Giorno: 27 gennaio 2018

proSabato #GiornatadellaMemoria2018: #PrimoLevi, da “Se questo è un uomo”

filo spinato

 

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   Schepschel vive in Lager da quattro anni. Si è visti morire intorno decine di migliaia di suoi simili, a partire dal progrom che lo ha cacciato dal suo villaggio in Galizia. Aveva moglie e cinque figli, e un prospero negozio di sellaio, ma da molto tempo si è disabituato dal pensare a sé altrimenti che come a un sacco che deve essere periodicamente riempito. Schepschel non è molto robusto, né molto coraggioso, né molto malvagio; non è neppure particolarmente astuto, e non ha mai trovato una sistemazione che gli conceda un po’ di respiro, ma è ridotto agli espedienti spiccioli e saltuari, alle «kombinacje», come qui si chiamano.
.   Ogni tanto ruba in Buna una scopa e la rivende al Blockältester; quando riesce a mettere da parte un po’ di capitale-pane, prende in affitto i ferri dal ciabattino del Block, che è suo compaesano, e lavora qualche ora in proprio; sa fabbricare bretelle con filo elettrico intrecciato; Sigi mi ha detto che nella pausa di mezzogiorno lo ha visto cantare e ballare davanti alla capanna degli operai slovacchi, che lo ricompensano qualche volta con gli avanzi della loro zuppa.
.  Ciò detto, ci si può sentire portati a pensare che Schepschel con indulgente simpatia, come a un meschino il cui spirito non alberga ormai che umile ed elementare volontà di vita, e che conduce valorosamente la sua piccola lotta per non soccombere. Ma Schepschel non era un’eccezione, e quando l’occasione si presentò, non esitò a far condannare alla fustigazione Moischl, che gli era stato complice in un furto in cucina, nella speranza, malamente fondata, di acquistarsi merito agli occhi del Blockältester, e di porre la sua candidatura al posto di lavatore di marmitte.

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© Primo Levi, Se questo è un uomo, in Opere. I, Einaudi, Biblioteca dell’Orsa, 1987

proSabato: Giovanna Amato, Fiaba del cane e del suo mezzo cuore

a R.B., con il cuore intero.

Ora vedo che sei un uomo e non soltanto un cucciolo.
La giungla ti è preclusa d’ora in poi. Lasciale scorrere, Mowgli,
sono soltanto lacrime.

Il Libro della Giungla

 

C’era una volta un regno. Era una vasta, bianca città circondata da mura di pietra così bianche da sembrare di perla, e al di là delle mura c’era un paese anche lui dalle mura di perla. Anche quello era il regno. E al di là del paese, una vasta campagna dalle case di mura di perla, e anche quello era il regno.
Reggeva quel regno un re che era solo un ragazzo, per questo tutti ancora lo chiamavano principe. Ma nessuno l’aveva mai visto, perché il principe era molto malato.
Se solo di rado si alzava dal letto, e arrivava appena alla finestra per guardare in giardino, era perché il principe aveva nel petto solo metà del suo cuore. L’altra metà l’aveva un cane, un grosso cane che lui chiamava lupo, che viveva ai piedi del suo letto e faceva per lui tutto quello che si può immaginare. Era il cane, al mattino, a uscire per chiedere la sua colazione, ed era lui a dettare parola per parola il volere del principe ai suoi consiglieri. Chiamava la domestica quando il principe voleva vestirsi e lo teneva stretto con i denti alla vestaglia quando lui era in piedi per guardare alla finestra.
Una notte, il cane si svegliò con un senso di allarme, come quelle notti in cui la neve cadeva tanto da far scricchiolare la grondaia. Sollevò il muso e vide che il principe era seduto sul letto, la fronte aggrottata e la mano aperta sul torace. Allora il cane si mise a sedere, pronto a scoprire quale fosse il malessere del suo amato padrone.
«Il mezzo cuore che ho è inquieto» disse il principe.
«Che succede, padrone?»
«Lupo, lupo, tu non senti questo ronzio?» (altro…)

proSabato: Marco Innocenti, Contro il resto del mondo

Soldato di carta

Sono nato siamese, attaccato a un altro francobollo, che a sua volta era attaccato a un francobollo e così via. Mi stamparono e dopo tre giorni mi mandarono a Firenze. Vivevo dentro il cassetto di una tabaccheria e sentivo le voci che provenivano da fuori. Chi voleva le sigarette, chi pagava il caffè, chi ci provava con la cassiera. In quella oscurità, le voci erano tutto il mio mondo, un universo di timbri, accenti, modulazioni.
Imparai che non c’è un «buongiorno» uguale all’altro. Ogni saluto, ogni parola ha il suo carico di umori, di significati, di botte date e prese. La voce che più amavo era quella della cassiera: non si stancava mai di rispondere ai saluti con gentilezza. La cassiera era il mio sogno nel cassetto. Letteralmente. Aspettavo che prima o poi mi affidasse a qualche cartolina di turista e intanto immaginavo le sue mani. sarebbero state calde e profumate. Le mani di una donna…
Quando fu il mio momento, mi toccarono le mani del marito. Erano grandi e ruvide, le sue braccia villose avevano peli di lunghezza e spessore vari che gli invadevano i polsi e il dorso delle mani. Io ero così liscio che mi faceva un po’ schifo, lui non mi guardò nemmeno e disse: «Con le Mentos e la busta fa duemila e quattro». Il mio acquirente non era un turista. Lessi il suo nome sul davanti della busta, sotto la dicitura «mittente».
Fu così che conobbi Paolo Tarantini, il giovane scrittore ancora inedito, il copywriter più promettente della Toscana.
Lo ricordo come un tipo piuttosto basso con i capelli lunghi e spettinati, avvolto in un cappotto dalla grandezza spropositata, nero. Aveva l’aria malinconica e guardava nella direzione della strada, come se qualcuno dovesse passare a salvarlo o ammazzarlo da un momento all’altro.
Paolo Tarantini si dette un gran daffare frugando nella tasca sinistra in cerca di spiccioli, poi provò nella destra e infine si rivolse, con una certa disperazione, a quella interna. La gente dietro di lui già mugugnava, pressandolo contro il banco della cassa. Avevano tutti fretta, non so bene di fare cosa. Gli spiccioli del signor Tarantini erano nell’ultima tasca, quella della sua camicia nepalese a righe, polverosa e intrisa di fumo. Pagò, uscì, e finalmente si occupò di me.
Mi dette una gran leccata, come i cani ai loro padroni, e capii subito che era schiavo di quella lettera. Da essa sembrava dipendere il suo destino. Mi pressò sulla busta e fece due passi, poi ci ripensò. Doveva essere un tipo molto riflessivo, se trovava il modo di pensare intensamente a un piccolo, insignificante centimetro quadro come me. Non si fidava della sua saliva, che mi faceva il solletico sul dorso. Sputacchiò sopra di me e premette ancora. Ero letteralmente incollato alla busta. Quindi la infilò dentro una cassetta rossa. La lasciò scivolare con dolcezza. Sentii il suo respiro mentre scivolavo giù, nel buio, e ritrovavo i miei fratelli. Quelli sul fondo si lamentavano, io ero più fortunato, ero in superficie. Poi fui sopraffatto da altre lettere, cartoline, e mi addormentai.

 

Marco Innocenti, Contro il resto del mondo, Baldini & Castoldi, 2000