Giorno: 2 marzo 2018

Luigi Finucci, da ‘Il canto dell’attesa’

 

Hai steso delle briciole
per giorni di pioggia, le finestre
d’occhi curiosi il respiro
si è riposato l’indomani.

Abbi cura del silenzio
d’estate la memoria
si adagia sui lati
di una scelta mancata.

 

*
La carne richiama all’origine,
e si diventa quasi uomini.

Il legno diventa ponte
e l’aria si profuma all’incontro,
una mano si porge nel mistero
proprio come ieri, in solitudine.

Lo sguardo segna un legame nuovo
e quello vecchio è una radice da staccare
così il seme viene donato
in un giorno qualunque – in silenzio:

nelle ore notturne
s’arricchisce il fiore
spuntato per caso, sul tocco
di una carezza,
di una carezza.

 

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La strada di Alexander Langer (di Sandro Abruzzese)

dal sito della Fondazione Alexander Langer http://www.alexanderlanger.org

 

La strada di Alexander Langer

 

 

 

«Sai che la tua terra/ ti può far morire/ non per nostalgia/ (questi tempi ormai son passati)/ ma per l’esperienza che nessuno ti ama […]/», «[…]crivellatemi/ la faccia senza bendarmi/ gli occhi/ le mani dietro le spalle/ tritolo sotto i testicoli/ come si/ conviene/ al tirolo/prima però/ per piacere/ con passo fermo e deciso/ vi darò un calcio/ da far traballare tutte le vostre aquile», scriveva Norbert Kaser alla fine degli anni ’60.
Non so se i versi di Kaser siano quelli di chi, come pure ha ricordato Claudio Magris, ha «volutamente incarnato» l’impasse e la conseguente ribellione dell’intellettuale contro la gabbia della piccola patria sudtirolese. Non credo alla volontarietà di questa scelta. Certo, potremmo cominciare proprio dall’agosto del ’78, al cimitero di Brunico, quando un gruppo eterogeneo di militanti politici, ex studenti, sindacalisti, si ritrovò intorno alla bara del giovane Norbert Kaser e quella giornata amara, avvolta da un silenzio impotente, fece sì che un suo amico annotasse: «è più facile piangere un amico comune che intraprendere una strada comune per il futuro.» Se è la piccola, angusta patria sudtirolese, a sfinire Kaser; se questa Heimat, come tutti i luoghi di frontiera, risulta angosciata dai confini, dall’identità, finendo per produrre una classe politica e culturale altrettanto ambigua, conservatrice e gretta; sarà questo stesso ambiente a generare il proprio migliore antidoto: il suo nome è Alexander Langer.
Nove anni dopo Brunico, Langer si chiedeva pubblicamente se il Pci avrebbe mai avuto il coraggio di aprirsi alla società civile, ai movimenti, di essere meno partito e usare il suo riconosciuto e «prezioso bagaglio ideale e politico» per mettersi insieme all’ala ecologista del Paese. Voglio quel posto a Botteghe Oscure, tempo dopo avrebbe titolato una lettera aperta del politico sudtirolese pubblicata su «Cuore». Siamo nel ’94. C’era ormai da tempo in Langer qualcosa di unico nel panorama politico italiano come la consapevolezza che democrazia vuol dire «piccolo e radicato nella quotidiana realtà dei piccoli», difesa delle voci marginali e ascolto dei “disertori” che esistono tra le file dei conquistatori. C’erano l’antidogmatismo, lo sprezzo per i settarismi, nonché la diffidenza nei confronti delle grandi organizzazioni partitiche e dello stato centralizzato. Sarà appunto questo scetticismo per le grandi aggregazioni, – l’unico vero elemento di distanza dalle posizioni dell’amato e seguito Lorenzo Milani, – a fare di lui un intellettuale dei luoghi indifesi, unendo così idealmente la nativa Sterzing alla sarda Ghilarza, alla leviana Aliano, o a Tuzla e Sarajevo.
L’unica via percorribile per il Sudtirolo, avrebbe detto Langer, per poi ripeterlo nella ex Jugoslavia, in Albania o dovunque riconoscesse muri e divisioni di carattere culturale o etnico, è “insieme o niente”. La convinzione che la democrazia prima di tutto fosse comunanza umana, il mondo visto da Sterzing o da Bolzano, lo avevano reso un costruttore di ponti. Aveva quindi propugnato la necessità di una nuova e allo stesso tempo antica cultura fatta di radicamento, di convinzioni etiche e religiose, senza cui la politica nulla avrebbe potuto. Il suo ecologismo poi, è volano di uguaglianza, nuova organizzazione sociale che riconosca i limiti e i danni dell’accrescimento continuo. È un’ottica diametralmente opposta al cieco urbanocentrismo imperante, in grado di ravvisare, nelle presunte arretratezze regionali, aspetti positivi quali la solidarietà del vicinato, la biodiversità dovuta alla policoltura, le fievoli differenze economiche e sociali. (altro…)