Giorno: 24 marzo 2018

Angelo Pellegrino, ‘Piombo felicissimo’ (nota di lettura)

Angelo Pellegrino, Piombo felicissimo, Roma, Stampa Alternativa, 2005, pp. 174, € 10,00

Che la città e il corpo femminile possano sovrapporsi, nelle pagine letterarie da molti secoli dietro di noi fino a oggi, è ‘pre-testo’ noto. E che l’attraversamento cittadino si confonda − etimologicamente “fondersi con” − (con) l’amore, per i luoghi e per una persona, risulta efficace, in una narrazione, per caratterizzare personaggi e spazi, per dare loro un timbro, un fondamento; per fare della realtà ‘letteratura’. È da questa consapevolezza − tradizionale − che si parte a leggere Piombo felicissimo di Angelo Pellegrino: dal «caos, furore, sangue» che invadono le strade di Palermo e dalla storia privata che il protagonista narra in un andirivieni carico di emotività confusa. Un’autofiction che porta al proprio interno la scoperta di nuove consapevolezze, di una vita che può ripristinarsi dopo una fuga dentro di se stessa. Nella vicenda − contemporanea in tutto − resiste, tuttavia, e persiste una certa indagine umana e territoriale insieme: Oliva, la donna di cui lui s’innamora, riporta tutte le qualità della sua terra, tutte insieme, anche nell’accostamento dei contrari, anche nella riappropriazione delle asimmetrie che la Sicilia mostra, «ironica e straziante». Si contrappone così alla città di Roma, quella in cui il protagonista vive da molti anni − soffocante, ombrosa.
Si sbaglierebbe a dire che il titolo è un ossimoro: è, invece, una riuscita analogia, che lega le vite degli attori di questa storia tra loro alla più grande “trama” dell’antica città siciliana e della sua popolazione. Ma nel titolo vive anche il grigio, colore assimilabile a uno stato d’animo fumoso, indecifrabile, complesso, psicologicamente associato alla cenere che viene dal fuoco; secondo Kandinskij rappresentava una “immobilità desolata” come quella che si avverte in queste pagine, alla ricerca di un oltrepassamento, di una condizione di rinascita.

© Alessandra Trevisan

Riprendo dai Quattro Canti, discendo il corso Vittorio Emanuele verso il mare. Attraverso via Roma e dopo un po’ di metri svolto  destra in via Alessandro Paternostro. Al numero 48 è il barocco Palazzo Briuccia, già Cattolica, con bel cortile e portico e loggia su un lato… la Guida non dice altro e altro non aggiungerei se non avessi abitato quel palazzo. Lo conosco dentro. Apparteneva a una mia zia discendente degli Antinori che aveva fatto il ’48, ma che poco parlava di quelle tradizioni risorgimentali per via della solita negazione siciliana del passato. Che assurdi i miei palermitani! La mania della nobiltà ma il rifiuto della Storia, una razza impossibile. Ho sempre pensato che l’estensore della Guida abbia scambiato questo grandioso palazzo da tempo ridotto ad appartamenti borghesi per qualche altro, perché non vi si trova un portico ma due eleganti ponti su doppia fila di belle colonne al centro del cortile, che congiungono i due corpi dell’edificio. Passeggiare su quei ponti ariosi e leggeri  quattordici anni è stata una vera esperienza di vita aristocratica per un ragazzo che si nutriva di solitarie esaltazioni.
Questo stesso cortile, deformato fino ad assumere il fastoso aspetto di un palazzo orientale, si è rifatto vivo in un sogno decisivo. Vagavo per una Palermo dorata nell’aria di tramonto, devastata come è ancora la zona del porto, ma molto più araba nelle piazze desolate, nei palazzi cadenti, dove si fondevano immagini di Mogadiscio e di San’a con quelle di una Palermo più ricca e fascinosa della realtà. Mi ricordo questo sogno unicamente perché precedette di qualche giorno il primo incontro con Oliva a Roma. O meglio me ne ricordai subito dopo, quando ripensavo ai caratteri di quell’incontro. Di solito i miei sogno li risparmio anche a me stesso, non li ricordo. Questo invece mi fece grande impressione, forse perché in quel periodo il desiderio di tornare indietro nell’Isola occupava tutte le mie giornate. Mi prendeva alla gola con violenza mista a una dolcezza che mi scioglieva e che temevo. Il desiderio di ritrovare l’anima trascorsa e dimenticata, che prende tutti prima o poi. Un tentativo per ripartire da una vita bloccata. C’è stata un decisione, un atto forzato, lo riconosco. Oliva l’ho evocata, non è un incidente.

© Angelo Pellegrino

proSabato: Giovanni Comisso, ‘Riposo su una collina’

proSabato: Giovanni Comisso, Riposo su una collina

Mi piaceva una breve spianata tra piccole colline. Asciutta e raramente erbosa, pavimentata da detriti di roccia, aveva per sfondo l’alta parete di un monte vicino, tutta costruita di stratificazioni sovrapposte le une alle altre, contorte e chiazzate di rossastro. Solitaria e tiepida come un sacrato di campagna, non era stata invasa da alcuna costruzione di guerra, né mai v’era caduto alcun colpo di artiglieria. Come fosse stata un mia camera segreta, vi andavo quasi a nascondermi ogni volta la stravaganza dei miei superiori mi faceva subire rimproveri immeritati. Allora veniva che in quel luogo abbandonato mi dimenticavo della mia divisa e della guerra. Quel monte scarnificato dai ghiacciai della preistoria e quell’altra parete costruita forse dal fuoco o forse dal mare, distraevano a osservarli. In seguito m’accorsi che era più bello stare sulla cima d’una delle piccole colline attorno. Colline senz’alberi, tumoli di detriti del monte.
…..Una mattina (l’aria era tutta un giuoco di venti dolci) mi chiamarono d’urgenza al Comando di Divisione. Era il maggiore addetto ai servizi tecnici che voleva parlarmi. Il giorno prima avevo presentato una richiesta di materiale che secondo gli insegnamenti del corso allievi ufficiali, ritenevo necessario agli impianti telefonici della zona, per impedire l’intercettazione. Il maggiore voleva delle spiegazioni. Abituato ai sistemi dozzinali del comandante della mia compagnia, che si trovava in licenza, non volle intendere le mie insistenze e mi stracciò la richiesta. ebbi ancora l’ingenuità di pregarlo che mi facesse avere almeno un po’ di nastro isolante (animandomi con passione, come per una cosa necessaria personalmente a me), allora egli s’alzò e presomi per un braccio, m’accompagnò nella stanza degli scritturali, dicendomi in loro presenza, in diletto lombardo, di andarmene e di non seccarlo più. Ne uscii umiliato nel mio entusiasmo di giovane ufficiale. Nel rifare l strada tra i filari dei meli dove le frutta luccicavano acerbe contro l’ombra degli alti monti, sentii il passo d’uno che mi correva dietro. Era un mio soldato, che saputa ogni cosa dagli scritturali, mi veniva a spiegare, come poco prima stando al centralino, avesse inteso il colonnello del genio del Corpo d’Armata, sfuriare col maggiore per gli eccessivi prelevamenti di materiale. − Mancanza assoluta di comprensione, − gli aveva gridato; e chiuse il telefono senza voler intendere ragione. Capivo, perché ero stato trattato così male, ma già mi consolava l’idea di trovarmi nella mia solitudine tra le piccole colline. Il vento intermittente, tepido e piacevole agli occhi mi accompagnò al solito posto e come mi distesi per terra mi passò con tale tenerezza sul volto da farmi reclinare il capo come su d’un cuscino tra l’erba fresca e piena d’ombre. Allora mi piacque guardare tra i fili d’erba simili ad alberi d’una foresta, intessuti tra loro per resistere al vento; e meglio osservando, scorsi una carovana di formiche, lucide, negre, agili e pulite passare interminabile. Sospettose e vigilanti alcune deviavano ai lati del percorso per fiancheggiare la marcia del grosso della colonna e nell’incontrarsi con altre che provenivano in senso opposto, si fermavano per un breve abboccamento come per comunicarsi le informazioni topografiche necessarie. Pareva difettassero di provvigioni e partissero in esplorazione e conquista verso lontane terre promesse. Il vento mi portò d’improvviso un attacco risoluto di musica suonata al di là dell’Isonzo, ai piedi del Polunik tutto formoso di nuda roccia. Era una banda reggimentale che s’esercitava, chiusa in una baracca. Il monte copriva con al sua ombra tutta la curva del torrente. La musica veniva a sbalzi, sorvolando le acque tremule e il piccolo paese dove le case si alternavano di alti alberi. Suonavano la marcia dell’Aida, ripetendola così comicamente da farmi ridere da solo. Preso da una leggera allegria tolsi dal taschino della giubba una sigaretta e allora m’accorsi che una mosca grossa e grigia stava fissa sulla mia mano intenta a succhiarmi il sangue. Un dispetto immediato mi animò l’altra mano e gliela sbattei addosso rapida come un fulmine. La mosca tramortita cadde sull’erba e chinai il capo per cercarla. Non era morta, era caduta sul percorso delle formiche, subito fattesi sopra per stringerla avide e feroci alle ali e alle zampe. Dopo alcuni morsi già la portavano via, prima in tre o quattro, poi come misurato il peso, in du soltanto. «Come ogni avvenimento si coordina!» mi venne da dire, e accesi la sigaretta.  (altro…)