Giorno: 6 febbraio 2018

Maria Del Vecchio, da ‘Arimanere’

 

Conserva

Dormivamo poco lontano
dalle terre dei nostri padroni.
I nostri meriggi erano
canti d’uccelli volati al riposo.
Squartavamo pomodori nel cortile antico,
qualcuno cadeva, altri profumavano
bottiglie con la pianta del re.
Tutti avevamo vestiti odorosi
di gioie sconosciute a chi vuole insegnarmi.

 

Sgranamento

Tra me e te è passata solo una
vita, stipata nell’armadio del padrone
della mia casa. Smarrita, una domenica pomeriggio,
fra le pieghe dell’ombrello abbandonato al museo.
Perduta, scivolata, nel fiume, a Firenze,
assieme all’orecchino del millenovecentodiciannove.
Quanto peso oggi? Farfalla sgranata prima del tempo;
Il tempo di un volo innestato (tra piede e cemento)
……………………………………………………………..nel cortile
della scuola dei bimbi, per le ali di cartapesta.
Venuta ad essere insetto volante,
seppure creatura ingombrante, seppure petrosa.
Ora, seduta in sospensione accanto a te, raggiungo,
senza necessità di volo, gli alberi che tu stesso hai
……………………………………………………………..tessuto.
Porto un topazio fra le mani, acceca il suo colore
quanto le diffrazioni sulle mie vecchie squame.
M’incantano le questioni del cielo, ancora, lo so,
ma trovo la forza d’essere felice, di scoprire la
…………………………………………difficoltà della gioia
contro la facile tristezza:
perché la pianta del mio piede calpesta,
perché il cappotto mi copre dal freddo,
perché sbadiglio per il sonno,
perché ho fame. (altro…)

Raffaela Fazio, L’ultimo quarto del giorno

Raffaela Fazio, L’ultimo quarto del giorno. Prefazione di Francesco Dalessandro, La Vita Felice, 2018

L’ultimo quarto del giorno, precisa Raffaela Fazio nella nota introduttiva alla raccolta omonima, è, «secondo la tradizione ebraica», la quarta parte della giornata di Dio, fatta di dodici ore. È la parte in cui Dio gioca con il Leviatan. Con il Leviatan? Sì, ci avvertono fonti interpretative, è proprio con il male che non prevarrà che Dio “gioca” qui.
Fondata su questo nucleo concettuale (che l’autrice ha recentemente esposto nel suo saggio Il gioco come ‘forma temporis‘, pubblicato sul blog “La poesia e lo spirito”), anche questa raccolta di Raffaela Fazio, come la precedente ti slegherai le trecce, mostra una architettura solida, accuratamente progettata. Il passaggio da un ambiente all’altro di questo edificio poetico o, per uscire dalla metafora, da una all’altra delle quattro sezioni che la compongono, è non solo documentato con riferimenti a fonti e a ideali interlocutori afferenti ad ambiti diversi – letteratura, filosofia, testi sacri – ma anche argomentato in maniera convincente. Allo stesso tempo ogni testo di ciascuna sezione riporta a un’idea dell’incontro o, per essere precisi, del duettare di principi, poli, fenomeni, centri (essere e tempo, presente ed eterno, poesia ed esistenza) che l’autrice va coniugando nella sua intera opera poetica.
La lettura dell’opera ci dà conferma di quanto appena affermato. Il titolo della prima sezione, Tra il gioco e il mondo, richiama esplicitamente un passaggio del testo citato in esergo, la Quarta Elegia dalle Elegie Duinesi di Rilke, nella traduzione della stessa Raffaela Fazio. Viene ripreso dunque il tema conduttore, quello del gioco con il Leviatan. Esso viene, tuttavia, ulteriormente ampliato, con l’aggiunta di attori e di focalizzazioni. Nel caso del testo di Rilke, che riporto qui nella mia traduzione, è l’universo fanciullo, caricato di un potere fondante e di un potenziale creativo di grande rilievo: «Ed eravamo eppure, nel nostro andare soli,/ contenti di ciò che dura e sostavamo/ nella terra di mezzo tra giocattoli e mondo,/ in un luogo che fin dal principio/ era fondato per un puro divenire.» E allora l’area di influenza di tale potenziale si espande in misura notevole. Come precisa Raffaela Fazio nelle annotazioni che corredano ogni apertura di sezione, in questo spazio intermedio «di fluida compenetrazione, può accadere perfino che eternità e nulla coincidano.» Inoltre, il primo componimento di questa sezione non solo può essere considerato un vero e proprio prologo, come giustamente osserva Dalessandro nella prefazione, ma è anche una dichiarazione di principio circa natura e portata del dettato poetico:

Ti dirò
di noi
sarò precisa
come è preciso il richiamo
di un piccolo animale.
Per le parole serie
chiederò
materia al volo.
E per l’infinito
che le sperde
non molto:
il buio
del gioco
tra il folto dei rami. (altro…)