Giorno: 9 febbraio 2018

Laura Moro: inediti

 

Rabbia di sassi
senza lanci
Il cielo cambia balcone
rimane pergamena di domande

c’è sempre una finestra
da dove spegnere aneliti in volute di fumo paziente

pazienti i giorni
di finestra in finestra

più a sud ho avvicinato i monti a popolare uno sfondo nordico di nuvole passeggere
preparando per te nidi d’oro
di anno in anno

l’oro dei miei nidi lo so, è solo foglia
luccichio sottile
polvere
come su addobbi in terracotta
stella, fiore, quadro, cuore
fatti con forme per biscotti
ad addobbare un minuscolo abete, piccolo, ma vero,
in vaso
l’inverno era promessa, nostalgia in lingue straniere

l’estate non c’era
ma eccola l’estate
a te, nella nostra casa bianchissima
senz’addobbi
ho colorato tanto il mondo per rendercelo
allegro da farti desiderare il bianco

eccolo dunque
luce abbagliante
nella tua estate senza maniche e senza respiro

io piccola ape rimango a costruire nidi d’oro,
fragili da infrangere, com’è giusto che sia per i tuoi anni incendiari

pace saltuaria al davanzale
di finestra in finestra
ogni tanto un monte a dirmi che ho gambe e occhi,
un bosco per il resto
e volute di fumo con cui
ho imparato a spegnere i miei fuochi

mi capita a volte tuttavia
di incrociare un certo sguardo e di attendere come
la metà di un racconto

(a mia figlia)

 

Autunno

Hai cambiato abiti
avvolto
mascherato d’inverno
ti allontani

tra noi qualche congettura
supposizioni inedite
le vesti dell’apparenza

le stesse che nemmeno l’estate è riuscita a sfilarci

In questo bruciare di colori
cado in me stessa
frutto maturo

sprecata non colta
cado dall’albero carico
di sguardi brucianti
abusi di metafore
rimbalzo ridondante contro una dura scorza

la mia

fuori
mi faccio secca,
fredda per l’inverno
mi stingo e perdo peso

oggi sto
nascosta nelle parole

poi proverò a trascendere

la centesima storia senza gesto

una di tante

Tutto in natura
fa eco al mio precipitare
festa fragile
fino al ventre di mia madre

 

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Fernando Della Posta, Cronache dall’armistizio

Fernando Della Posta, Cronache dall’armistizio, Onirica edizioni 2017. Prefazione di Anna Maria Curci

“Vano è gioire per l’ultima tregua”. Cronache dall’armistizio di Fernando Della Posta

Ingenuo è illudersi di vivere in una pingue e placida pax, se non più augustea, comunque infarcita da bollettini mediatici edulcorati. È tregua armata, questa lunga teoria di dismissioni che viviamo. Il poeta, occhi aperti e sensi tesi, scruta le orme, le rischiara, getta luce cruda sugli interstizi.
Le diverse sezioni che compongono Cronache dall’armistizio di Fernando Della Posta (I diritti di tutti e fatti di cronaca, Metagrafie, Secondo Cuore, Ai margini, Sogni, Jazzin’ City dawn) mantengono la promessa del filo conduttore annunciato dal titolo e introdotto con passo sicuro, efficace e allitterante dal testo che dà il titolo alla raccolta, Cronache dall’armistizio, appunto: «– pensa per esempio agli inservienti – dicevi –/ essi, incuranti/ staranno già miscelando conforti e caffè/ su vassoi comuni, da qualche parte là fuori/nella grande cucina da campo.»
Occorre intendere “cronache” in senso ampio: esse includono, è vero, in questa raccolta, anche il contatto quotidiano con quelli che vengono comunemente intesi come ‘fatti di cronaca’, ma vanno ben oltre, sia per natura e realizzazione dei testi raggruppati con il nome di Cronache, sia per ciò che riguarda l’oggetto dell’attenzione del poeta, il quale, dell’era dell’armistizio, cattura istantanee – di disagio, disarmo, distorsione, violenza, sopruso, smantellamento e, nonostante tutto, meraviglia – e individua collegamenti più profondi, tra premonizioni, trascurate nel passato così come nell’oggi, e fenomenologie tanto evidenti al suo sentire quanto calpestate dagli altri,  come «viola sanguigna non colta dai più».
Essere e tempo ricevono dal poeta parole, combinazioni e ritmi volti a rendere il loro scontro e il loro intreccio, il loro cozzare e il loro collegarsi. Il contesto d’uso delle parole, le loro connotazioni nel farsi delle epoche, il loro potere evocativo sono ben chiari a Fernando Della Posta, che tuttavia fa più di un passo avanti rispetto a ciò che aveva annunciato come semplice ‘rapporto’, ‘bollettino’, coniugando consapevolezza comunicativa e lucidità creativa.
Ciò che giunge a chi legge questo ‘canzoniere dell’armistizio’ è un’alternanza fruttuosa di ballate, ironiche o dolenti («dissero al mare/ che sarebbero arrivati in tanti/ ed egli preparò una spiaggia lunghissima/ come una grande tavola imbandita di ogni bene, e il vestito migliore/ azzurro di sole»), e di forme brevi, quasi illuminazioni (è il caso di Poesia infantile della pioggia e di Poesia matura della pioggia), di memoria (di storia e di poesia, di arte, vissuta, meditata e attraversata in maniera implicita o esplicita, come avviene nelle Metagrafie) e proiezione a lungo termine così come di epifania dalla sorprendente sapidità. Il riferimento esplicito ad alcuni generi musicali, blues (Blues delle rapine in villa) e jazz (Jazzin’ City dawn) innanzitutto, è intenzionale e ben motivato dall’esito poetico. Questi componimenti poetici vanno ascoltati, oltre che letti.
La varietà riguarda anche la scelta delle forme metriche; settenari si affiancano a endecasillabi: «ricordare le ceneri/ sparse sui fondali dei robivecchi/ cercando gli operai che non sono»; oltre che in dodecasillabi o in versi ancora più lunghi («Se non ti fossi arreso a una premura distorta») ci si imbatte, per esempio,  in quinari («e non lo soffri») o perfino in chiuse di tre sillabe («che salva»).
Concorrono alla ricchezza di scelte anche gli scenari, ben definiti e identificabili – la «Roma enorme» di Mister Ok, la Milano nella quale «si sente il dialetto solo dietro i banchi delle mense» di Blues delle rapine in villa – oppure volutamente dilatati fino a diventare luoghi di un’anima universale, nei quali può avvenire il prodigio che rovescia il gioire «invano, dell’ultima tregua» del Secondo cuore – un io lirico, questo, più che sdoppiato, scaraventato sul palcoscenico del vivere sociale, farsa e ludibrio, tragedia e rito sacrificale – nella fiducia nel potere salvifico dell’ultima pioggia: «C’è una pioggia battente/ che inzuppa fino alle ossa,/ che reca in dono l’ultima goccia/ che salva.».

 © Anna Maria Curci

 

***

Cronache dall’armistizio

Di quando si viaggiava
ai luoghi dell’armistizio
e lungo il tragitto discorrevamo sapienti.
M’insegnavi che la più astuta delle strategie
per i vinti, sarebbe stata credere fermamente
che tutti avrebbero seduto alla pari:
pensa per esempio agli inservienti – dicevi –
essi, incuranti
staranno già miscelando conforti e caffè
su vassoi comuni, da qualche parte là fuori
nella grande cucina da campo. (altro…)