Giorno: 5 dicembre 2017

Accecate i cantori – Angela Caccia

 

Se c’è una madre c’è un figlio
e il respiro resta circolare

Ora che hai riempito la bocca
di sensi e parole, i piedi di cammino
questi sguardi digiuni
che chiedono, mi chiedono …

alla fine le alghe s’ammassano
la rondine riconosce la gronda
ma l’umano   l’umano
è solo transumanza   e noi
.        ai suoi crocicchi
dispersi scatti di bui di luci

… ad uscire
ogni giorno nel giorno
s’impara: la notte
ha le mani già piene di alba,
avrà un senso questo andare
per campi e per stelle
fiancheggiare i dirupi
e danzare in un fiotto di sole
tra le pozze di pioggia
avrà un senso…

Da lontano ti guardo
mi dormivi sul petto
sei lo stesso calore
lo stesso dolore …  come allora
parlo piano per non svegliarti

 

*

Dalla retina alla corteccia
della notte si teme
la profezia che cela
– anche con le finestre chiuse
la luna può farsi insidiosa –

a sera
nella camera oscura del ventre
ricomponete i minuti raccolti preziosi – poi –
ancora una volta   accecate i cantori!

…che un po’ di futuro si faccia remoto

 

*

Posso trascinarla per giorni
stanarla e impedirle
di spingersi insidiosa avanti

la ritraggo mentre lavoro
si rimaglia da sola la notte

sospesa aspetta – e anch’io
aspetto che sedimenti –

finché    sul fondo
ciò che era goccia si fa sale
e non rischia di debordare dagli occhi

 

 

Angela Caccia, Accecate i cantori, € 10,00 pp. 80 (Il filo dei versi 29) nov 2017 ISBN 978 88 94903 17 1. Opera vincitrice del concorso Versi con-giurati.

Angela Caccia, funzionaria in un ente pubblico, vive e lavora a Crotone; studi classici e laurea in materie giuridiche la hanno ulteriormente abbarbicata alla poesia. Gelosa dei suoi affetti, ritiene con Octavio Paz che “I poeti non hanno biografia. La loro opera è la loro biografia”, l’unica che restituisca il riflesso più fedele di un autore –molte volte sconosciuto all’autore stesso. Ha vinto diversi concorsi ed è inserita in numerose antologie. Con Fara ha pubblicato le raccolte Nel fruscio feroce degli ulivi (2013) e Il tocco abarico del dubbio (2015). Con LietoColle ha dato alle stampe Piccoli forse (2017).

Web: ilciottolo.blogspot.it

Lirismo e realtà in Stato di Vigilanza di Gianfranco Fabbri

fabbri_01Lirismo e realtà in Stato di Vigilanza di Gianfranco Fabbri

di Luca Cenacchi

 

In questo articolo mi propongo di analizzare Stato di Vigilanza (Manni, 2007) di Gianfranco Fabbri al fine di delineare un rapporto tra lirismo e rappresentazione della realtà che non ponga unicamente l’enfasi sulla modalità diaristica e autobiografica, sempre aperta ai pericoli della mitizzazione privata, ormai invalsa in molti autori del panorama contemporaneo.
In questo libro Fabbri riprende il lirismo proprio dei maestri (per lui Saba e Caproni sopra a tutti, ma anche Sereni), e pone l’accento sulla descrizione-rappresentazione che finisce per trasfondere l’esperienza personale nella realtà stessa. L’autobiografismo, se è lecito parlare in questi termini – in realtà pare di essere più davanti a un diario di un osservatore scrupoloso, dunque diario-mappa –, è utilizzato da Fabbri come strumento in grado di stabilire un rapporto di continuità con il reale e la propria intimità.

Prima di passare al cuore del libro, con la sezione gli oggetti i sogni e l’altra vita, la parte prima del radio­dramma merita una menzione non solo per competenza stilistica, ma anche perché è in questa sede che vi è la riappropriazione del femminile, che permette l’autocoscienza e dunque consente di mettere in moto la macchina della nominazione centrale nelle fasi successive del libro.
In questa sezione il femminile sembra sottrarsi continuamente. Sin dalla prima poesia Fabbri rimarca la distanza tra l’io e la figura femminile, ma nonostante il continuo sottrarsi questa si dimostra necessaria, come se desse la possibilità all’io lirico di riconoscersi: «come se la coscienza/ potesse no­minarsi senza di te». Anche quando si pensa di averla scovata essa si disfa palesando la propria sfuggenza: «assalti nel cono/ d’ombra ricoprono l’amore a fior di pelle». Per questo si può in fondo dire che il libro si apra con l’enunciazione di un’assenza. Dimensione idilliaca, che collima sempre con la sofferenza e l’infezione del giorno. È in questo frangente che Fabbri torna nel tessuto della tradizione e dimostra di saperla variare tra Saba e Palazzeschi: l’assenza diviene un fantasma fra gli echi di un rubinetto gocciante.

L’acqua si riaggiusta,
gocciando lenta dal rubinetto
come il tocco e il controcanto
di un coro a cappella.
.                   Sei tu che gemi
.                   Nelle ossa di una
.                   morte apparente?
Tu che ritorni
ad ogni vagito di luna
-ad ogni allarme
sull’alba, ancora lontana?-

Come si evince da questo testo la figura femminile è rappresentata come entità sfuggente; tuttavia si rivela centrale poiché, come espresso nella lirica ti so frangente, è solo attraverso il ricongiungimento con quest’ultima che l’io poetante potrà chiamare «le cose col nome delle cose». Fabbri, poi, procede a delineare con chiarezza i momenti fondamentali in cui il poeta opera. Il primo di questi è una dimensione di sospensione e potenza rituale: l’alba. Un secondo è la notte nella quale si dispiega l’intimità dell’io «un porta-gioie dove conservi l’oro di famiglia». In ultimo abbiamo il giorno leopardianamente inteso come infettato anzitutto «dell’abominevole colpa del vissuto». La tripartizione in questi tre periodi intende fungere da spazio in cui il poeta si muove e osserva la vita, le cui parti ed elementi potranno essere ‘detti’ attraverso una riduzione oggettuale. (altro…)