Giorno: 19 dicembre 2017

Viviana Fiorentino: tre inediti

 

Il segno era alla fine del sentiero,
dove s’issavano le rocce spoglie.

Sapevamo allora di essere giunti
in quel nostro anfratto di acqua e di scogli.

Sotto il peso del sole, collassava
l’aria che sudati respiravamo.

Rimanevamo in silenzio tra i sassi,
rannicchiati nei riflessi dell’acqua.

Davanti a noi era orlo del tempo il mare.

Noi siamo cresciuti così,
nell’odore delle alghe.

Venti estati a quel nostro posto al mare,
la stessa luce sulle nostre fronti.

L’estate che tu emergesti dall’acqua,
nuotavamo in quella nostra ossessione.

Sull’azzurro aperta era la finestra.

Si muovevano le cose lì fuori,
senza suono.

L’estate che tu suonasti sull’isola,
parlammo a lungo di interpretazioni.

Le tue parole avevano il colore
di quei fiori che presi sul sentiero.

Stettero poggiati sul blu del tavolo,
mentre io contavo stagioni e lacrime.

Nel volgersi delle ore,
guardammo insieme i fiori
diventare rose di semi secchi.

Imparai poi nei tuoi occhi quell’ombra,
che al tuo fianco per me muta restava.

Suono era ora sulle dita memoria,
sulla tua pelle per me era scrittura.

Negli orecchini neri e d’oro misi
la paura delle interpretazioni.

Poi rimanemmo in silenzio a guardare.

La stanza buia, lì cielo stellato
sulla voragine del mare scuro.

Descrivevamo da quel precipizio

l’oscurità che la musica cova.

I momenti della storia, dicesti,
erano per me un fatto lineare.

Un momento della memoria, dissi,
è fuori ora della pagina scritta.

Tenemmo il cielo prima che crollasse.

Music is not written on the page.
La musica non è sulla pagina scritta.

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Prova d’inchiostro e altri sonetti, Mariano Bàino (Nota di Enzo Rega)

Mariano Bàino, come scrive Andrea Cortellessa in quarta di copertina di Prova d’inchiostro e altri sonetti, Nino Aragno Editore, 2017, era nel Gruppo ’93 – del quale ha fatto parte, dirigendo tra l’altro la rivista “Baldus” con Biagio Cepollaro e Lello Voce –, «l’anima più colta e ludica, la più acrobatica e pure, però, la più melanconica.» Cifra quest’ultima che resta – sempre Cortellessa – caratterizzante ancora oggi.

Alla poesia Bàino torna a quindici anni di distanza da Amarellimerick (Oèdipus, 2003), dopo un lungo silenzio editoriale ma non creativo, perché, a fasi alterne nel lungo arco di tempo, ha lavorato alle sezioni che compongono questo libro mentre andava pubblicando i libri in prosa. E vi torna con la forma chiusa del tradizionale sonetto, rivisitato alla sua maniera: la forma chiusa come “riparo” alla Caproni, mette in evidenza lo stesso Cortellessa. E Francesco Muzzioli, in una recensione-saggio (Bàino e il sonetto come “prova di sopravvivenza”, in “Malacoda”, n. 9, ottobre 2017), ritiene che questa scelta sia compiuta non solo per la «sazietà di un verso libero ormai ridotto a portata di blog e stremato da un uso comune della lirica come diario in versi, ma anche con la convinzione di voler saggiare la resistenza di modi fin troppo costituiti.» Bàino stesso nei “pensieri spettinati” (come li chiama) posti in Nota chiarisce che «a fronte dei vari boom della poesia come status symbol e autopromozione narcisistica» abbia «sempre sentito il bisogno della mediazione tecnica, della probità artigianale» (p. 84). Nel tempo che ha impiegato per decidersi a chiudere il libro, nota sempre l’autore, si sono attenuate le dispute su verso libero e neometricismo. E riprende l’osservazione di Montale secondo la quale è poco interessante la contrapposizione tra forme aperte e chiuse, perché non esiste poesia senza artificio. Possiamo notare che già nel 1975, all’uscita dell’antologia intitolata Il pubblico della poesia, curata dalla coppia Berardinelli-Cordelli, si imputava il basso livello di certa poesia di quei tempi in alcuni casi proprio all’abbandono delle forme consolidate dalla tradizione per seguire una «disorientante molteplicità di ispirazioni e linguaggi» (dalla quarta di copertina della nuova edizione ampliata: Castelvecchi, 2015). Quella che all’epoca appariva una liberazione da schemi consunti, a posteriori sembrerebbe rivelarsi – per qualcuno – come la matrice di futuri guasti nella direzione di un permissivismo formale appiattente. Da qui il bisogno del recupero di certe forme chiuse che, si badi bene, non è solo odierna. Bàino stesso cita un Fortini, per il quale l’inautentico (la forma) fonda l’autentico, o l’uso ironico della forma sonetto da parte di Sanguineti, o Raboni che è contemporaneamente per e contro il sonetto. E poi Ungaretti, Pasolini, Caproni con la «disperata tensione metrica.» E possiamo aggiungere la poesia ininterrotta di un Edoardo Cacciatore con le sue varie forme chiuse: ricordiamo proprio, come titolo, La puntura dell’assillo. Cinquanta e un sonetto (Società di poesia, 1986). (altro…)