Mese: gennaio 2018

Samuele M.R. Giannetta: da “Il sonno limpido del mare”

 

Dalla mia vita il tempo

Dalla mia vita il tempo
scompare senza a fondo
ascoltare – se non parole
– il sonno limpido del
mare.

 

Prisma

C’è un prisma di specchio
gramo come pesce appeso ad un
amo.

Non è la foresta che qui
cerchi ma la sorgente ignota:
quella rimasta in attesa, fino
ad ora, solo dei tuoi occhi
sulle mie
voglie, come ogni mattina d’estate
torna al buio che l’ha ormai
occultata.

Non è la foresta ma più strette
fila di memorie
semiaddormentate
con le labbra affacciate al passato.

 

Quasi non me lo ricordavo più…

Quasi non me lo ricordavo più…
Il tremolio della tua voce che
questa sera – senza preavviso –
spalanca le finestre di casa
lanciandomi incredibilmente fuori.

Poi cosa ci sarà, ancora, da non dirci?

 

Tra gli insolubili spessori

Tra gli insolubili
spessori del mattino, al
sole vivo
di giugno, un solo
desiderio m’è lontano…

 

Le labbra che me

Le labbra che me
cercavano sono mute
ormai.
Senza nome tornano
al silenzio di uno specchio
nella stanza ingiallita.

Diapositiva dell’assenza:
tu ritorni un poco bambino
al tuo Amore che tempo più non ha.

Sosto in questa stanza
al fuoco quieto della memoria.

Io che non ero di nessuno
e ora brucio infinito.

 

Bellezza che

Bellezza che cadi
sul mondo e sui corpi
affamati di morte: noi due
lontani, in tanto sonno.

È la felicità
– l’ombra di un attimo –
persa con innocenza?
Se ci sfioriamo fingendo
quello che veramente
qualche volta siamo.

 

Samuele M.R. Giannetta
Il sonno limpido del mare
L’erudita, 2017

Caregiver Whisper 10

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)

Cactus – Melania Panico e Matteo Anatrella

[…] Nel desiderio di veder incarnata la voglia di bellezza la poesia e la fotografia decidono di cucire una preziosa dialettica. E nasce CACTUS. Un dialogo dove le più infrasottili sensazioni cominciano ad albeggiare. Questo dittico ci sorprende e ci inquieta. Ci sorprende per la forza espressiva che equamente abita il segno visivo di Matteo Anatrella e la parola poetica di Melania Panico. Ci sorprende perché quest’opera ha nervatura che pulsa d’antico senza dimenticare il modellare oggidiano. Ci inquieta perché le forme della perfezione sono sempre sentimenti complessi, fatti di ferite, lacerazioni, tagli nella memoria e nel respiro. Sia ben chiaro CACTUS va letta come unica tensione concentrica ed espressiva dove lo sguardo spettatoriale potrà perdersi in quella “forza di espansione” (come Barthes sintetizzava il punctum) e parallelamente dentro “l’estasi del tempo” (come Proust nominava la tirannia del dettaglio). CACTUS è voce unica. (Dall’introduzione di Alfonso Amendola dal titolo “La distanza e il dettaglio”).
Cactus, Melania Panico – Matteo Anatrella, Gechi edizioni, 2018

 

*
Lui era lì
con la bocca raccolta e muta
disposto a sacrificare l’equilibrio
per una venatura di clorofilla
si è aperto alla promessa
di ricucire la ferita
con mani strette a pugno
mentre il tonfo del secolo
scuoteva insieme viso e suolo
la terra trema costretta
rinasce il giorno in lacrime orizzontali
grigio inebetito
posa le dita sulla fronte di una vite
può grattarne via l’odore
contemplare il rischio di una rinascita.

Sul solco che riconduce a casa
si affretta l’uomo che sa aspettare.

 

*
Del ricordo intendo un verso a respingere
soluzione a tutte le corde spezzate
il giardino che si nasconde nei vetri
e le cose ancora da dire
dell’andare intendo la forza
i pugni di una farfalla ragazza cicatrice
costrizione di palpebre fraintese 

faceva il passo di uno scricciolo
faceva il suono di un rantolo
la bambina da poco

intorno al ventre sottile
un cerchio di luce
le mani svuotate nella faccia
la ricerca delle questioni grandi.
Vorrebbe gridare il suo equilibrio, ora
dire c’ero a sussurrare vittoria. 

Certi passati spaventano anche da seduti.

 

*
Scelgo un bar a caso il momento sbagliato
piango ascoltando musica da spotify
le medicine danno alla testa
tutto l’acciaio e poi le lacrime facili
il salmone in forno e l’acqua bollente della doccia
i capelli perdono colore noi cosa abbiamo perso?
io non dimentico niente non dimentico niente
metto su un film brutto. STOP. ne metto un altro
lo chiudo tossisco e fumo e anche così
non me la ricordo la strada di casa so che è vicina
ma forse è una sensazione sbagliata
come quando ho scelto il bar e tu non c’eri più

 

Renato Fiorito, Andromeda

Renato Fiorito, Andromeda, Giuliano Ladolfi Editore, 2017

Che cosa ha spinto Renato Fiorito ad addentrarsi nel territorio poetico della cosmogonia, dell’origine dell’universo, della comparsa di forme di vita sulla Terra, dell’evoluzione degli umani, che cosa lo ha mosso ad affrontare un’impresa che, come ben sottolinea Giuliano Ladolfi nell’introduzione al volume, intitolata L’epopea dell’universo,  fu già di Esiodo e di Lucrezio nel mondo classico e di parecchi altri in epoche successive? La risposta a questa domanda permea tutto il poema Andromeda, teso fra il ‘preludio’ Sul limitare del cielo e un Epilogo che mostra in modo chiaro e compiuto un carattere rilevante di tutta l’opera, vale a dire l’alternanza di due ritmi, quello narrativo e quello contemplativo. La risposta al quesito, infatti, sta nel pungolo-fine-funzione dell’umano, e dell’umano pensante e poetante, vale a dire nell’interrogazione permanente, nello stupore che genera domande.
I tre versi iniziali di Andromeda sono una dichiarazione – esemplare per sintesi, sapidità, cadenza – di rispetto a tre punti che mai dovremmo ignorare nel leggere un’opera: la prospettiva nella quale si pone l’io lirico e dalla quale questi fa muovere il suo sguardo; la visione che l’io lirico ha di sé, in particolar modo, in questo caso, come umano tra gli umani; l’enunciazione, infine, della sua ‘materia’ poetica. Ecco, dunque, i tre versi:

Sul limitare del cielo
io, scintilla di un attimo
canto l’infinito.

Chi scrive ha avuto la ventura di leggere la prima stesura dell’opera e di dialogare con l’autore su significatività e senso dell’impresa. Rileggere la versione data alle stampe, ora, alla luce sia di quei dialoghi, sia della conversazione infinita con “il coro del mondo” e con le sue singole voci attraverso le epoche e le latitudini – conversazione di cui ogni opera letteraria non può che recare traccia – rafforza la convinzione circa la nascita di Andromeda di Renato Fiorito da un disegno ben ponderato, che della scrittura dell’autore porta i tratti peculiari: chiarezza, efficacia, partecipazione e, allo stesso tempo, capacità di ritrarsi dal tumulto degli eventi per dare tempo alle considerazioni ‘universali’ di formarsi, ovvero per accostarsi con sim-patia al simile, all’umano che si dibatte nel dubbio, si tormenta o è tormentato. Risuonano allora alla mente i versi di Novalis, che riporto qui nella mia traduzione: «Quando ormai più né numeri e figure/ Chiave saranno di tutte le creature,/ Quando color che cantano o baciano/ Più dei dottissimi al sapere volgono,/ Quando alla vita libera poi il mondo/ Ritornerà, e allo stesso mondo,/ Quando di nuovo uniti ombra e fulgore/ Daranno vita ad autentico nitore,/ E quando le vere storie si vedranno/ In fiabe e in poesie si sveleranno/ Davanti a Un motto segreto sparirà/ L’intera essenza, allora, dell’assurdità».
Il viaggio dall’origine dell’universo alla storia dell’umanità, tra interrogativi costanti, speculazioni filosofiche, religioni, rivoluzioni, guerre e catastrofi, si conclude con immagini, parole, intrecci e trasformazioni che dicono di una energia che non si lascia misurare, che non può essere contenuta dal pensiero. Sono trasformazioni che lasciano intravedere, come intuiva già il terzo dei versi iniziali, che «nulla mai muore davvero».

© Anna Maria Curci

 

***

Sul limitare del cielo

Sul limitare del cielo
io, scintilla di un attimo
canto l’infinito.
Guardo l’eterno
e prima di essere cenere
misuro da questo
la mia grandezza
e la mia miseria.
Infinite galassie,
origine e fine della creazione,
dimorano nella mente.
Intuisco mondi paralleli
di cui non so nulla.
Vedo la fatica dei padri,
le lotte e le sconfitte,
e so che tutto è avvenuto
perché io esistessi.
Assumo come mio
ciò che altri hanno conquistato,
le strade tracciate percorro
per comprendere l’incomprensibile
e capisco che nessun credo contraddice gli altri
ma tutti procedono a fatica
sull’irta strada della verità.
Guardo un albero e immagino la foresta
vedo una stella e ne penso milioni.
So che ogni cosa si muove nel cielo
e la legge che tutto regge
è equilibrio tra energia e gravità.
Eterna è l’energia,
siamo parte della sua forza
e per essa siamo divini.
Non inganni la morte.
Appartiene anch’essa alla vita
come vi appartiene la nascita e l’amore
ed è quindi ugualmente sacra.
E vi appartiene l’amicizia tra gli uomini
e quella degli uomini col creato.
e ogni uccello e pianta,
e seme e creatura che vive sulla terra.
Eccezionale, irragionevole presenza
nell’universo silenzioso e deserto.
Noi che guardiamo il cielo,
noi siamo cielo
brillanti di un solo attimo. (altro…)

Fabio Chiusi, Era la Guerra

 

Un giorno marciranno le rotative
ogni governo sarà caduto
le notizie si scriveranno da sole
la mano non avrà cervello

gli automi di un mondo di morti
lo spegnersi tutto delle radure
in schermi colorati
le frasi senza significante

saranno uno splendido insulto

e le pagine saranno gabbiani
dal becco spalancato sui fossi

moriranno inermi
impalpabili
impallinati da noi revanscisti
dal cuore chiaro

o lasciamelo sognare
più raro lettore
che ancora esista la carne
ancora le ossa

in qualche lurido anfratto.

 

*
Polvere che scalci da terra,
ti abbiamo nella bocca.
Bava che spezza il silenzio,
nostra è la bocca. Pazza d’estate
pazza d’inverno: sei guerra
che parli senza ferire.
Saziaci per sempre.

 

*
Se abbiamo ucciso era per salvarti.
Spandevi un profumo e una rabbia.
Eri morta, gioivi. «Penso io
a raccogliere il corpo da terra».
Il corpo verrà. Di lui non sapremo.

 

*
Parlarci sarà una quiete intera,
un corpo che non si muove.
Scale verranno fino a lui
e non vedrai luogo che non lo riguardi.
Ricorderai questo tempo
come il ronzio di un insetto.
Parlerai lungamente, almeno
quanto hai taciuto. Ma non faremo rumore
nelle piazze vuote: tu hai lasciato per sempre
quei luoghi di domande
senza risposta. Quel silenzio
ti racconterà dei tuoi morti, sarai con loro
in ogni luogo.

 

*
Tre fili ingannano la morte.
Non sono tre dee, non si tagliano per morire,
non abbiamo la stessa separazione.
Noi possiamo toccarlo, questa morte possiamo volere,
mai del tutto: ho visto come li guardi, ho visto
come ci guardano. Sono tutto quanto abbiamo
tutta la nostra vitalità. Ed eccoti
sopra la sedia del cielo, il trono del mondo,
le macerie e la nascita di ogni cosa.
Tocca a ciascuno di noi infilarsi tra le braccia
quel cavo e attendere, scalare l’universo
fino a quella sedia, scavare dentro il dolore
per riemergere avvolto a tre fili che spostano l’ago
tre fili che attendono il tuo destino e la grazia.

 

*
Finché ho sperato, ho scritto: per innamorarmi
del ricordo, sostituirlo al corpo.
Quando ha ceduto, allora non ho potuto più scrivere
sarebbe stato come consegnarti a un’eternità
che giorno dopo giorno ti negava,
e consegnarti alla bugia e alla menzogna,
al male estremo, al non redento.
Ora sono capace di dimenticarti,
abbandonare le menzogne sul tuo male,
calamite attratte da opposti; tu nella purezza,
io sopraffatto dallo sforzo di impedire che la storia,
per qualche osceno motivo, ti ricordi
ti celebri, e cambi.

 

© Fabio Chiusi, Era la guerra, Internopoesia, 2017

Recensione Ibrida #4: Hellen Philips, La bella burocrate

la bella burocrateHellen Philips
LA BELLA BUROCRATE
Safarà Editore

Recensione ibrida di Ilaria Grasso

 

È da un po’ che mi sto interessando al tema della tecnologia e dei Big Data perché mi sono resa conto che, tra ufficio e casa, trascorro gran parte del mio tempo in compagnia dei PC e similari. Non credo di essere l’unica. Penso infatti che il genere umano si trovi, in ragione di queste interazioni, di fronte a un mutamento antropologico al quale non possiamo più assistere solo come osservatori passivi. Dobbiamo perciò capire cosa ci sta succedendo. Avevo già letto il saggio di Calasso, L’innominabile attuale, che in parte affronta queste tematiche e sono convinta che anche per questo la narrazione della Philips mi abbia inquietato meno di quello che avrebbe potuto fare. Ma parliamo ora del libro che recensisco oggi, La bella burocrate di Hellen Philips.

L’oggetto libro si manifesta ai miei occhi già come qualcosa di inconsueto rispetto a tutti i libri che ho letto fino ad ora. «Il taglio inclinato del manufatto, un segno distintivo, che diverrà sempre più caratteristico, è in armonia con la nostra volontà di pubblicare libri trasversali, imprevedibili» (dall’ultima pagina del libro). E in effetti la storia che ho letto è davvero imprevedibile; e a molti è sembrato un thriller, oltre che una distopia metropolitana dei nostri giorni tra inquietudine e fantasia. Dalla quarta di copertina:

In un edificio senza finestre in un remoto quartiere di un’immensa città, la nuova assunta Josephine immette una serie infinita di numeri in un programma conosciuto solo come Database. Mentre i giorni si inanellano l’uno all’altro insieme alle pile di indecifrabili documenti, Josephine sente nascere dentro di se un’inquietudine sempre più sottile e penetrante. Dopo l’inspiegabile sparizione di suo marito, in un crescendo vertiginoso, Josephine scoprirà che la sua paura, divenuta oramai terrore, era pienamente fondata.

L’idea di fondo del database nasce dal fatto che nel suo precedente lavoro Hellen Philips si occupò di Data Entry, e immagino che tale esperienza abbia influito in maniera forte sulla narrazione; per questa ragione mi auguro che il libro venga letto anche da chi occupa posizioni lavorative con attività più complesse, ad esempio chi elabora dati, o chi per lavoro deve decidere se utilizzare o meno questi strumenti.
Ogni azienda comunica sia all’interno che all’esterno e lo fa con le parole; chi le sceglie o come vengono scelte queste parole? Spesso non si sa e questo ci fa avvicinare all’atto di comunicare quasi come fossimo immersi in una dimensione mistica. Questo Dio Padre Onnipotente e Tecnologico non lo abbiamo mai visto realmente, spesso lo temiamo e quasi mai ci interroghiamo sulla sua natura proprio come fosse un dogma di cui è bene non interrogarsi.  Esattamente come un angelo non ha sesso e non ne conosciamo il carattere, gli istinti e le pulsioni:

L’illusione della mancanza di faccia, fu come è ovvio, quasi immediatamente spiegabile: la pelle dell’intervistatore aveva la stessa tonalità grigiastra del muro alle sue spalle, gli occhi erano oscurati da un paio di occhiali altamente riflettenti, la fluorescenza appiattiva i lineamenti assemblati sopra l’asessuato completo grigio.

Spesso ci si appoggia a società esterne che gestiscono i flussi informativi e anche sulla loro natura spesso non ci si interroga. A esempio non ci si domanda mai se e dove abbiano la sede (molte volte gli indirizzi mancano nei portali) o se paghino correttamente le tasse, contribuendo al benessere e all’economia dei paesi che gli danno pane. (altro…)

I poeti della domenica #232: Tony Harrison, “ll mangiafuoco”

Il mangiafuoco

Mio padre parlava come quei maghi che avevo visto
cavare sciarpe, bandiere, fazzoletti di seta,
dalla bocca: rosso, blu, verde…
i colori eran tanti che mi avrebbero soffocato.
Suo fratello maggiore aveva una balbuzie tremenda.
Papà concludeva le frasi con “ma…”.
Roba più grezza della seta: estraevano grammatica
Che gli s’era tutta aggrovigliata nella pancia.
Le loro esibizioni io mi sforzo di ripeterle.
Sono il pagliaccio mandato a svuotare la pista.
Le loro lingue di fuoco devo ingoiarle
per risputarle annodate, in un’unica miccia
che dà fuoco a lunghi silenzi, e risale indietro
fino a Adamo che inciampa nei nomi del Genesi,
e per quanto le mie corde vocali finiscano bruciate,
ci sarà un canto costante dalle fiamme.

 

in Tony Harrison, In coda per Caronte, trad. Massimo Bacigalupo, Einaudi, 2003

I poeti della domenica #231: Tony Harrison, “Interurbana”

Interurbana

II

Per quanto mia madre fosse morta da due anni
papà teneva le sue pantofole a scaldare sul fornello,
metteva dalla sua parte del letto la boule
e le rinnovava la tessera dell’autobus.
Non potevi fargli un’improvvisata, dovevi avvertire.
Si prendeva un’ora per avere il tempo
di togliere d’attorno le cose di lei e sembrare solo
come se il suo amore acerbo fosse un delitto.
Non poteva rischiare lo scontro con la mia incredulità,
per quanto certo di sentire da un momento all’altro la chiave
girare nella toppa arrugginita e liberarlo dal dolore.
Sapeva che lei era solo uscita un attimo a comprare il tè.
Per me la vita finisce con la morte, e basta.
Non siete usciti a fare la spesa tutti e due;
però nel nuovo taccuino di pelle nera c’è il tuo nome
e il numero staccato che ancora chiamo.

 

in Tony Harrison, V e altre poesie, trad. Massimo Bacigalupo, Einaudi, 1996

proSabato #GiornatadellaMemoria2018: #PrimoLevi, da “Se questo è un uomo”

filo spinato

 

[…]

   Schepschel vive in Lager da quattro anni. Si è visti morire intorno decine di migliaia di suoi simili, a partire dal progrom che lo ha cacciato dal suo villaggio in Galizia. Aveva moglie e cinque figli, e un prospero negozio di sellaio, ma da molto tempo si è disabituato dal pensare a sé altrimenti che come a un sacco che deve essere periodicamente riempito. Schepschel non è molto robusto, né molto coraggioso, né molto malvagio; non è neppure particolarmente astuto, e non ha mai trovato una sistemazione che gli conceda un po’ di respiro, ma è ridotto agli espedienti spiccioli e saltuari, alle «kombinacje», come qui si chiamano.
.   Ogni tanto ruba in Buna una scopa e la rivende al Blockältester; quando riesce a mettere da parte un po’ di capitale-pane, prende in affitto i ferri dal ciabattino del Block, che è suo compaesano, e lavora qualche ora in proprio; sa fabbricare bretelle con filo elettrico intrecciato; Sigi mi ha detto che nella pausa di mezzogiorno lo ha visto cantare e ballare davanti alla capanna degli operai slovacchi, che lo ricompensano qualche volta con gli avanzi della loro zuppa.
.  Ciò detto, ci si può sentire portati a pensare che Schepschel con indulgente simpatia, come a un meschino il cui spirito non alberga ormai che umile ed elementare volontà di vita, e che conduce valorosamente la sua piccola lotta per non soccombere. Ma Schepschel non era un’eccezione, e quando l’occasione si presentò, non esitò a far condannare alla fustigazione Moischl, che gli era stato complice in un furto in cucina, nella speranza, malamente fondata, di acquistarsi merito agli occhi del Blockältester, e di porre la sua candidatura al posto di lavatore di marmitte.

[…]

© Primo Levi, Se questo è un uomo, in Opere. I, Einaudi, Biblioteca dell’Orsa, 1987

proSabato: Giovanna Amato, Fiaba del cane e del suo mezzo cuore

a R.B., con il cuore intero.

Ora vedo che sei un uomo e non soltanto un cucciolo.
La giungla ti è preclusa d’ora in poi. Lasciale scorrere, Mowgli,
sono soltanto lacrime.

Il Libro della Giungla

 

C’era una volta un regno. Era una vasta, bianca città circondata da mura di pietra così bianche da sembrare di perla, e al di là delle mura c’era un paese anche lui dalle mura di perla. Anche quello era il regno. E al di là del paese, una vasta campagna dalle case di mura di perla, e anche quello era il regno.
Reggeva quel regno un re che era solo un ragazzo, per questo tutti ancora lo chiamavano principe. Ma nessuno l’aveva mai visto, perché il principe era molto malato.
Se solo di rado si alzava dal letto, e arrivava appena alla finestra per guardare in giardino, era perché il principe aveva nel petto solo metà del suo cuore. L’altra metà l’aveva un cane, un grosso cane che lui chiamava lupo, che viveva ai piedi del suo letto e faceva per lui tutto quello che si può immaginare. Era il cane, al mattino, a uscire per chiedere la sua colazione, ed era lui a dettare parola per parola il volere del principe ai suoi consiglieri. Chiamava la domestica quando il principe voleva vestirsi e lo teneva stretto con i denti alla vestaglia quando lui era in piedi per guardare alla finestra.
Una notte, il cane si svegliò con un senso di allarme, come quelle notti in cui la neve cadeva tanto da far scricchiolare la grondaia. Sollevò il muso e vide che il principe era seduto sul letto, la fronte aggrottata e la mano aperta sul torace. Allora il cane si mise a sedere, pronto a scoprire quale fosse il malessere del suo amato padrone.
«Il mezzo cuore che ho è inquieto» disse il principe.
«Che succede, padrone?»
«Lupo, lupo, tu non senti questo ronzio?» (altro…)

proSabato: Marco Innocenti, Contro il resto del mondo

Soldato di carta

Sono nato siamese, attaccato a un altro francobollo, che a sua volta era attaccato a un francobollo e così via. Mi stamparono e dopo tre giorni mi mandarono a Firenze. Vivevo dentro il cassetto di una tabaccheria e sentivo le voci che provenivano da fuori. Chi voleva le sigarette, chi pagava il caffè, chi ci provava con la cassiera. In quella oscurità, le voci erano tutto il mio mondo, un universo di timbri, accenti, modulazioni.
Imparai che non c’è un «buongiorno» uguale all’altro. Ogni saluto, ogni parola ha il suo carico di umori, di significati, di botte date e prese. La voce che più amavo era quella della cassiera: non si stancava mai di rispondere ai saluti con gentilezza. La cassiera era il mio sogno nel cassetto. Letteralmente. Aspettavo che prima o poi mi affidasse a qualche cartolina di turista e intanto immaginavo le sue mani. sarebbero state calde e profumate. Le mani di una donna…
Quando fu il mio momento, mi toccarono le mani del marito. Erano grandi e ruvide, le sue braccia villose avevano peli di lunghezza e spessore vari che gli invadevano i polsi e il dorso delle mani. Io ero così liscio che mi faceva un po’ schifo, lui non mi guardò nemmeno e disse: «Con le Mentos e la busta fa duemila e quattro». Il mio acquirente non era un turista. Lessi il suo nome sul davanti della busta, sotto la dicitura «mittente».
Fu così che conobbi Paolo Tarantini, il giovane scrittore ancora inedito, il copywriter più promettente della Toscana.
Lo ricordo come un tipo piuttosto basso con i capelli lunghi e spettinati, avvolto in un cappotto dalla grandezza spropositata, nero. Aveva l’aria malinconica e guardava nella direzione della strada, come se qualcuno dovesse passare a salvarlo o ammazzarlo da un momento all’altro.
Paolo Tarantini si dette un gran daffare frugando nella tasca sinistra in cerca di spiccioli, poi provò nella destra e infine si rivolse, con una certa disperazione, a quella interna. La gente dietro di lui già mugugnava, pressandolo contro il banco della cassa. Avevano tutti fretta, non so bene di fare cosa. Gli spiccioli del signor Tarantini erano nell’ultima tasca, quella della sua camicia nepalese a righe, polverosa e intrisa di fumo. Pagò, uscì, e finalmente si occupò di me.
Mi dette una gran leccata, come i cani ai loro padroni, e capii subito che era schiavo di quella lettera. Da essa sembrava dipendere il suo destino. Mi pressò sulla busta e fece due passi, poi ci ripensò. Doveva essere un tipo molto riflessivo, se trovava il modo di pensare intensamente a un piccolo, insignificante centimetro quadro come me. Non si fidava della sua saliva, che mi faceva il solletico sul dorso. Sputacchiò sopra di me e premette ancora. Ero letteralmente incollato alla busta. Quindi la infilò dentro una cassetta rossa. La lasciò scivolare con dolcezza. Sentii il suo respiro mentre scivolavo giù, nel buio, e ritrovavo i miei fratelli. Quelli sul fondo si lamentavano, io ero più fortunato, ero in superficie. Poi fui sopraffatto da altre lettere, cartoline, e mi addormentai.

 

Marco Innocenti, Contro il resto del mondo, Baldini & Castoldi, 2000

SECOLO DONNA 2017 – Almanacco di poesia al femminile

 

Secolo Donna 2017. Almanacco di poesia italiana al femminile è un libro di circa trecento pagine curato dallo scrittore Bonifacio Vincenzi, ed edito da Macabor Editore, inizia da quest’anno un percorso per evidenziare – si legge nella presentazione – “il cammino pazientemente tracciato dalla scrittura poetica delle donne italiane per arrivare fin qui, in questo ventunesimo secolo, che le vedrà finalmente, protagoniste. Sì, questo secolo potrà contare sulla forza, sulla sensibilità, sull’energia delle donne. Potrà infrangere, una volta per tutte, il comandamento maschile di una sciocca superiorità che anche nel Novecento, in tutti i campi, ha dettato regole reali o occulte, per oscurare il talento delle donne.”

L’edizione 2017 è dedicata a Giovanna Sicari, poetessa di origine tarantina e moglie del poeta Milo De Angelis, scomparsa a Roma il 31 dicembre 2003, una delle voci poetiche pugliesi più autentiche a dimensione nazionale.

Hanno collaborato a questo numero: Milo De Angelis, Roberto Deider, Elio Pecora, Davide Rondoni, Biancamaria Frabotta, Maria Grazia Calandrone, Elio Grasso, Guido Oldani, Rosarita Berardi, Michele Brancale, Pino Corbo, Gabriela Fantato, Anna Maria Farabbi, Luigi Fontanella, Giorgio Linguaglossa, Angela Lo Passo, Gianni Mazzei, Ivano Mugnaini, Maria Pia Quintavalla, Francesca Serragnoli, Gabriella Sica, Emilia Sirangelo, Rocco Taliano Grasso, Claudia Manuela Turco.

La seconda parte, invece, presenta undici poetesse italiane collocate per aree geografiche italiane: Maddalena Bertolini, Lucia Gaddo Zanovello, Fosca Massuco (Nord Italia); Simona Cerri Spinelli, Cristina Laghi, Elisabetta Maltese (Centro Italia); Maria Pina Ciancio, Francesca Dono, Mara Venuto (Sud Italia); Valentina Neri, Sarah Tardino (Italia insulare). Nella parte finale dell’Almanacco c’è uno spazio dedicato a giovanissime poetesse italiane nate negli anni Novanta: Ilaria Caffio, Naike Agata La Biunda, Giulia Martini.

Secolo Donna 2017 ricorda anche due poetesse scomparse: Fernanda Romagnoli e Carmela Pedone. E Rocco Taliano Grasso ne “La Rilettura” presenta il libro Lisa ama il blues della poetessa calabrese Marisa Righetti.

L’Almanacco si chiude con la pubblicazione delle copertine dei libri più interessanti scritte dalle donne nel 2017.

SECOLO DONNA 2017. Almanacco di poesia al femminile, Macabor Editore, a cura di Bonifacio Vincenzi qui

Sfogliando tra le prime carte
di Biancamaria Frabotta

eravamo burattini felici
nei nostri infiammabili corpi di legno

 

Non ricordo il momento in cui Giovanna Sicari si affacciò dalla stretta scala che scendeva verso lo scantinato della libreria romana di Via Ripetta, Al Ferro di Cavallo, dove, gruppetto di giovani poeti nemmeno ancora esordienti, ci riunivamo, per guardarci in faccia, scrutare i nostri sentimenti segreti, leggere con un filo di ansia ma senza tremori i versi meditati giorno per giorno, tra i banchi dell’Università dove qualcuno di noi ancora cercava qualcosa da imparare. Ricordo Dario Bellezza, Amelia Rosselli e con lei Leonardo Sinisgalli in visita. Ma il volto crucciato di Giovanna, il suo riso impossibile, improvviso, ancora un po’ infantile, in quella sede di poesia clandestina non lo ricordo. Non era tipo da turismo culturale, lei, se ci fosse stata ci sarebbe rimasta a lungo. (altro…)