Perché la solitudine, che colora l’intera raccolta, non esita un istante: la gioia. Presa in contrapposizione magari, nel cloisonnisme che specifica i profili.

Ora che sono tornata
sono vuote le strade.
È finito anche il mercato
qui alla Crocetta.

Il lampione rovescia accanto,
appisola, poi passeggia
i muri fischiando.

Un tram è appena passato
e appesa ha lasciato la scritta “affittasi”.

Un tram la vedeva ogni sera.
chissà chi era ieri.

Quel tram che «è appena passato« è una possibilità. Ma non il ridondante e retorico «i treni passano una sola volta nella vita». La possibilità è esistenziale, è prima di tutto proprio la possibilità in sé, non un semplice percorso. La scrittura di Valentina Colonna è costellata di queste aperture, seppur sintetiche, di aria. Un’aria misurata, quella del respiro. E solo quella! Non c’è orpello che regga nel versificare: c’è una scelta attenta e cauta, fatta di immagini brevissime, che coinvolgono tutto ciò che è sufficiente (appunto l’aria per un respiro). Oltre quello lo spazio bianco, il punto a ricordare una certa “cadenza”. Mario Luzi diceva: «L’eccesso di parole significa scarsità di parole». Valentina Colonna sa prendere quest’insegnamento e sa farlo suo, lasciando aperto un non detto («[…] In fondo sai/ che i miei silenzi da sempre/ arieggiano tra le foglie armoniche/ per la nostra casa sollevata»). (altro…)

Luigia Rizzo Pagnin, Chi ti scolpì sapeva…

La partigiana (foto di Riccado De Cal)

Augusto Murer, Monumento alla partigiana, Venezia (foto di Riccardo De Cal)

Chi ti scolpì sapeva
la forma che può prendere
straziata
la materia di un bronzo.

Sapeva
come aggricciare nella figura
le pieghe e le piaghe
della tua resistenza.

Partigiana, portata poi
sulla riva dell’acqua
perché venisse la continua onda
a lambirti e
a rifarti viva.

Quale ragazza a Venezia sa
dove ora tu giaci?
Quale scuola le insegna
il tuo viatico?

Tu giaci eterna
nella città che fu
dei Sette Martiri

Eterna
e – forse – dimenticata.

© Luigia Rizzo Pagnin

Caregiver Whisper 22

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)

Premio letterario “L’albero di rose” – III edizione

 

III edizione del Premio Letterario
“L’albero di rose”

dedicato alla Festa del Maggio di Accettura

 

REGOLAMENTO

  • Il Premio è composto da tre sezioni:

Sezione I – Poesia inedita ispirata ai temi, alternativi tra loro, della Festa del Maggio, dei culti arborei e del rapporto tra l’uomo e l’albero.

È necessario inviare da una a tre poesie inedite. Ciascuna delle poesie non deve superare i trenta versi, preferibilmente per complessive 150 parole.

Sezione II “Leonardo Sinisgalli” – Poesia inedita ispirata ai temi di Sinisgalli antropologo: la poesia che scaturisce dall’urto con gli oggetti, simboli di culti primordiali; la mitologia domestica, la mitologia del luogo grezzo e sobrio. È nel luogo che meglio si leggono “le formule semplicissime che regolano il mondo”.

È necessario inviare da una a tre poesie inedite. Ciascuna delle poesie non deve superare i trenta versi, preferibilmente per complessive 150 parole.

Sezione III – Poesia edita; la silloge deve essere edita dal giorno 1° gennaio 2016 al 30 giugno 2018. (altro…)