Giorno: 8 gennaio 2018

Vincenzo Latrofa, da ‘Canzoni del tempo’

COMMIATO

«The time is out of joint.»
William Shakespeare

La mia anima aveva sete di stelle
Fu un sogno ingannevole
La luce dell’infanzia
Luce che reca con sé nelle tenebre
Una notte perenne senza sole

Il passato reca con sé
Un sentimento segreto
Che invita alla redenzione:
Per tutto è sotto il cielo una stagione
Ora sono oppresso
Dalla fatica di dimenticare

Sbatto le mie ali
Contro una gabbia che chiamano vita
Io amai la vita
Perché cercai l’amore
Ma per amore della vita
Mi tocca patire la fame
Dell’anima

Doloroso impatto con l’insensato
Un ebbro piacere è per chi soffre
Distogliere lo sguardo
e obliarsi

Quale dolore non cancella il tempo?
Quale passione
Rimane intatta nell’impari lotta
Col tempo?

Tutto ha una fine e un principio
nerezza di capelli un alitare.

Noicàttaro, 1° Settembre 2009

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Lettera all’autore #3: Costanzo Ioni, Stive

 

Caro Costanzo,

nel leggere il tuo Stive ho avuto come la sensazione che stessi aprendo una scatola su cui c’era scritto ‘maneggiare con cura’, non perché ci fosse qualcosa di delicato, nel senso di fragile, ma perché al suo interno c’è un qualcosa di potenzialmente esplosivo. Il tuo è un libro che ha un che di dinamitardo e questo, in un’epoca in cui nulla è più sorprendente, in cui niente provoca più, è qualcosa di veramente unico. Nei tuoi testi c’è un’eco persistente della forza dirompente delle prime avanguardie, quando la forza della provocazione e della sovversione non erano maniera, ma urgenza e intelligenza del dire. In questo libro – nato da anni di silenzio non-silenzio, silenzio editoriale ma non-silenzio nei tuoi reading e nelle tue tantissime iniziative e frammentate pubblicazioni, anche qui un bel rompicapo direi – il centro mi sembra essere il tuo rapporto polemico con la realtà, sia essa sociale, storica che artistico-letteraria. Mi spiego meglio, al centro della tua visione, perché di questo si parla, della parola poetica mi sembra esserci il polemos, uno scorgere i contrari in ogni elemento della realtà, che diventa un vero e proprio pirandelliano sentimento del contrario, elemento chiave del tuo umorismo e del tuo sarcasmo a volte beffardo. Una visione conflittuale che è la linfa vitale dei tuoi scritti – tutti quelli raccolti in questo libro, che coprono un arco quasi trentennale – scritti che hanno in comune questa tensione che li attraversa come una scarica elettrica. La stessa tradizione è trattata in questa chiave. Le tue parole nascono dalla negazione dialettica della tradizione letteraria, i continui riferimenti ad essa, la deformazione in chiave ironica dei topoi della letteratura, la stessa lingua che è detta, urlata, ridetta, cantata, manipolata fino a renderla irriconoscibile, subiscono un vero e proprio shock ironico. Attraverso il sentimento del contrario la tradizione viene corrosa in chiave ferocemente umoristica che porta, però, a reinventare una lingua che, in alcuni momenti, da neolingua risale – in un circolo vertiginoso, in un vero cortocircuito – all’origine del volgare italiano, come, in particolare, nelle sezioni Limiti di velocità e Rif. Lettere che sembrano un calco e una dilatazione surreale e sulfurea del placito capuano, basti pensare al tuo ‘Elogio della puzza’ (da li tempi antiqui lo homo, lo quando lo krede ankora de sta’ sopra na pizza, como ogni animale emette odore. Sta puzza sierve a marcare sua presenzia et ello sparge entorno por tene’ lontani li rivali et garanti’ la propria descendenzia). Una lingua embrione quindi che non è più ciò che era: italiano, napoletano, latino, inglese, francese; e non è ancora, né sa ciò che diventerà: ibrido, esperanto surrealista, di tanti frammenti e spezzoni linguistici. La lingua, quindi, ci viene restituita, attraverso mille storpiature, nella sua radice di pura possibilità. È questo il compito che mi sembra tu ti sia assunto, che è al tempo stesso un compito linguistico e politico, e per far ciò hai scelto il ruolo di saltimbanco, un Totò se non addirittura un Buster Keaton della parola (il tuo indomito e imperterrito versificare è parente al muoversi muto, frenetico e meccanico di Keaton), cogliendo così la vera essenza del poeta nella modernità, la sua essenza buffonesca, il suo essere un saltimbanco appunto, per dirla con Baudelaire. Questo saltimbanco che aspirerebbe ad essere anche flâneur, se non vivesse a Napoli, imbottigliato nel traffico cittadino o in ostaggio su un autobus stracolmo, proprio dalla città estrae, quasi come in uno scavo minerario e archeologico, la fonte di energia della sua versificazione vulcanica e iconoclasta. Nei tuoi testi però l’infinita malinconia che si cela dietro il muro dei versi della modernità, non viene mai mostrata per quel che è, ma sempre rilanciata in mille forme diverse ma coerenti. Il poeta si mostra come clown e come clone della realtà in un processo d’infinito sdoppiamento che porta allo sbriciolarsi di ogni identità, per restituircene una o forse tante o nessuna. Il poeta clown, nel suo mostrarsi nudo nella sua maschera, mostra l’angoscia sottesa al nostro vivere, l’angoscia dello scorrere del tempo, dello sbriciolarsi di ogni cosa, della vanitas di ogni azione, eppure mostra anche qualcos’altro. Mostra che ciò che conta invece è la continuità delle forme, pur nel loro de-formarsi (la faccia delle cose dall’altro lato è costante non muta se non nel movimento compiuto dello sguardo). Dietro la deformazione linguistica non vi è altro che la deformazione del reale, è la realtà che è deformata senza saperlo, la lingua poetica, in una mimesi grottesca, non fa altro che portare a consapevolezza, una consapevolezza radicale e allucinata, il deformarsi della realtà, l’informe violento che la caratterizza. E questa mi sembra essere un’altissima ed elegante forma di pietas, che si manifesta pienamente nell’ultima sezione che dà il titolo al libro, qui la forza poetica si scontra con la forza tragica della contemporaneità e l’impatto dà vita a versi tra i più riusciti della tua produzione, dove forza espressiva, indignatio, intelligenza poetica si uniscono in una sintesi superiore. Eppure rimani consapevole, come in fondo chiunque vi si dedichi con dedizione esclusiva, che la letteratura non è altro che uno zero, spazzatura, immondizia in cui rimestare, forse buona solo per il riciclo e che però trita tutto soprattutto chi si fa suo strumento, chi agisce in suo nome (Potendo, il verso ama se stesso, s’è perso, invece,/ l’amplesso con l’autore,/ non gliene frega niente di quel signore, onnipresente, che ogni volta/ lo osserva estasiato come fosse miracolato/ e ritiene di aver trovato/ la cifra immanente della letteratura ma non ha fatto niente, ha solo/ rimestato nella spazzatura).

Spero che queste mie poche parole abbiano colto, non dico il centro, ma che abbiano almeno sfiorato alcuni temi di un libro che più che essere interpretato e ingabbiato vuole essere letto e liberato nelle sue infinite possibilità. Ti saluto in amicizia.

Francesco Filia

Costanzo Ioni, Stive, Guida, 2017, prefazione di Antonio Pietropaoli, € 12,00