Giorno: 29 gennaio 2018

Fabio Chiusi, Era la Guerra

 

Un giorno marciranno le rotative
ogni governo sarà caduto
le notizie si scriveranno da sole
la mano non avrà cervello

gli automi di un mondo di morti
lo spegnersi tutto delle radure
in schermi colorati
le frasi senza significante

saranno uno splendido insulto

e le pagine saranno gabbiani
dal becco spalancato sui fossi

moriranno inermi
impalpabili
impallinati da noi revanscisti
dal cuore chiaro

o lasciamelo sognare
più raro lettore
che ancora esista la carne
ancora le ossa

in qualche lurido anfratto.

 

*
Polvere che scalci da terra,
ti abbiamo nella bocca.
Bava che spezza il silenzio,
nostra è la bocca. Pazza d’estate
pazza d’inverno: sei guerra
che parli senza ferire.
Saziaci per sempre.

 

*
Se abbiamo ucciso era per salvarti.
Spandevi un profumo e una rabbia.
Eri morta, gioivi. «Penso io
a raccogliere il corpo da terra».
Il corpo verrà. Di lui non sapremo.

 

*
Parlarci sarà una quiete intera,
un corpo che non si muove.
Scale verranno fino a lui
e non vedrai luogo che non lo riguardi.
Ricorderai questo tempo
come il ronzio di un insetto.
Parlerai lungamente, almeno
quanto hai taciuto. Ma non faremo rumore
nelle piazze vuote: tu hai lasciato per sempre
quei luoghi di domande
senza risposta. Quel silenzio
ti racconterà dei tuoi morti, sarai con loro
in ogni luogo.

 

*
Tre fili ingannano la morte.
Non sono tre dee, non si tagliano per morire,
non abbiamo la stessa separazione.
Noi possiamo toccarlo, questa morte possiamo volere,
mai del tutto: ho visto come li guardi, ho visto
come ci guardano. Sono tutto quanto abbiamo
tutta la nostra vitalità. Ed eccoti
sopra la sedia del cielo, il trono del mondo,
le macerie e la nascita di ogni cosa.
Tocca a ciascuno di noi infilarsi tra le braccia
quel cavo e attendere, scalare l’universo
fino a quella sedia, scavare dentro il dolore
per riemergere avvolto a tre fili che spostano l’ago
tre fili che attendono il tuo destino e la grazia.

 

*
Finché ho sperato, ho scritto: per innamorarmi
del ricordo, sostituirlo al corpo.
Quando ha ceduto, allora non ho potuto più scrivere
sarebbe stato come consegnarti a un’eternità
che giorno dopo giorno ti negava,
e consegnarti alla bugia e alla menzogna,
al male estremo, al non redento.
Ora sono capace di dimenticarti,
abbandonare le menzogne sul tuo male,
calamite attratte da opposti; tu nella purezza,
io sopraffatto dallo sforzo di impedire che la storia,
per qualche osceno motivo, ti ricordi
ti celebri, e cambi.

 

© Fabio Chiusi, Era la guerra, Internopoesia, 2017

Recensione Ibrida #4: Hellen Philips, La bella burocrate

la bella burocrateHellen Philips
LA BELLA BUROCRATE
Safarà Editore

Recensione ibrida di Ilaria Grasso

 

È da un po’ che mi sto interessando al tema della tecnologia e dei Big Data perché mi sono resa conto che, tra ufficio e casa, trascorro gran parte del mio tempo in compagnia dei PC e similari. Non credo di essere l’unica. Penso infatti che il genere umano si trovi, in ragione di queste interazioni, di fronte a un mutamento antropologico al quale non possiamo più assistere solo come osservatori passivi. Dobbiamo perciò capire cosa ci sta succedendo. Avevo già letto il saggio di Calasso, L’innominabile attuale, che in parte affronta queste tematiche e sono convinta che anche per questo la narrazione della Philips mi abbia inquietato meno di quello che avrebbe potuto fare. Ma parliamo ora del libro che recensisco oggi, La bella burocrate di Hellen Philips.

L’oggetto libro si manifesta ai miei occhi già come qualcosa di inconsueto rispetto a tutti i libri che ho letto fino ad ora. «Il taglio inclinato del manufatto, un segno distintivo, che diverrà sempre più caratteristico, è in armonia con la nostra volontà di pubblicare libri trasversali, imprevedibili» (dall’ultima pagina del libro). E in effetti la storia che ho letto è davvero imprevedibile; e a molti è sembrato un thriller, oltre che una distopia metropolitana dei nostri giorni tra inquietudine e fantasia. Dalla quarta di copertina:

In un edificio senza finestre in un remoto quartiere di un’immensa città, la nuova assunta Josephine immette una serie infinita di numeri in un programma conosciuto solo come Database. Mentre i giorni si inanellano l’uno all’altro insieme alle pile di indecifrabili documenti, Josephine sente nascere dentro di se un’inquietudine sempre più sottile e penetrante. Dopo l’inspiegabile sparizione di suo marito, in un crescendo vertiginoso, Josephine scoprirà che la sua paura, divenuta oramai terrore, era pienamente fondata.

L’idea di fondo del database nasce dal fatto che nel suo precedente lavoro Hellen Philips si occupò di Data Entry, e immagino che tale esperienza abbia influito in maniera forte sulla narrazione; per questa ragione mi auguro che il libro venga letto anche da chi occupa posizioni lavorative con attività più complesse, ad esempio chi elabora dati, o chi per lavoro deve decidere se utilizzare o meno questi strumenti.
Ogni azienda comunica sia all’interno che all’esterno e lo fa con le parole; chi le sceglie o come vengono scelte queste parole? Spesso non si sa e questo ci fa avvicinare all’atto di comunicare quasi come fossimo immersi in una dimensione mistica. Questo Dio Padre Onnipotente e Tecnologico non lo abbiamo mai visto realmente, spesso lo temiamo e quasi mai ci interroghiamo sulla sua natura proprio come fosse un dogma di cui è bene non interrogarsi.  Esattamente come un angelo non ha sesso e non ne conosciamo il carattere, gli istinti e le pulsioni:

L’illusione della mancanza di faccia, fu come è ovvio, quasi immediatamente spiegabile: la pelle dell’intervistatore aveva la stessa tonalità grigiastra del muro alle sue spalle, gli occhi erano oscurati da un paio di occhiali altamente riflettenti, la fluorescenza appiattiva i lineamenti assemblati sopra l’asessuato completo grigio.

Spesso ci si appoggia a società esterne che gestiscono i flussi informativi e anche sulla loro natura spesso non ci si interroga. A esempio non ci si domanda mai se e dove abbiano la sede (molte volte gli indirizzi mancano nei portali) o se paghino correttamente le tasse, contribuendo al benessere e all’economia dei paesi che gli danno pane. (altro…)