Giorno: 13 gennaio 2018

Pasquale Vitagliano, Sodoma (rec. di Augusto Benemeglio)

Sodoma di Pasquale Vitagliano. «Un libro con gli occhiali»

di Augusto Benemeglio

 

  1. Passione

Conosco Pasquale Vitagliano ormai da diversi anni, anche se i nostri incontri dal vivo sono stati rari, ma sempre straordinariamente interessanti, luminosi, per suo merito: è una persona assai gradevole d’aspetto, accogliente, affettuosa, ma allo stesso tempo discreta, lieve, temperata, moderata, serena, sorridente, con una apparente tranquillità di sentimenti che rifiutano ogni ansia, invidia, ambizione, o sete di potere, nonostante sia leader di “Comunità Civica” e faccia quindi politica attiva. Pur essendo meridionale (ma è un “atipico”, come spesso se ne trovano in Puglia), nessuno sospetterebbe in lui una grande “passione”, che non è mai un semplice sentimento, un umore, un capriccio, una mutabilità del temperamento, “ma una forza tremenda, che ha un’origine misteriosa, e presto diventa un destino contro il quale non è possibile rimedio, ostacolo o resistenza”. Insomma una sorta di schiavitù per la “Scrittura” e per la “Giustizia” che diventa, inevitabilmente, testimonianza e denuncia , ed è travasata in tutti i suoi libri, poesia, saggistica, narrativa, compreso l’ultimo romanzo, Sodoma (Castelvecchi editore, 2017), un libro con gli occhiali, con una sintassi vagamente proustiana. “Noi ci figuriamo che l’amore abbia come oggetto un essere che può stare coricato davanti a noi, chiuso in un corpo, ahimè!, l’amore è l’estensione di tale essere a tutti i punti dello spazio e del tempo che ha occupati e occuperà…”.

  1. De Sade

Uno legge Sodoma e riflette su alcune cose: ad esempio, come dice Calvino, che ciascuno di noi è una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni. Che ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili. Che bisognerebbe far parlare ciò che non ha parola, le rondini che “sgorgano l’una dall’altra”, l’albero in autunno, la pietra, il cemento, la plastica, invece siamo noi i primi che per parlare abbiamo bisogno di una “lingua di carta”, perché l’altra, finché potrà funzionare, avrà sempre meno da dire. Poi, il titolo del romanzo, per associazione di idee, ti porta inevitabilmente sugli scenari del  marchese de Sade, più che su quelli della Bibbia (al testo sacro fa cenno lo stesso autore), e lo immagina in una cella della Bastiglia, alla vigilia della rivoluzione francese, che riempie carta su carta di bestemmie e distruzione, (sembra voler fare il controcanto di Rousseau), ma quando quell’immenso rotolo di carta de Le 120 giornate di Sodoma diventerà una sorta di enciclopedia orrenda e raccapricciante della “mercé del sesso e del corpo” ai più potenti che ne fanno oggetto di divertimento perverso e maniacale; quando quella lingua di carta gli verrà staccata per sempre (il manoscritto non tornerà mai più in possesso del  suo autore, ma subirà numerosi passaggi di mano e varie peripezie, e sarà stampato solo 110 anni dopo la morte del marchese, avvenuta nel manicomio di Charenton-Saint Maurice, il 2 dicembre 1814), l’altra lingua non si metterà a ingoiare escrementi – come avrebbe dovuto fare – ma continuerà a parlare per bocca di altri artisti come P.P. Pasolini, che ne farà un film discusso, subito sequestrato e mai più dato in pubblico. “Nella pellicola – scrive Rossitti – il classico di De Sade è innestato all’harem di una perversione intus et in cute del potere dittatoriale della Repubblica di Salò dove il sesso, piuttosto che venire assaporato in giochi primordiali, infuoca l’anello sfinterico e l’intestino retto di un’umanità selvaggiamente progredita che riduce gli organi, la carne e il ciclo biologico a strumenti di sfruttamento oro anale”.
Ma in realtà, quali affinità ci sono tra il romanzo di Vitagliano e quanto sopra accennato? A leggere la sinossi, nulla, o quasi nulla. Si raccontano le vicende di una famiglia e di un Ospedale pugliese, dalla fine degli anni Sessanta a oggi, la sua evoluzione e il suo declino, attraverso scelte amministrative, scientifico-tecnologiche e soprattutto politiche, che lo portano ad essere negli anni Settanta-Ottanta una delle strutture più avanzate ed efficienti del Sud Italia, e non solo. E a segnarne, poi, anche il forte ridimensionamento e la degenerazione nel malaffare, con gravi ripercussioni nel tessuto economico e sociale del territorio. (altro…)

proSabato: Marguerite Duras, ‘Tra tutte le città’

proSabato: Marguerite Duras, Tra tutte le città

Tra tutte le città amo proprio quelle, quelle che assomigliano a Sarzana, a Marina di Carrara, a Aden e a certe città della Corsica, Bonifacio, Pontevecchio, Tolone anche, città senza alberi (anche Firenze, la cosa più sorprendente è che a Firenze non c’è un albero), città dalle piazze assolate, e che, da mezzogiorno alle tre, si svuotano, chiudono tutto, sono completamente morte. In genere queste città sono sporche, puzzano di cipolla, di sterco di cavallo, e dato che sono sul mare, di pesce. Le case sono vecchie, mal costruite, povere, piene di gente, negli ingressi e nei corridoi c’è odor di muffa, non ci sono giardini, sulla piazza c’è una fontana dalla quale esce un esile filo d’acqua. Rare le vetrine, che s’incastrano tra le finestre, e mettono in mostra pantofole, caramelle, cartoline, camici da lavoro. Tutto crolla in queste città, il fondo stradale è dissestato, lo spazzino dorme da l’una alle tre, e ce n’è uno solo perché il comune è povero, e nei canaletti di scolo galleggiano i rifiuti. Queste città sono spazzate dal vento di mare che si alza intorno alle tre di pomeriggio e allora sulle piazze deserte si levano nuvole di polvere, e la polvere di queste città è fine, salata, sa di urina, c n’è dappertutto, le siepi di bosso del giardino del parroco (le uniche piante della città) ne sono coperte, e i bambini ne hanno i piedi incipriati.
…..Quando a fine agosto piove, queste città profumano come nessun’altra, la polvere di cinque mesi d’estate, di marciumi di ogni sorta, si gonfia e emana i suoi sentori di carni bagnate. Non sono fatte per piacere, queste città, sono mercati dove vengono ad approvvigionarsi le campagne circostanti. Nei loro dintorni gironzolano venditori ambulanti, cinema itineranti. Queste città sono per me le più erotiche del mondo. Città d’ombra, di sole. Contrasto d’ombra. L’ombra è erotica.

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© Marguerite Duras, in Quaderni di guerra e altri testi, trad. it. di Laura Frausin Guarino, Milano, Feltrinelli, 2008 [Cahiers de la guerre et autres textes, P.O.L. éditeur/Imec éditeur, 2006]

Il testo proposto viene dalla sezione Ricordi d’Italia del Quaderno beige. Tutti i quaderni del volume sono stati redatti dal 1943 al 1949.