Giorno: 26 marzo 2018

Una poesia per la sera: Mario Luzi, In due

In due

«Aiutami» e si copre con le mani il viso
tirato, roso da una gelosia senile,
che non muove a pietà come vorrebbe ma a sgomento e a orrore.
«Solo tu puoi farlo» insistono di là da quello schermo
le sue labbra dure
e secche, compresse dalle palme, farfugliando.
Non trovo risposta, la guardo
offeso dalla mia freddezza vibrare a tratti
dai gomiti puntati sui ginocchi alla nuca scialba.
«L’amore snaturato, l’amore infedele al suo principio»
rifletto, e aduno le potenze della mente
in un punto solo tra desiderio e ricordo
e penso non a lei
ma al viaggio con lei tra cielo e terra
per una strada d’altipiano che taglia
la coltre d’erba brucata da pochi armenti.
«Vedi, non trovi in fondo a te una parola»
gemono quelle labbra tormentose
schiacciate contro i denti, mentre taccio
e cerco sopra la sua testa la centina di fuoco dei monti.
Lei aspetta e intanto non sfugge alle sue antenne
quanto le sia lontano in questo momento
che m’apre le sue piaghe e io la desidero e la penso
com’era in altri tempi, in altri versanti.
«Perché difendere un amore distorto dal suo fine,
quando non è più crescita
né moltiplicazione gioiosa d’ogni bene,
ma limite possessivo e basta» vorrei chiedere
ma non a lei che ora dietro le sue mani piange scossa da un brivido,
a me che forse indulgo alla menzogna per viltà o per comodo.
«Anche questo è amore, quando avrai imparato a ravvisarlo
in questa specie dimessa,
in questo aspetto avvilito» mi rispondono, e un poco ne ho paura
e un po’ vergogna, quelle mani ossute
e tese da cui scende qualche lacrima tra dito e dito spicciando.

 

© da Mario Luzi, Nel magma (1957)

Quattro inediti di David Primo

David Primo: Lisbona

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Etnografia di un mondo distante

Passi senza sonno fra le strade di questa città.
Timidamente un filo di nebbia
prende spazio intorno al mio corpo,
penetra la mente e si deposita,
come una cicatrice, nei miei pensieri.

Di notte il paesaggio è più compatto,
diventa una stanza chiusa
a cui confessare i peccati.
I palazzi intorno,
grigi dell’intonaco di esistenze consumate,
si avvicinano intimamente,
mi abbracciano senza dolore.
Le luci dei lampioni
perdono le forme, i contorni, le speranze:
sono abbaglianti gorghi profondi
che attraggono il desiderio,
lo ingoiano senza ritorno.

Il mondo tutto si contorce
e si ritrae in piccole isole
dense di emozioni soffocate.
Ho sacrificato la mia vista a questa città
e fors’anche la voglia di vedere ancora.

 

Lisbona frammentata

Non mi sono lasciato il tempo di pensare,
ho cercato somiglianze nei meccanismi nella metro,
riempito gli spazi,
sviluppato antipatie,
sezionato i simboli
cercato nuovi luoghi
dove accendere la mia sigaretta rituale.
Non più un sottopassaggio umido,
ma una salita scivolosa.
Non più la voce delle macchine,
ma l’urlo scomposto degli aerei.
Non più le nebbie compatte,
ma un vento ossessivo.

Fingo di capire
sapere dove andare
illudo di ascoltare.
Mi identifico
proietto,
incorporo,
nego.
Tutte le contraddizioni del paesaggio
le sento a fil di pelle.
In qualche modo questo degrado ben composto
mi appartiene: le poco accorte giustapposizioni,
gli stili in lotta, il non saper mai se crollare o risplendere.

Ma queste viste a picco mi sono straniere.
La città mi seduce per frammenti,
momento dopo momento,
sfugge ai miei occhi
tenendomi legato a sé mentre mi respinge.

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Maria Lenti, Ai piedi del faro (rec. di G.P. Stefanoni)

Maria Lenti, Ai piedi del faro, La Vita Felice, Milano 2016

Non c’è separazione di mondi, non esiste un mondo appena fuori dalla porta e un mondo lontano, di terre e di esistenze a noi estranee: è questa la lezione di vita prima che di scrittura di Maria Lenti, una vita da insegnante e poliedrica autrice che nella poesia ha l’espressione del suo timbro più alto (in un impegno di presenza testimoniato anche nella attività politica – è stata deputata infatti per Rifondazione Comunista). Così lo sguardo, così vivo, così curioso e pronto ad indignarsi o a innamorarsi, che sa passare abilmente tra le strade della natia Urbino a quelle delle rotte diversissime di Samarcanda e dall’Uzbekistan alla Cambogia, ci testimonia la ferrea volontà di comprendere e di testimoniare “la trama del rovescio” di un tempo che rema contro se stesso tra squilibri socio economici, assenze di riferimenti culturali forti e dispersione di valori. L’opposizione allora viene dalla conoscenza, dal circolo stesso di una memoria saldamente allacciata al presente nella sottolineatura delle mancanze e delle crepe, di quel dialogo intessuto di reciproche interrogazioni che fanno la cultura stessa di un paese a partire dai margini di un’inclusione o meno di tutte le sue componenti («Sentirsi nel gioco/ del desiderare e fare/ sul pieno di un insieme/ insieme che eravamo» – ci dice per voce e per eco). Proseografia della paura, questo (dal titolo di un testo) il crinale su cui si muove, disgiunta la comunità umana tra chiusure di fabbriche e disoccupazione giovanile, disastri del territorio e sangue di migrazioni in quell’«inferno posato sulla terra» di cui qualcuno nella «sepoltura d’intenti», nel «rimestare ciò che non è» di una politica dei debiti, è chiamato a rispondere. Perché è una questione di scelte e la scelta della Lenti è nella condivisione, a partire e nel cuore di un femminile che (seppure  ancora colpito da parte di uomini, mariti-padri padroni) leva con forza la sua controfilastrocca a fronte della paure e delle cancellazioni di mercanti, urlatori e recitanti nel vuoto di una “lingua intorbidata”. E che può essere vinta solo all’interno del suo stesso meccanismo, nel cortocircuito provocato da “una parola nuova” che in queste pagine si risolve in un tono tra il prosastico appunto, il colloquiale e un dotto leggermente abbassato a dire l’ironia nell’etica meditata del mondo, l’ironia ancora nella sapienza d’indagine sovente unita a sillabe e strofe ora frante tra esplosioni e rincorse di rime ora accese in argutissimi, non-sense del reale. (altro…)