Giorno: 30 marzo 2018

Tomaso Pieragnolo: poesie da ‘Viaggio incolume’

Tomaso Pieragnolo, Viaggio incolume, Passigli, 2017, pp. 72, € 11,00

Può il viaggio della vita essere incolume? Nel suo libro forse più intimo, suggerendo questa continua domanda nel fraseggio denso e incalzante caratteristico del suo stile, Tomaso Pieragnolo ci conduce attraverso una fitta trama di cammini, di esperienze e di ricordi, in un dialogo materico e al contempo immaginifico con la compagna di tutta la sua vita. Una conversazione ininterrotta, che raccoglie quotidianità e universalità con leggerezza fuorviante; intuizioni, attese, disinganni e ripartenze, maturati nella pluralità di esperienze tra popoli e paesi che l’autore ha incontrato e conosciuto a fondo. Leggendo questo poema ci si trova coinvolti nelle tematiche presenti fin dai suoi primi libri (l’amore come forza rigenerante, la figura femminile madre universale e custode della natura, l’incoscienza di una società indifferente e individualista) in un ipnotico e vitale susseguirsi di riflessioni e incantamenti che invitano alla visione e alla lungimiranza, all’auspicabile fioritura dell’essere umano e di un riconciliato divenire, nell’alternanza di caducità e fecondità che accompagna la nostra condizione transitoria, alimentando una fertile incertezza: «nulla/ e mai nessuno veramente ha mai/ vissuto la sua vita sulla terra.»

 

Ma voglio vivere finché non muoio – auspica lui
dal futuro approssimato – finché esisto
con qualcosa d’infinito che attende gli uomini
ogni volta che ricordano, ricordano
una volta e senza fine che furono amati
dal tramonto a un altro mondo, sconfitti
dal lucore senza dolo di tante stagioni
che le api inventarono, per renderci
sapevoli al miraggio di eteree fortezze
che domani svampiranno; perché
per ogni bacio c’è una lampada che accendono
labbra desolate che si amarono, cadendo
nello iato di ogni guerra che agli esseri tocca
di comprendere e lenire, oltre gli asti
che i corpi diteggiano
quando perdono il vero.

 

*
Lei si mette il suo vestito di ragazza e dice
– foglie, sogni, senilità dei regni – fino allora
cosa è stata la sua vita scordandosi rapida
le secche di settembre, dimentica
su spiagge lanceolate da venti africani
e da rugosi veterani, da pini
resinosi che osservarono salsedini ombrose
per i giorni del suo lutto. Lei ricorda
tutto questo e sempre tace la fuga o fallace
nostalgia della memoria, l’abbondante
privazione religiosa che porta un retaggio
di vagoni immacolati, di rotaie
che rimbalzano sul mare e in apice un sole
che schernisce nel ritorno; lei
si guarda nel mattino più contrito e dice
«andiamo, amore, a maritarci nuovamente,
sarò madre, sarò vela, sarò estrema
miniatura,
così stretta
alle tue braccia diverrò la donna
consueta alla partenza e ad ogni svio..

© Tomaso Pieragnolo

Tomaso Pieragnolo è nato a Padova nel 1965 e da molti anni vive tra Italia e Costa Rica. Con la casa editrice Passigli ha pubblicato nuovomondo (2010), che ha ottenuto riconoscimenti in diversi premi (Palmi, Metauro, Minturnae e Marazza e il premio Saturo d’Argento – Città di Leporano). Fra le sue precedenti raccolte Lettere lungo la strada (2002, Premio Città di Marineo, finalista Gozzano), L’oceano e altri giorni (2005, premio Minturnae Giovani, finalista Gozzano, Ultima Frontiera, Libero de Libero), Poesía escogida (2009, Editorial de la Universidad de Costa Rica e Fundación Casa de Poesía). Di grande rilievo anche la sua attività di traduttore in riviste e pubblicazioni, in particolare con l’antologia delle poesie di Laureano Albán, Poesie imperdonabili (2011, finalista Camaiore, rosa finale Marazza) e con quella di Eunice Odio, Come le rose disordinando l’aria (2015, in collaborazione con Rosa Gallitelli, finalista Morlupo), uscite entrambe nella collana Passigli poesia. Per l’associazione La Recherche ha curato i due ebooks di poeti ispanoamericani Nell’imminenza del giorno (2013) e Ad ora incerta (2014).

Maurizio Milano, Poesie da “Blatte resupine”

 

Il tramonto presenta nel sangue
regine alle rotonde
per venderci un utero
nato di scoglio, acido più del mare.

Il tramonto presenta, a vene aperte,
le cronache di questi giorni inutili
in cui qualcuno, stanco,
forse trova la strada mutola.

Il tramonto presenta
i turisti, la focaccia,
gli occhipinti, la condensa,
poi fugge obliquo e non spiega

la Madonna che cola
dal collo crespo,
l’ombra che decora
di quasi foglie la canotta.

 

Spietata polve, anche oggi
velluta le valigie
in assenza del coraggio
e il suo lazzo, aspirante

vetro, si dilata al vento,
demonio tumefatto,
ma non del tutto traluce,
sicché ogni singolo acino

ripristina il maltolto
com’oboli allo storpio
e decrepita riporta
la memoria rimanente

in sottani ove, scoprendoci
vastità disoccupate,
ci affidava, sottovoce,
le bevute un re di spade.

 

Sopravvissuta alla notte
per coltivare lo stendino
della pace quasi porta il contagio
nel logorroico sole.

O panni appassiti avete in voi
un presagio di tempesta,
questa casalinga può vomitare
tutta la luce che vuole.

 

Rosso umido indovinava
il nostro miglior tempo
nel buio pesto.
Ambizioni, paure, paludi,

tutto finisce nell’infinito e
la vacillante
ignoranza dell’ulivo
mi scardina il costato

come un luogo affollato,
come il futuro, come il pensiero
della polizia messa in borghese
per fissarci ad ogni angolo.

 

Forse è vero, Dio non sa d’origano
e quella, è solo una cazzata che invento
per lasciarti ancora qualche secondo
stupita al sorriso sugoso.

 

Parto da un aggettivo, parto da quel “resupine” che accompagna “blatte”; l’aggettivo rievoca in me non poche suggestioni, dal Sannazaro al Monti: dalle Rime del primo, lette e glossate con l’identica frequenza usata per l’Arcadia, fino alle pagine della Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al Vocabolario della Crusca del secondo. Un aggettivo insolito e aulico già per i classici della nostra letteratura (è presente pure nel Decamerone di Boccaccio), figuriamoci per un poeta esordiente con al suo attivo un’unica poesia pubblicata nell’antologia permanente “poesia ultracontemporanea” curata da Sonia Caporossi; un aggettivo altamente letterario, uno di quelli che ti si fissano da subito nella mente insieme all’immagine delle blatte a pancia all’aria, supine; un’immagine forte, perché fa immediatamente pensare alla fatica di tornare con le zampe poggiate al suolo per riprendere a vivere comunque una vita strisciante, ma pur sempre vita. Nel titolo della raccolta, in cui si scorge pure una vaga eco landolfiana, si condensa tutta la poetica di Maurizio Milano: accostare a un concetto quotidiano, basso, uno alto, letterario, aulico, e creare così un paradosso armonico che costituisce il sostrato a tutte le poesie della raccolta sia per ciò che concerne il tema della lotta, del conflitto nauseato e nauseante, innescato dalla quotidianità del vivere, sia per una questione meramente stilistica dove rime, assonante, allitterazioni agiscono in modo convulsivo (e compulsivo) per creare una propria armonia.

Le poesie proposte qui sono un campione, un’anticipazione di ciò che potrete leggere a breve; un campione dove trovo conferma di quanto detto sopra: della volontà di abbassare ciò che è aulico («strada mutola», «spietata polve», l’avverbio «ove» che saprebbe di scolastico rigurgito se non fosse incastonato in una quartina che dilata un quadretto da taverna, e che “rima” montalianamente con «oboli» di qualche verso prima), per avvicinarlo a ciò che è, di contro, basso, o d’uso.

Di prossima pubblicazione per i tipi di Italic Pequod, la raccolta Blatte resupine segna l’esordio sulla lunga misura del pugliese Maurizio Milano, classe 1991.

© Fabio Michieli