Giorno: 31 marzo 2018

Rosaria Di Donato, Preghiera in Gennaio (recensione di Franca Alaimo)

 

Rosaria Di Donato, Preghiera in Gennaio  (Neobar eBooks)

Il messaggio che Rosaria Di Donato consegna ai lettori è espresso da una versificazione limpida, che trova ispirazione nei libri sacri del Cristianesimo, dai quali sono attinte alcune figure che, di fatto, diventano emblemi, sottratti al tempo e alla stessa connotazione storica, in cui vanno letti conflitti emotivi e situazioni del tutto attuali, a conferma della validità eterna della parola divina.
Tali figure (Lazzaro, Ruth, Maddalena) sono rilette, del resto, in chiave del tutto nuova: infatti la poeta si allontana se non dalla sostanza, dalla lettera del testo e dà spazio all’immaginazione, avvicinandole alla sua moderna sensibilità.
Tutto questo testimonia un approccio personale alla fede, una ricerca vivificata dalla propria creatività, sebbene rimangano, com’è giusto, intatte le fondamenta del credo religioso. La predicazione cristica, infatti, basata sulla pace e la fraternità, l’umiltà, l’abbandono al volere di Dio, il perdono, la speranza, sostanzia i versi della Di Donato, dando senso all’atto stesso del poetare.
Nella breve prosa che chiude la raccolta, l’amore divino e quello dei poeti viene addirittura messo a confronto, sebbene il secondo non possa essere perfetto come il primo per il semplice fatto che i poeti sono esseri fragili e imperfetti come tutti gli altri, sebbene chiamati, per vocazione, ad andare oltre il caos e la disarmonia del mondo.
Ora, scegliere come soggetto del proprio cantare la materia della fede è cosa rischiosa, così come parlare d’amore, perché è difficile non cadere nella banalità del già detto o nella retorica.
Dunque, quello che preme in sede critica non è tanto il soggetto del poetare, che si può più o meno condividere a seconda dei propri convincimenti filosofici e/o religiosi, quanto piuttosto vedere come l’autrice lo abbia risolto in poesia.
A me sembra molto interessante l’insistenza in queste undici poesie di una inquietudine interiore, nonostante sembri il contrario, che trova la sua “figura” nella ricorrente dualità di buio e luce e nelle immagini attinenti all’atto del fiorire/ germogliare dopo il morire, così come interessanti sono le immagini relative al fuoco e all’acqua, (simboli, quest’ultimi, che rimandano a molti riti cattolici). (altro…)

proSabato: Umberto Piersanti, Cinquantuno («I fascisti, ci sono fascisti a filologia moderna!»)

piersanti cupo tempo gentile

Cinquantuno

«I fascisti, ci sono i fascisti a filologia moderna!»
Era una mattina con manifestazione contro l’America, tanto per cambiare, e dal Rettorato e da palazzo Vecchiotti dove aveva sede al primo piano filologia moderna, gli studenti si accalcavano stretti tra il palazzo Ducale da una parte, palazzo Petrangolini e la chiesa di San Domenico dall’altra, giù fino a piazza Rinascimento. E il cielo era chiaro, l’aria tiepida d’un autunno inoltrato che stentava a diventare inverno: un mattino come gli altri con manifestazione e cappuccino, chiacchiere al Cortegiano e passeggiate per il Pincio.
I fascisti erano quattro: tre ragazzi nuovi della zona, ma già noti per le bastonate date a qualcuno dei nostri all’uscita delle discoteche e da altre parti e Loru il sardo, quello dal coltello, che metteva paura a tutti. Loru non faceva lettere, ma farmacia: magari stava con gli altri tre solo per proteggerli. Questi dovevano passare per forza in mezzo alla manifestazione, dovevano fare un esame di linguistica col professor Forlini.
Gli studenti erano tanti: i tre si strinsero dietro Loru che, tirato fuori il coltello, camminava piano all’indietro per raggiungere la porta. I più vicini cominciarono a sferrare calci, tenendosi però lontani da quel coltello, ma Loru, questa volta, doveva avere paura anche lui: teneva il coltello fisso davanti senza mai uno scatto verso gli avversari: solo qualche irrisione e minaccia com’era il suo solito, volto contratto e agli altri dietro dovevano tremare le gambe. Raggiunto il portone, lo rinchiusero subito: e quelli a gridare e a calciarci contro.
Gianni si fece largo e la sua voce era proprio potente: «Compagni, quattro picchiatori fascisti si sono rifugiati nell’istituto. Forlini gli deve intimare di uscire e noi puniremo come si deve la loro provocazione. Sapevano che c’era una manifestazione per il Vietnam e sono venuti apposta, per provocarci: ma gli è andata male».
«Oggi ritorneranno a casa tutti in orizzontale» urlò uno dalla corporatura esile e dal volto gentile.
Andrea era lì in mezzo, ma solo per curiosità: le aggressioni a lui non piacevano proprio, la caccia all’uomo lo disgustava sempre, da qualsiasi parte fosse fatta.
Uscì il professor Forlini, un bell’uomo tra i quaranta e i cinquanta, capelli bruni e lunghi, quasi un accenno da capellone e giacca verde chiaro su calzoni sportivi, ma di buon taglio.
«Ragazzi, devono solo fare l’esame: io sono antifascista più di voi e vengo da famiglia antifascista: ma questi sono esami, solo esami, e si debbono svolgere nel modo più calmo possibile».
«Sono picchiatori, picchiatori fascisti, e la debbono pagare!»
«Questo è il momento degli esami: potrete saldare i conti con loro in un’altra occasione».
«Non ce ne frega niente se è il momento degli esami, questa volta non ce li lasciamo sfuggire: Forlini, falli uscire e basta. È meglio per te» chi aveva parlato era uno cupo, col cappuccio dell’eskimo tirato quasi sopra gli occhi.
«Ho fatto tutto il possibile: io non c’entro, me ne vado. Ripeto, io non c’entro niente con tutto quello che succede da adesso in poi. Ho il diritto di andarmene, sono stato minacciato». (altro…)