Mese: dicembre 2017

Coriandoli a Natale #9: Gianni Rodari, Il pianeta degli alberi di Natale

 

– Come ti chiami? – gli domandò.
– Marcus.
– Guarda guarda!
– In tuo onore, sai? Fino a ieri mi chiamavo Julius. Sono stato incaricato di riceverti e di farti compagnia. Sono contento che sia toccato a me. E sono contentissimo di fare la tua conoscenza.
– E io, – sbottò finalmente Marco, – sono così contento che ti spaccherei il muso. Roba da matti: ti fanno prigioniero, non si degnano di darti una spiegazione, ti lasciano con l’asilo infantile e buonanotte. Ma io spacco davvero qualcosa, io faccio un macello!
Il viso di Marcus s’illuminò, come se avesse ricevuto proprio in quel momento una bella notizia.
– So quello che ti ci vuole, – disse. – Vieni con me.
Marcus s’incamminò senza voltarsi, e Marco gli tenne dietro: stare o andare, per lui era ormai esattamente la stessa cosa. Percorsero la lunga pista, facendosi largo tra una folla di gente in pigiama e in pantofole. Avevano tutti l’aria di passeggiare sul terrazzo di casa per godersi il sole. La stazione era un edificio basso e lungo: era il primo che Marco vedeva sul nuovo pianeta, e chissà cosa s’aspettava di vedere. Si trattava invece di un fabbricato comunissimo, di mattoni e di vetro. Unica bizzarria, certi vasetti alle finestre, come quelli che noi sulla Terra teniamo per coltivarci gerani e altri fiori di cui non riusciamo mai a ricordare il nome: in quei vasetti, però, erano piantati tanti minuscoli alberi di Natale.
No, non dei semplici abeti: proprio degli alberi di Natale, ornati di festoni e neve finta, di stelle d’argento e di lampadine di tutti i colori. «Ieri è stato il mio compleanno: dunque era il 23 ottobre, – rifletté Marco meravigliato. – Possibile che quassù facciano i preparativi per Natale con tanto anticipo?»
Fuori della stazione interplanetaria cominciava la città.
Cominciava come cominciano tutte le città: con case, strade, una piazza. Case alte, case basse. Più basse che alte, e forse più giardini che case, ma insomma niente di straordinario, se non fosse stato – di nuovo! – per quei segni natalizi fuori stagione.
Ai lati di un viale che correva verso il centro della città, crescevano due interminabili file di abeti, e sui loro rami s’intrecciavano festoni e ghirlande d’argento, e brillavano stelle e lampadine, e palloncini lucenti, rossi, gialli, blu. Insomma, erano addobbati come alberi di Natale, né più né meno.
– Scusa, – domandò Marco. – Ma che giorno è oggi?
– È Natale, – rispose Marcus allegramente.
«Che stupido, – pensò Marco, – dimenticavo che su questo pianeta il calendario della Terra non conta. Laggiù è il 24 ottobre, qui sarà il 25 dicembre».

[…] (altro…)

Coriandoli a Natale #8: Remo Pagnanelli, Notte di Natale

quasi un consuntivo.jpg

Notte di Natale

I

Un lieto andare dietro le orme del Natale
come di animale braccato eppure
tranquillo del suo odore che stacca
dalla scia, che presto raggiunto
sarà un lieve tonfo per il villaggio
immerso fra i colpi e i fuochi;
un crepitio di rami rotti, un arresto.
.
.
II

Tu vuoi che le piante grasse
si trasferiscano a Natale da questo autunno
e già infatti sono nelle stanze
sempreverdi dagli infissi frondosi,
che da fuori le agognano i circolanti,
complimentosi coi loro nastrini
svolazzanti.
.
.
III

Si prepara un divertente Natale.
Sotto le fronde lustre verdeggianti
si accumuleranno ghirlande di fiale
– odontalgiche e peggio – per la gioia
dei bambini adulterati.

Si prepara il Natale, un altro
da far passare pensando altro e
del vino o dell’acido ci sarà servito
a seconda che siamo dentro o fuori
gelati o riscaldati, noi non riusciremo
a scrollarci dai radiatori e con tutto
anche le labbra, crema per labbra da ricordarsi,
screpoleranno; così dormiremo,
la stanza riempita di piante coi tropici
alle spalle e la polvere degli eucalipti
destinata nelle ossa.

Stanotte i morti parlano forte,
immersi come sono nell’acqua gelata
spiegano le loro ragioni ai rami
solidali, sembrano scuotersi
dalla crescita in compattezza del ghiaccio.
Ma lo sgravio è temporaneo,
il loro morse incomprensibile ai vegliardi
rivendica non un letargo ma un termine
che non ammetta repliche.

 

da © Remo Pagnanelli, Quasi un consuntivo (1975-1987), Donzelli, 2017

Coriandoli a Natale #7: Grazia Deledda, Comincia a nevicare

Comincia a nevicare

«Siamo tutti in casa?» – domandò mio padre, rientrando una sera sul tardi, tutto intabarrato e col suo fazzoletto di seta nera al collo. E dopo un rapido sguardo intorno si volse a chiudere la porta col paletto e con la stanga, quasi fuori s’avanzasse una torma di ladri o di lupi. Noi bambine gli si saltò intorno curiose e spaurite.
«Che c’è, che c’è?»
«C’è che comincia a nevicare e ne avremo per tutta la notte e parecchi giorni ancora: il cielo sembra il petto di un colombo.»
«Bene – disse la piccola nonna soddisfatta. – Così crederete a quello che raccontavo poco fa.»
Poco fa la piccola nonna, che per la sua statura e il suo viso roseo rassomigliava a noi bambine, ed era più innocente e buona di noi, raccontava per la millesima volta che un anno, quando anche lei era davvero bambina (nel mille, diceva il fratellino studente, già scettico e poco rispettoso della santa vecchiaia), una lunga nevicata aveva sepolto e quasi distrutto il paese.
«Quattordici giorni e quattordici notti nevicò di continuo, senza un attimo d’interruzione. Nei primi giorni i giovani e anche le donne più audaci uscivano di casa a cavallo e calpestavano la neve nelle strade; e i servi praticavano qualche viottolo in mezzo a quelle montagne bianche ch’erano diventati gli orti ed i prati. Ma poi ci si rinchiuse tutti in casa, più che per la neve, per l’impressione che si trattasse di un avvenimento misterioso; un castigo divino. Si cominciò a credere che la nevicata durasse in eterno, e ci seppellisse tutti, entro le nostre case delle quali da un momento all’altro si aspettava il crollo. Peccati da scontare ne avevamo tutti, anche i bambini che non rispettavano i vecchi (questa è per te, signorino studente); e tutti si aveva anche paura di morire di fame.»
«Potevate mangiare i teneri bambini, come nel mille» – insiste lo studentello sfacciato.
«Va via, ti compatisco perché sei nell’età ingrata, – dice il babbo, che trova sempre una scusa per perdonare, – ma con queste cose qui non si scherza. Vedrai che fior di nevicata avremo adesso. Eppoi senti senti…»
D’improvviso saliva dalla valle un muggito di vento che riempiva l’aria di terrore: e noi bambine ci raccogliemmo intorno al babbo come per nasconderci sotto le ali del suo tabarro.
«Ho dimenticato una cosa: bisogna che vada fuori un momento» – egli dice frugandosi in tasca.
«Vado io, babbo» – grida imperterrito il ragazzo; ma la mamma, bianca in viso, ferma tutti con un gesto.
«No, no, per carità, adesso!»
«Eppure è necessario – insiste il babbo preoccupato. – Ho dimenticato di comprare il tabacco.»
Allora la mamma si rischiara in viso e va a cercare qualche cosa nell’armadio.
«Domani è Sant’Antonio; è la tua festa, ed io avevo pensato di regalarti…»
Gli presenta una borsa piena di tabacco, ed egli s’inchina, ringrazia, dice che la gradisce come se fosse piena d’oro; intanto si lascia togliere dalle spalle il tabarro e siede a tavola per cenare.
La cena non è come al solito, movimentata e turbata da incidenti quasi sempre provocati dall’irrequietudine dei commensali più piccoli; tutti si sta fermi, quieti, intenti alle voci di fuori.
«Ma quando c’è questo gran vento, – dice la nonna – la nevicata non può essere lunga. Quella volta…»
Ed ecco che ricomincia a raccontare; ed i particolari terribili di quella volta aumentano la nostra ansia, che in fondo però ha qualche cosa di piacevole. Pare di ascoltare una fiaba che da un momento all’altro può mutarsi in realtà.
Quello che soprattutto ci preoccupa è di sapere se abbiamo abbastanza per vivere, nei giorni di clausura che si preparano.
«Il peggio è per il latte: con questo tempo non è facile averlo.»
Ma la mamma dice che ha una grossa scatola di cacao: e la notizia fa sghignazzare di gioia il ragazzo, che odia il latte. Gli altri bambini non osano imitarlo; ma non si afferma che la notizia sia sgradita. Anche perché si sa che oltre il cacao esiste una misteriosa riserva di cioccolata e, in caso di estrema necessità, c’è anche un vaso di miele.
Delle altre cose necessarie alla vita non c’è da preoccuparsi. Di olio e vino, formaggio e farina, salumi e patate, e altre provviste, la cantina e la dispensa sono rigurgitanti. E carbone e legna non mancano. Eravamo ricchi, allora, e non lo sapevamo.
«E adesso – dice nostro padre, alzandosi da tavola per prendere il suo posto accanto al fuoco – vi voglio raccontare la storia di Giaffà.»
Allora vi fu una vera battaglia per accaparrarsi il posto più vicino a lui: e persino la voce del vento si tacque, per lasciarci ascoltare meglio. Ma la nonnina, allarmata dal silenzio di fuori, andò a guardare dalla finestra di cucina, e disse con inquietudine e piacere:
«Questa volta mi pare che sia proprio come quell’altra.»
Tutta la notte nevicò, e il mondo, come una grande nave che fa acqua, parve sommergersi piano piano in questo mare bianco. A noi pareva di essere entro la grande nave: si andava giù, nei brutti sogni, sepolti a poco a poco, pieni di paura ma pure cullati dalla speranza in Dio.
E la mattina dopo, il buon Dio fece splendere un meraviglioso sole d’inverno sulla terra candida, ove i fusti dei pioppi parevano davvero gli alberi di una nave pavesata di bianco.

Grazia Deledda, Novelle, Vol. 5, Ilisso, 1996

Coriandoli a Natale #6: Vittorio Sereni, Nel bicchiere di frodo…

 

Nel bicchiere di frodo
tocca presto il suo fondo
quest’allegria che vela la tristezza
in cresta dei tizzi sopiti
sbalzati a noi dal più lontano fuoco.
E sii tu oggi il Dio che si fa carne
lontananza per noi nell’ora oscura.

Sidi-Chami, Natale 1944

da © Vittorio Sereni, Diario d’Algeria (1947), ora in Poesie. Edizione critica a cura di Dante Isella, Mondadori, ‘I Meridiani’, 1995

Coriandoli a Natale #5: Andrea Vitali, Il rumore del Natale

da Il rumore del Natale

Quando mio figlio Domenico mi chiese a bruciapelo che rumore avesse il Natale, per prima cosa, prima ancora di articolare una qualunque risposta, per quanto evasiva, lo guardai e gli feci un cenno con la mano come a volergli chiedere, a mia volta, cosa diavolo gli fosse saltato in mente. Natale poteva avere suoni e colori, profumi, suggestioni. Ma che facesse, o avesse, un rumore particolare che lo caratterizzasse mi suonava assolutamente nuovo: di più, estraneo.
All’epoca di questo fatto aveva cinque anni e spesso se ne tornava a casa dall’asilo sottoponendo a sua madre e a me improbabili questioni, frutto delle infinite, surreali discussioni che solo i bambini riescono a impostare tra di loro quando non hanno adulti tra i piedi: troncandole poi con decisione quando vedono uno della nostra razza all’orizzonte.
Glissai, tentai un cambio di argomento, la buttai sul banale dicendo che era sera, io ero stanco e lui doveva andare a lavare i dentini per poi infilarsi sotto le coperte e sognare Babbo Natale e tutti i bei regali che gli avrebbe portato.
Mi illusi di essermela cavata. Niente da fare, invece. La domanda si ripropose quasi subito e con una vernice inconsapevolmente ricattatoria: lui andava a lavare i dentini e a sognare Babbo Natale solo dopo una mia risposta che, implicitamente, doveva essere esaustiva.
Quindi, che non tentassi di sfuggire aggrappandomi a equilibrismi verbali.
Che rumore aveva il Natale?
[…]
Quella domanda l’aveva fatta anche alla madre, appena uscito dall’asilo. Ma, furba, se l’era cavata dichiarando pianamente che non lo sapeva. Il papà invece, che menava vanto di fare lo scrittore, avrebbe saputo rispondergli con sicurezza.
[…]
Decisi lì per lì che, se l’erede voleva una risposta, l’avrebbe avuta. Dopodiché i dentini, i sogni dei regali e buonanotte! In fin dei conti bisognava dare a quella domanda una risposta di sostanza, dire una cosa, qualunque fosse, dare all’infante una soddisfazione, una certezza. Quindi, convinto della bontà del mio agire, risposi con grande sicurezza.
«Rumore di pesce!» Il ciccetto sembrò convinto. Forse sembrò così a me, volendomi illudere di aver assolto un alto compito. Perlomeno gli avevo dato la risposta. Non tenevo in conto, in quel momento critico, che un figlio si fa in due, con una moglie, una compagna, una donna insomma che poi diventa mamma. E che ha pari diritto di parola. Per cui, sentendo la risposta e valendosi di quel diritto testé citato, mia moglie se ne uscì a dire: «Rumore di pesce?».
Immediatamente mio figlio si accodò a sua madre buttando lì un perché? che per un tempo abbastanza lungo sembrò sfarfallare nel silenzio del salotto di casa.
«Adesso sì che ti voglio», chiosò mia moglie ritirandosi in cucina.
«Perché il Natale ha rumore di pesce?» ribadì mio figlio non riuscendo contemporaneamente a reprimere un mezzo sbadiglio.
Perché, perché… «Perché…» attaccai a spiegare, mentre mia moglie, cercando di non farsi vedere, orecchiava, «…perché i lavarelli, che sono pesci di lago, vanno in frega a dicembre: cioè, dalle profondità sconosciute del lago, si mettono in gruppo e facendosi compagnia vengono a riva a deporre le uova. Di conseguenza quello è il momento giusto per prenderne alcuni considerando che, insieme con gli agoni e i persici, sono i pesci più pregiati, dalla carne più saporita.»
[…]
A quel punto del racconto notai che a mio figlio cominciavano a cascare, e pesantemente, le palpebre: compito primo, irrinunciabile di un narratore, è quello di tener desta l’attenzione del lettore o di chi ti ascolta. In quel caso specifico, però, mi bastava aver annoiato a tal punto il ciccetto da avergli provocato una invincibile botta di sonno.
[…]

© Andrea Vitali, Il rumore del Natale, Garzanti, 2011

Coriandoli a Natale #4: Leonardo Sciascia, Natale a Regalpetra

Natale a Regalpetra

– Il vento porta via le orecchie – dice il bidello.
Dalle vetrate vedo gli alberi piegati come nello slancio di una corsa.
I ragazzi battono i piedi, si soffiano sulle mani cariche di geloni.
L’aula ha quattro grandi vetrate: damascate di gelo, tintinnano per il vento come le sonagliere di un mulo
Come al solito, in una paginetta di diario, i ragazzi mi raccontano come hanno passato il giorno di Natale: tutti hanno giuocato a carte, a scopa, sette e mezzo e ti-vitti (ti ho visto: un gioco che non consente la minima distrazione); sono andati alla messa di mezzanotte, hanno mangiato il cappone e sono andati al cinematografo.
Qualcuno afferma di aver studiato dall’alba, dopo la messa, fino a mezzogiorno; ma è menzogna evidente.
In complesso tutti hanno fatto le stesse cose; ma qualcuno le racconta con aria di antica cronaca: “La notte di Natale l’ho passata alle carte, poi andai alla Matrice che era piena di gente e tutta luminaria, e alle ore sei fu la nascita di Gesù”.
Alcuni hanno scritto, senza consapevole amarezza, amarissime cose: “Nel giorno di Natale ho giocato alle carte e ho vinto quattrocento lire e con questo denaro prima di tutto compravo i quaderni e la penna e con quelli che restano sono andato al cinema e ho pagato il biglietto a mio padre per non spendere i suoi denari e lui lì dentro mi ha comprato sei caramelle e gazosa”.
Il ragazzo si è sentito felice, ha fatto da amico a suo padre pagandogli il biglietto del cinema… Ha fatto un buon Natale. Ma il suo Natale io l’avrei voluto diverso, più spensierato.
“La mattina del Santo Natale – scrive un altro – mia madre mi ha fatto trovare l’acqua calda per lavarmi tutto”.
La giornata di festa non gli ha portato nient’altro di così bello. Dopo che si è lavato e asciugato e vestito, è uscito con suo padre “per fare la spesa”. Poi ha mangiato il riso col brodo e il cappone.
“E così ho passato il Santo Natale”

Leonardo Sciascia, Le parrocchie di Regalpetra (1955), Adelphi, 2016

Coriandoli a Natale #3: il ‘Natale’ di Alessandro Manzoni, con una nota di Chiara Pini


Il Natale e Il Natale del 1833: cronache di vita familiare di Alessandro Manzoni

di © Chiara Pini

Il Natale

Qual masso che dal vertice
Di lunga erta montana,
Abbandonato all’impeto
Di rumorosa frana,
Per lo scheggiato calle
Precipitando a valle,
Batte sul fondo e sta;

Là dove cadde, immobile
Giace in sua lenta mole;
Né, per mutar di secoli,
Fia che riveda il sole
Della sua cima antica,
Se una virtude amica
In alto nol trarrà:
Tal si giaceva il misero
Figliol del fallo primo,
Dal dì che un’ineffabile
Ira promessa all’imo
D’ogni malor gravollo,
Donde il superbo collo
Più non potea levar.

Qual mai tra i nati all’odio,
Quale era mai persona,
Che al Santo inaccessibile
Potesse dir: perdona?
Far novo patto eterno?
Al vincitore inferno
La preda sua strappar?
Ecco ci è nato un Pargolo,
Ci fu largito un Figlio:
Le avverse forze tremano
Al mover del suo ciglio:
All’uom la mano Ei porge,
Che si ravviva, e sorge
Oltre l’antico onor.

Dalle magioni eteree
Sgorga una fonte, e scende,
E nel borron de’ triboli
Vivida si distende:
Stillano mèle i tronchi;
Dove copriano i bronchi,
Ivi germoglia il fior.

O Figlio, o Tu cui genera
L’Eterno, eterno seco;
Qual ti può dir de’ secoli:
Tu cominciasti meco?
Tu sei: del vasto empiro
Non ti comprende il giro:
La tua parola il fe’.

E Tu degnasti assumere
Questa creata argilla?
Qual merto suo, qual grazia
A tanto onor sortilla?
Se in suo consiglio ascoso
Vince il perdon, pietoso
Immensamente Egli è.

Oggi Egli è nato: ad Efrata,
Vaticinato ostello,
Ascese un’alma Vergine,
La gloria d’Israello,
Grave di tal portato:
Da cui promise è nato,
Donde era atteso uscì. (altro…)

Coriandoli a Natale #2: Dino Buzzati, Lunga ricerca nella notte di Natale

LUNGA RICERCA NELLA NOTTE DI NATALE
di Dino Buzzati

Tetro e ogivale è l’antico palazzo dei vescovi, stillante salnitro dai muri, rimanerci è un supplizio nelle notti d’inverno. E l’adiacente cattedrale è immensa, a girarla tutta non basta una vita, e c’è un tale intrico di cappelle e sacrestie che, dopo secoli di abbandono, ne sono rimaste alcune pressoché inesplorate. Che farà la sera di Natale – ci si domanda – lo scarno arcivescovo tutto solo, mentre la città è in festa? Come potrà vincere la malinconia? Tutti hanno una consolazione: il bimbo ha il treno e pinocchio, la sorellina ha la bambola, la mamma ha i figli intorno a sé, il malato una nuova speranza, il vecchio scapolo il compagno di dissipazioni, il carcerato la voce di un altro dalla cella vicina. “Come farà l’arcivescovo?” Sorrideva lo zelante don Valentino, segretario di sua eccellenza, udendo la gente parlare così. L’arcivescovo ha Dio, la sera di Natale. Inginocchiato solo soletto nel mezzo della cattedrale gelida e deserta a prima vista potrebbe quasi far pena, e invece se si sapesse! Solo soletto non è, non ha neanche freddo, né si sente abbandonato. Nella sera di Natale Dio dilaga nel tempio, per l’arcivescovo, le navate ne rigurgitano letteralmente, al punto che le porte stentano a chiudersi; e, pur mancando le stufe, fa così caldo che le vecchie bisce bianche si risvegliano nei sepolcri degli storici abati e salgono dagli sfiatatoi dei sotterranei sporgendo gentilmente la testa dalle balaustre dei confessionali.
….Così, quella sera il Duomo; traboccante di Dio. E benché sapesse che non gli competeva, don Valentino si tratteneva perfino troppo volentieri a disporre l’inginocchiatoio del presule. Altro che alberi, tacchini e vino spumante. Questa, una serata di Natale. Senonché in mezzo a questi pensieri, udì battere a una porta. “Chi bussa alle porte del Duomo” si chiese don Valentino “la sera di Natale? Non hanno ancora pregato abbastanza? Che smania li ha presi?”. Pur dicendosi così andò ad aprire e con una folata divento entrò un poverello in cenci.
….«Che quantità di Dio!» esclamò sorridendo costui guardandosi intorno. «Che bellezza! Lo si sente perfino di fuori. Monsignore, non me ne potrebbe lasciare un pochino? Pensi, è la sera di Natale.»
….«È di sua eccellenza l’arcivescovo» rispose il prete. «Serve a lui, fra un paio d’ore. Sua eccellenza fa già la vita di un santo, non pretenderai mica che adesso rinunci anche a Dio! E poi io non sono mai stato monsignore.»
….«Neanche un pochino, reverendo? Ce n’è tanto! Sua eccellenza non se ne accorgerebbe nemmeno!»
….«Ti ho detto di no… Puoi andare… Il Duomo è chiuso al pubblico» e congedò il poverello con un biglietto da cinque lire.
….Ma come il disgraziato uscì dalla chiesa, nello stesso istante Dio disparve. Sgomento, don Valentino si guardava intorno, scrutando le volte tenebrose: Dio non c’era neppure lassù. Lo spettacoloso apparato di colonne, statue, baldacchini, altari, catafalchi, candelabri, panneggi, di solito così misterioso e potente, era diventato all’improvviso inospitale e sinistro. E tra un paio d’ore l’arcivescovo sarebbe disceso.
….Con orgasmo don Valentino socchiuse una delle porte esterne, guardò nella piazza. Niente. Anche fuori, benché fosse Natale, non c’era traccia di Dio. Dalle mille finestre accese giungevano echi di risate, bicchieri infranti, musiche e perfino bestemmie. Non campane, non canti.
….Don Valentino uscì nella notte, se n’andò per le strade profane, tra fragore di scatenati banchetti. Lui però sapeva l’indirizzo giusto. Quando entrò nella casa, la famiglia amica stava sedendosi a tavola. Tutti si guardavano benevolmente l’un l’altro e intorno ad essi c’era un poco di Dio.
…..«Buon Natale, reverendo» disse il capofamiglia. «Vuol favorire?»
…..«Ho fretta, amici» rispose lui. «Per una mia sbadataggine Iddio ha abbandonato il Duomo e sua eccellenza tra poco va a pregare. Non mi potete dare il vostro? Tanto, voi siete in compagnia, non ne avete un assoluto bisogno.»
…..«Caro il mio don Valentino» fece il capofamiglia. «Lei dimentica, direi, che oggi è Natale. Proprio oggi i miei figli dovrebbero far a meno di Dio? Mi meraviglio, don Valentino.» (altro…)

Coriandoli a Natale #1: Libero de Libero, Natale da ‘Borrador’

1940

26 dicembre
Un altro Natale trascorso nella maggiore pena. La mente batte più ostinatamente alle porte dell’infanzia, e i colpi non destano nemmeno l’eco in quella casa remota. La stella dei pastori è riapparsa in cielo dopo la nevicata del giorno, il freddo della notte è stato crudo. Ma io nel mio letto ero un uomo con tanti pensieri in disordine, cresciuto dentro di me come un vecchio. Vecchio di cuore, vecchia la mente e i giovani pensieri mal fioriti dentro di me come una terra arida; lenta è la fine, il trapasso ostacolato da orrende angosce. Mentre, allora, la sera di Natale, intorno alla grande tavola, tanti volti si guardavano intensi; la distribuzione dei cibi succulenti fatta da mio padre, le poesie recitate a bocca piena e il brindisi degli occhi negli occhi di mio padre e di mia madre e poi la chiesa canora di luci e il pargoletto di cera baciato leggermente da tutti; si dormiva quella notte, come pecorelle benedette dalla stella.
Poi è stata una rovina di uomini e di cose..

1944

25 dicembre
Quest’anno ho atteso la festa di Natale, di Capodanno. Era da anni che non sentivo bisogno delle feste natalizie. Non m’importava granché. Mi piaceva di trovare una scusa per andar a Fondi. Sarà stata la terribile festa del dicembre 1943. Ma quest’anno, da ottobre ho cominciato a desiderare la festa di Natale. Questi cieli bambagiosi, la luce sfocata di questi giorni mi piacevano, mi raddolcivano. Ero quasi contento. Facevo calore a me stesso. Ero pieno di ricordi come un vaso che si rovescia nell’acqua che lo riempiva.

27 dicembre
Non voglio sentir parlare di eserciti, di guerre, di condanne. Basta. E non mi ripetete la parola «dittatura», essa fa rima con «paura». E finitela con gli eroismi e gli eroi. Basta con gli eroi. Amare il proprio paese è un’altra faccenda.

in Borrador. Diario 1933-1955, a cura di Lorenzo Cantatore, Nuova Eri, 1994

Grazie a Simone di Biasio, presidente dell’Associazione Libero de Libero.

Felicitas Hoppe, Pigafetta

Oggi è il compleanno di Felicitas Hoppe. Con i nostri auguri, pubblichiamo la presentazione del suo primo romanzo, Pigafetta, e la traduzione inedita dell’incipit.

 

Felicitas Hoppe, Pigafetta (1999), Fischer Verlag 

Nel primo romanzo pubblicato, Felicitas Hoppe dispiega generosamente tutte le caratteristiche della sua prosa: intreccio di più piani narrativi e cronologici, una tela tutta d’un pezzo che, tuttavia, ha una pluralità di fili costituita da letture prima interiorizzate, fatte proprie e inglobate in un’autobiografia vera e fittizia allo stesso tempo (ma che cosa è vero, che cosa è fittizio, ci suggerisce la stessa autrice, anche a posteriori, nella sua opera Hoppe 2012,  che non a caso menziona Pigafetta fin dalle primissime pagine?), poi esternate, con una restituzione tutta particolare e, soprattutto, noncurante della tradizionale compilazione di eventi. Un procedimento, questo, che trova nel Tristram Shandy di Lawrence Sterne un padre putativo laboriosamente all’opera. La questione del tempo, del calcolo cronologico e degli strumenti sui quali gli umani si sono accordati, gli orologi, riveste un ruolo giocosamente importante, come avveniva nell’opera di Sterne, attraversa il romanzo Pigafetta e compare sin da uno dei paragrafi iniziali, intitolato, appunto, Orologi. Altri tributi letterari costellano il romanzo: a Moby Dick di Melville, alla balena biblica del profeta Giona, ma, principalmente, alla balena di Pinocchio dell’amato Collodi, ad Adelbert von Chamisso di Viaggio intorno al mondo, a Poe di Gordon Pym, a Conrad di Cuore di tenebra. (altro…)

Paolo Triulzi, Chip

 

Parigi, foto gianni montieri

Chip

Io in media ho tre erezioni al giorno. Intendo, tre erezioni importanti, di quelle insopprimibili. Di solito la prima arriva a metà mattina, la seconda dopo pranzo e la terza alla sera. Quando il pene diventa duro, è risaputo, si annebbia un po’ la testa, l’intelletto. L’erezione porta in sé la necessità di soddisfazione, sfida con la sua durezza estrema e imperterrita la dissimulazione che la circonda.

Ora, il problema non è che la verga mi diventi spontaneamente dura, anzi ne vado anche abbastanza orgoglioso, quanto piuttosto quello della soddisfazione. Solo una delle mie tre impellenze quotidiane mi è infatti possibile consumarla con la mia legittima compagna, e per di più quella meno certa, meno pertinace, quella serotina. I nostri dottori aziendali mi assicurano che col tempo non avrò più di questi problemi. Intanto che aspetto pazientemente i primi disturbi alla prostata mi consigliano, i dottori, di farmi due passi in cerca di distrazione. Sono bravi questi dottori e soprattutto sono aziendali. Non è un caso infatti che all’interno del cortile della nostra azienda, che è grande, sia ospitata tutta una serie di negozi.

All’interno del perimetro aziendale si trova un asilo nido, peraltro utilissimo, un servizio di lavanderia, un centro fitness, uno spaccio di alimentari, una farmacia. Un’azienda che pensa al benessere e alle esigenze del dipendente, insomma. Anzi l’azienda ci pensa così tanto, al dipendente, che volentieri lo vizia. Così, senza dover uscire e affrontare il traffico ed il caos della città, noi possiamo usufruire di un negozio di dischi e libri, di una boutique, di un calzaturificio, di un bazar di articoli da tempo libero, dal golf all’automobilismo, di un’agenzia viaggi. Tutti questi esercizi offrono a noi, e solo a noi, i propri servigi a prezzi di favore. Questo è il modo dell’azienda di farci sentire privilegiati e, nella gran parte dei casi, riesce nell’intento.

Tutto questo lo dico perché così si capisca come io sia arrivato a convincermi che a questo mondo ci venga richiesto, non solo di produrre, ma principalmente di consumare. Se uno fosse in grado di spendere senza guadagnare, ad esempio, andrebbe bene lo stesso. Malissimo invece il contrario: accumulare senza mai scucire. Quindi la morale è che più importante di creare è distruggere. E certa gente, come i dottori aziendali, è totalmente persuasa, e vuole convincere anche noi, che distruggendo stiamo in realtà creando.

(altro…)

Moreno Innocenti, tre inediti

IL GIOCO

Tu non sei il gioco
che vibra
che tende lontano.
Tu non sei il gioco
che scivola, che perde di mano.
La linea imperfetta
del canto del mondo
io resto impietrito
che ascolto e non sento
che parlo da solo.
E guardo alle stelle
aggrappo la mano alla tegola.
Tu non sei il gioco,
tu sei l’avvento
e la regola.

 

IL TUO NOME

A volte capita il tuo nome
nelle strade che ho rimosso.
Lungo e disteso,
raccoglie i detriti laterali.
Alle curve sinuoso si adagia
saltando sui ponti di terra
e pietra.
Si ostina il tuo nome alle vie
del paese.
Sublima i ricordi e li rende leggeri.
Macina il grano.
Supera la folgore.

 

PROTEGGI I MIEI OCCHI

Proteggi i miei occhi
da buio e dolore.
Carezzami l’anima lentamente.
In giorni sottili di pioggia
e paura.
Raccogli i capelli
che lascio al cuscino
e fanne una ghirlanda
per riderci sopra.
Proteggi i miei occhi
da buio e dolore.
E che nessuno ci scopra.

*
© Moreno Innocenti

 

Moreno Innocenti nasce sulle sponde del Lago Maggiore nel mese di Novembre del 1980. Si iscrive alla Facoltà di Lettere degli Università degli Studi di Milano, non ultimando però gli studi. Scrive versi e brevi racconti, musiche e testi. Cresce innamorato di De André e Pavese. Alcune poesie ricevono riconoscimenti e menzioni d’onore all’interno di rassegne e concorsi letterari.