Giorno: 20 febbraio 2018

Gianfranco Barcella, inediti da ‘Il labirinto della luce’

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IL LABIRINTO DI LUCE

Scoglio radente allo stendardo del mare
mi rifletto sull’acqua qual vessillo d’ombra;
imbarcadero in un recondito golfo
attendo all’ancora un cenno del comandante
per iniziare a navigare nell’eterno presente

E farò naufragio fra picchi orlati di verzura
fino all’ultimo bordo; non lascia orma
di vita nell’oblio che dura, tristemente a terra.
Come l’azzurrino fiore di ciano
in un labirinto di luce,
baciato da un raggio porporino,
non voglio perdermi in un tragitto vano.

 

L’ECO DEL SILENZIO

Un sonno continuo mi sigilla la mente
come di creatura che non sente.
Il tocco degli anni terreni risuona
di sterile vita

e mai così seducente, nel silenzio delle ore,
ho sentito il sapore del bacio sulle labbra,
bagnate d’amore.

 

RETELIT

È inutile vivere sopra tutte le splendide apparenze,
oscillando come un batter d’ali verso il giorno che respira
nel cosmo immanente, tutt’intorno

La natura fulgida e sovrana degli scambi quotidiani
ci concede solo una vita in elemosina che si dissolve
in ricordi vani come un mare d’ansia.

Malinconia profonda fa vibrare le corde dell’anima,
vana sostanza che cerca un punto fermo d’appiglio
in un perenne franare di vita,
sospinta da un impeto invisibile che fende

lo spazio di un bit. Venendo al mondo
senza sapersi uomo, prima di scoprirsi vecchio,
tutto credendo di capire quando si è vicini alla lusinga
di inutili speranze, è meglio affidarsi solo al retelit.

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Io e I Langolieri (una storia d’amore)

“Quattro dopo mezzanotte”, la raccolta da cui è tratto il racconto I Langolieri

Non mi ricordo più per quale follia, ma mi ritrovai a comprare un biglietto dell’autobus per il mio ritorno da Firenze, dove avevo tenuto una presentazione, per Roma. Un biglietto dell’autobus, non del treno. Questo voleva dire non percorrere il Tirreno, ma salire fino a Bologna e da lì riattraversare gli Appenini fino alla Capitale. Follia, per questo non riesco a ricordarne il motivo. Ricordo solo che chiesi all’agenzia di viaggio due cose: la garanzia di un bagno in autobus, e la certezza di potermi fermare a fumare almeno una volta.
Ringrazio il cielo per questa follia, perché mi ha permesso di finire I Langolieri in un’atmosfera di viaggio ininterrotta, senza mai un ritorno a casa, dai tavolini risicati di un bar attorno al giardino di Boboli lungo il tragitto pazzo di un autobus che da Firenze risale a Bologna e che mi vede, con buona pace dell’autista, con le ginocchia al petto e una merendina in bocca tutta presa, rapita e trasognata, tra le pagine di un libro di King.
E solo King poteva chiamare racconto e non romanzo una narrazione di più di duecento pagine, e solo King poteva fare racconto e non romanzo di duecento pagine e passa, ognuna di loro perfettamente aderente, mai divagazione ma sempre necessità, incollata al nucleo pulsante della costruzione come carta moschicida. Perché I Langolieri parla di dieci persone, dei loro passati e presenti e può darsi futuri, nella cabina asfittica di un aereo come nell’ambiente di un aeroporto deserto, e ci permette di avere con loro dieci la confidenza e la familiarità che si ha con un amico. I Langolieri parla, soprattutto, della nostalgia e del rimpianto e del tempo che ci scorre attraverso, e lo fa proprio guardando in faccia quel tempo e non permettendogli di essere né individuale né nostalgico, ma bestialmente pronto a divorarci non appena sentiamo di averlo trascorso, di averlo perduto. (altro…)