Caregiver Whisper 16

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è.

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Zungoli (particolare di Gianfranco Vitolo)

5 gennaio 2016

Nei primi anni cinquanta a Zungoli, il posto in cui sono nati i miei genitori, c’erano seimila abitanti; oggi sono poco più di mille. Il paese era pieno di cantinette e di soprannomi, di vino allungato e di taralli così duri da rischiare di scheggiarsi un dente.
«L’unica cosa certa – dice mio padre – è che anche se c’erano poche lire in quel periodo eravamo felici.»
Mia madre gli fa subito eco: «Sì, è vero, eravamo felici.»

Zungoli è un caratteristico borgo medievale che si trova a 657 metri sul livello del mare. Ha strade irregolari e strette che seguono l’andamento morfologico del territorio ed è considerato uno dei borghi più belli d’Italia. Ne ha parlato nei libri e sui giornali anche Franco Arminio, che è nato e vive a Bisaccia, 30 km più in là. Mio padre, prima di trasferirsi a Milano, è vissuto a Zungoli fino ai diciott’anni, all’ombra di un castello normanno costruito nell’XI secolo e di un Convento del 1500; quando vi è tornato, a quasi ventisei anni, l’ha fatto per sposarsi e portare via mia madre.

Per darmi un’idea, Sebastiano racconta che con trenta lire si potevano comprare cinque uova mentre un pacchetto di Alfa ne costava dieci. Lui fumava di nascosto da sua madre e da suo nonno e, a volte, trovava il modo per riuscire a fregare anche qualche sigaretta sfusa, giocandole a carte con i suoi amici.
Con centocinquanta lire ci si poteva fare un taglio di capelli. Lui aveva preso un accordo con uno dei parrucchieri del paese, un certo Giuann Antonio e, con venti chili di grano poteva andare da lui una volta al mese, per un anno intero.
Mi spiega che, in quel periodo, un quintale di grano veniva pagato 50mila lire.
Sebastiano raccoglieva il grano per conto di suo nonno Nicola e poi lo portava al mulino con l’aiuto di un ciuccio. Una volta venduto il grano, passava all’ufficio postale a depositare i soldi. Cercava sempre di raccogliere quattro o cinque chilogrammi in più, per poter tenere da parte quei pochi soldi di differenza.
«Ma dai, facevi la cresta!», affermo ridendo.
«No, che cresta? Mi prendevo solo quello che mi spettava.»
Il lavoro era duro e mio padre ancora minorenne; per lui quella piccola cifra significava non dipendere dalla madre.
«Sai, non è come oggi che se un figlio ha bisogno di pagare una bolletta chiede ai genitori e il padre gliela paga. All’epoca non c’erano soldi e si faceva davvero la fame.»
È una cosa che continuano a ripetere tutti e due. E poi, aggiungono sempre, a turno, che erano felici lo stesso.
Mia nonna paterna, Filomena, prendeva mille lire al mese perché aveva due figli minorenni orfani di guerra. Mia nonna materna, invece, faceva la sarta e spesso veniva pagata in cibo. In quel periodo il baratto era ancora molto usato.
[Una delle frasi che sentirò più spesso durante l’evolvere della malattia di Lucia sarà proprio “mia madre faceva la sarta”, seguita da un racconto che mischia cose realmente accadute con cose che esistono solo nella mente di Lucia.]
Anche le scarpe, racconta mio padre, non erano certo come quelle che vediamo oggi.
«Sotto non c’era mica la suola: c’era il legno con la tomaia e, quando iniziava a piovere, ti bagnavi tutti i piedi. Pensa che il mio primo paio di scarpe, dico il primo paio di scarpe vere, l’ho comprato che avevo già compiuto sedici anni. Erano scarpe usate.»
L: «Ma ti ricordi quando andavi a cavallo?»
S: «E che c’entra?»
L: «Niente, ma mi è venuto in mente quando passavi davanti casa. T’arricuorde
S: «Vuoi dire col ciuccio?»
L: «Sì, con quello lì.»
S: «Certo che mi ricordo. A volte lo caricavo con quello che mio nonno mi dava da vendere e altre volte ci andavo su per non farmi la salita a piedi.»
L: «E ti ricordi anche quando sei caduto?»
Mio padre sorride ma non risponde.
L: «Uagliò, tu non lo sai. Era sopra il ciuccio quando è passato davanti casa mia e ha iniziato a fare il fanatico.»
M: «In che senso faceva il fanatico?»
L: «Lo dovevi vedere! Di solito passava davanti casa mia e dopo qualche secondo tornava indietro per poi allungare la testa, per farsi notare. Quella volta, appena ha iniziato a fare il fanatico, il ciuccio ha scalciato e l’ha fatto cadere. Dovevi vedere! Proprio come un salame: pamm
Mia madre accompagna quel suono con un gesto del dorso della mano che taglia l’aria, a lasciar intendere la caduta e il successivo tonfo.
L: «Dovevi vederlo – continua ridendo – è caduto proprio faccia a terra mentre sorrideva. Secondo me è per questo che ora ragiona così. Vero Vastià, è così?»
Lui sorride anche adesso e replica pronto: «Ringrazia che quel giorno sono caduto, altrimenti mica me spusavo cu’ te
L: «Eh, ma mi facevi contenta. Così ero libera e magari mi facevo pure suora.»
Poi mi guarda e ride.
L: «Ma tu stai tranquillo. A te in qualche modo ti facevo lo stesso, anche di nascosto.»

© Marco Annicchiarico

 

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