Giorno: 22 febbraio 2018

Alcune poesie di Ekaterina Grigorova (tradotte da Emilia Mirazchiyska)

 

Имах талант да плача за всички вас,
които бяхте двама в началото. После станахте повече,
все повече и по-малко от това. Накрая никой нямаше да умре.
Но да не преувеличаваме, защото можех да забравям най-важното.
Как стигнах до теб все пак не е чудо, а обикновена история.
Аз бях повърхностна и лековерна, съвсем повърхностна,
но не добра, а нежна и свирепа;
и не за любовта, тогава не, а за летежа на тялото.
То свистеше, зъбите чаткаха като копита, както сега
от бруксизма нещо екне.
Но да не преувеличаваме: мракът не винаги помага на крадците.
Въпреки че съм ужасена от сънищата предупредителни,
от тях повече, отколкото от предупреждението,
понякога нощите са пълни с хиацинт, хиацинт,
И макар да има натрапчивост и коварство в думата,
нека не преувеличваме нейното съвършенство..

Avevo un talento per piangere tutti voi
eravate due all’inzio, poi vi siete moltiplicati
sempre di più ma non importava. Alla fine nessuno moriva.
Ma non dimentico mai l’essenziale.
Come sono arrivata da te non è miracolo, ma una storia qualunque.
Ero superficiale e credulona, frivola assai,
buona no, ma dolce e feroce;
non per l’amore, allora no, ma per il volo del corpo.
Fischiava, i denti picchietavano come zoccoli, ora
dal brusio qualcosa rieccheggia.
Non sempre il buio aiuta i ladri
Anche se terrorizzata dai sogni premonitori
− più dai sogni che che dal monito −
le notti sono piene di giacinti e giacinti
c’è qualcosa di ossessivo e perfido
nella parola e non si può esagerare la sua perfezione.

.

вашите ръце ми показаха какво да виждам
от ръцете ви какво да не виждам когато се уча
да бъда пътуващ път и да не бъда нито той
нито аз понеже вашите ръце дариха тези куполи
бетона и пълноводните улици
милосърдието за приют на наказанието
го направиха ръцете ви не за мен
но чуйте само как им благодаря и не проклинам
което някога обичах.

le vostre mani mi mostravano cosa vedere
delle vostre mani e cosa non vedere quando imparo
mentre sono il viaggio e non sono più io
le vostre mani ci hanno regalato queste casematte
il cemento armato e le vie inzuppate d’acqua
la misericordia ospizio per martiri
fatto dalle vostre mani non sono io lì
ma ringrazio lo stesso e non maledico
quello che una volta amai (altro…)

Racconti killer: “Morte del piccolo principe e altre vendette” di Claudia Palazzo

La speranza può essere anche vendicativa e violenta, e gran parte dei nostri desideri non hanno nulla di edificante e di nobile. Tutta l’aggressività che dobbiamo sublimare per essere individui civili e morali  ritorna a essere ogni tanto qualcosa di più di un presentimento. Per questo passa un’aria rinfrescante e liberatoria attraverso i sei racconti di Claudia Palazzo (Palermo, classe 1991), pubblicati meno di due anni fa dalla casa editrice Il Palindromo: sei racconti per sei desideri di vendetta, non solo confessati ma esauditi. La prima vendetta, che dà anche il titolo al volumetto, avviene contro un personaggio diventato negli anni quasi un obbligo pedagogico e sentimentale, ovvero il principino della strana e affascinante fiaba spaziale di Antoine de Saint-Exupéry. Una storia con molte finezze letterarie, che ha però un’inclinazione (per l’appunto fiabesca) verso l’infantile e il naïf, e per questa ragione lascia in molti di noi un sentimento contraddittorio, qui scivolato del tutto e definitivamente verso il suo polo negativo. Altri non sarebbe infatti il piccolo principe che il figlio adulterino e prematuro del marchese e della povera serva scacciata e poi tornata sotto mentite spoglie per restare accanto al bambino, che nel frattempo è però cresciuto sotto la cappa di snobismo screanzato della marchesa. Risulta così un enfant viziato, petulante, con una “vocina pastosa e acuta” (p. 11) peggiorata dall’erre moscia, dotato dalla nascita prematura “di un certo prodige, di una sconfinata fantasia” (p. 12). All’ennesima rispostaccia, cuore e mano di madre, “«Ciaff!» un colpo secco, su una guancia” (p. 13), e poi le dita strette al collo per impedire la sirena, l’allarme, la condanna a morte…  E mentre la madre viene “ugualmente trascinata via in catene verso la gattabuia”, il bambino ancora vivo ma in coma inizia un sogno: “e quel sogno, il sogno di un bambino prematuro in coma, voi lo conoscete già” (p. 16). (altro…)