Giorno: 27 novembre 2017

Juan Villoro, El puño en alto

opera di Ettore Sottsass, foto di Gianni Montieri

 

Eres del lugar donde recoges
la basura.
Donde dos rayos caen
en el mismo sitio.
Porque viste el primero,
esperas el segundo.
Y aquí sigues.
Donde la tierra se abre
y la gente se junta.

Otra vez llegaste tarde:
estás vivo por impuntual,
por no asistir a la cita que
a las 13:14 te había
dado la muerte,
treinta y dos años después
de la otra cita, a la que
tampoco llegaste
a tiempo.
Eres la víctima omitida.
El edificio se cimbró y no
viste pasar la vida ante
tus ojos, como sucede
en las películas.
Te dolió una parte del cuerpo
que no sabías que existía:
La piel de la memoria,
que no traía escenas
de tu vida, sino del
animal que oye crujir
a la materia.
También el agua recordó
lo que fue cuando
era dueña de este sitio.
Tembló en los ríos.
Tembló en las casas
que inventamos en los ríos.
Recogiste los libros de otro
tiempo, el que fuiste
hace mucho ante
esas páginas.
Llovió sobre mojado
después de las fiestas
de la patria,
Más cercanas al jolgorio
que a la grandeza.
¿Queda cupo para los héroes
en septiembre?
Tienes miedo.
Tienes el valor de tener miedo.
No sabes qué hacer,
pero haces algo.
No fundaste la ciudad
ni la defendiste de invasores.

Eres, si acaso, un pordiosero
de la historia.
El que recoge desperdicios
después de la tragedia.
El que acomoda ladrillos,
junta piedras,
encuentra un peine,
dos zapatos que no hacen juego,
una cartera con fotografías.
El que ordena partes sueltas,
trozos de trozos,
restos, sólo restos.
Lo que cabe en las manos.

El que no tiene guantes.
El que reparte agua.
El que regala sus medicinas
porque ya se curó de espanto.
El que vio la luna y soñó
cosas raras, pero no
supo interpretarlas.
El que oyó maullar a su gato
media hora antes y sólo
lo entendió con la primera
sacudida, cuando el agua
salía del excusado.
El que rezó en una lengua
extraña porque olvidó
cómo se reza.
El que recordó quién estaba
en qué lugar.
El que fue por sus hijos
a la escuela.
El que pensó en los que
tenían hijos en la escuela.
El que se quedó sin pila.
El que salió a la calle a ofrecer
su celular.
El que entró a robar a un
comercio abandonado
y se arrepintió en
un centro de acopio.
El que supo que salía sobrando.
El que estuvo despierto para
que los demás durmieran.

El que es de aquí.
El que acaba de llegar
y ya es de aquí.
El que dice “ciudad” por decir
tú y yo y Pedro y Marta
y Francisco y Guadalupe.
El que lleva dos días sin luz
ni agua.
El que todavía respira.
El que levantó un puño
para pedir silencio.
Los que le hicieron caso.
Los que levantaron el puño.
Los que levantaron el puño
para escuchar
si alguien vivía.
Los que levantaron el puño para
escuchar si alguien
vivía y oyeron
un murmullo.
Los que no dejan de escuchar.

 

Sei del luogo dove raccogli
l’immondizia.
Dove due fulmini cadono
nello stesso punto.
Hai visto il primo, perciò
aspetti il secondo.
E qui resti.
Dove la terra si apre
e la gente si unisce.

Sei arrivato in ritardo, di nuovo:
per grazia di impuntualità sei
vivo, per mancare all’appuntamento
che alle ore 13:14 ti avrebbe
dato la morte,
trentadue anni dopo l’altro
appuntamento, al quale pure
non arrivasti
in tempo.
Sei la vittima omessa.
L’edificio oscillò e tu non
hai visto passare la vita
davanti ai tuoi occhi, come
accade nei film.
Ti fece male una parte del corpo
che non sapevi esistesse:
la pelle della memoria
che non evocò scene
della tua vita, ma
dell’animale che sente
scricchiolare
la materia.
Anche l’acqua si ricordò
ciò che fu quando
era padrona di questo luogo.
Tremò nei fiumi.
Tremò nelle case
che inventammo nei fiumi.
Hai raccolto i libri di un altro
tempo, quel che eri
molto prima di queste
pagine.
Piovve sul bagnato
dopo le feste
della patria,
più vicine alla baldoria
che alla grandezza.
C’è spazio per gli eroi
in settembre?
Hai paura.
Hai il coraggio di avere paura.
Non sai che fare,
ma fai qualcosa.
Non hai fondato la città
né l’hai difesa dagli invasori.

Semmai, sei un mendicante
della storia.
Sei chi raccoglie rifiuti
dopo la tragedia,
chi sistema mattoni,
unisce pietre,
trova un pettine,
due scarpe spaiate,
un portafogli con delle fotografie.
Chi ordina parti sciolte,
pezzi di pezzi,
resti, solo resti,
quel che ci sta tra le mani.

Sei chi non ha guanti,
chi distribuisce acqua,
chi regala le sue medicine
perché è già guarito dall’orrore.
Chi vide la luna e sognò
cose strane, ma non
seppe interpretarle,
chi sentì miagolare
il suo gatto mezz’ora
in anticipo e lo comprese
solo alla prima
scossa, quando l’acqua
salì dal water.
Chi pregò in una lingua
straniera perché aveva dimenticato
come si prega.
Chi ricordò chi stava
dove.
Chi corse dai suoi figli
a scuola.
Chi pensò a coloro che
avevano figli a scuola.
Chi rimase senza batteria.
Chi scese in strada per offrire
il proprio cellulare.
Chi entrò a rubare in un
negozio abbandonato
e se ne pentì in
un centro di raccolta.
Sei chi sapeva di essere di troppo.
Chi stette sveglio affinché
gli altri dormissero.

Chi è di qui.
Chi è appena arrivato
e già è di qui.
Chi dice “città” per dire
tu, e io, e Pedro, e Marta,
e Francisco, e Guadalupe.
Chi resta due giorni senza luce
né acqua.
Chi ancora respira.
Chi alzò il pugno
per chiedere il silenzio.
Coloro che se ne accorsero.
Coloro che alzarono il pugno.
Coloro che alzarono il pugno
per sentire
se qualcuno fosse vivo.
Coloro che alzarono il pugno per
sentire se qualcuno
fosse vivo e udirono
un mormorio.
Coloro che non smettono di ascoltare.

© Juan Villoro 

traduzione di Chiara Caradonna  
un grazie a Carmen Gallo

 

 

Juan Villoro

Nato a Città del Messico nel 1956, è autore di saggi, racconti e romanzi, e una delle figure più importanti nel panorama letterario messicano contemporaneo. Il 22 settembre 2017, tre giorni dopo il violento sisma (7.1 della scala Richter) che ha colpito la zona centrale del Messico mietendo numerose vittime anche nella capitale, Villoro pubblica sul quotidiano Reforma, al posto del suo regolare contributo, la poesia El puño en alto. Il testo viene condiviso, diventa un fenomeno virale. “A dire il vero non mi considero poeta”, dice Villoro in un’intervista. Il suo poema, una “litania del dolore”, nasce perché vengono meno le parole. È – aggiunge – un’omaggio immediato e istintivo alla solidarietà dimostrata dalla popolazione subito dopo il terremoto. Di questa solidarietà il pugno in alto è – come dimostrano le immagini scattate in quei giorni – a tal punto espressione concreta da trasformarsi a sua volta in simbolo di unità e perseveranza dal basso, che agisce indipendentemente dalle autorità. Nel suo contesto specifico il pugno in alto significa, come osserva Villoro: “restiamo in silenzio per dedicarci all’altro”, a chi ancora è seppellito sotto le macerie. Assume però anche un senso sociale e umano più ampio: “mettersi in ascolto di ciò che deve essere sentito”. Per Villoro il pugno in alto non è un gesto di potere, ma di ascolto.
Il sisma del 19 settembre scorso ha riportato alla memoria il terremoto che nello stesso giorno del 1985 distrusse Città del Messico. È questo l’appuntamento mancato cui fa riferimento la seconda strofa.

*

Chiara Caradonna è nata a Brescia nel 1986. Vive e lavora a Gerusalemme, dove è ricercatrice in letterature comparate presso la Hebrew University.

 

Lettera all’autore #1: Andrea Raos, Le avventure dell’allegro leprotto e altre storie inospitali.

Caro Andrea, 

mi sono preso un po’ di tempo per leggere il tuo libro e quindi per scriverti. È stata una lettura affascinante e impegnativa. Ti confesso che dopo le prime pagine mi sono chiesto cosa stessi leggendo, se un libro di prosa, un libro di traduzioni, un saggio, un libro di poesie, una favola, un racconto, un diario di viaggio, un manga. Poi, quando ho compreso che il tuo libro è tutte queste cose insieme, mi sono rilassato e mi sono goduto la lettura fino in fondo. L’Allegro leprotto mi è  sembrato un esperimento riuscito, perché riesce a sintetizzare tutti i generi attraverso un’unità superiore. È come se nel percorso labirintico del testo vi fossero dei fili che si dipanano lungo i vari capitoli che non fanno smarrire mai del tutto il lettore nella vertigine della lettura, insomma mi sembra che dietro l’apparente prevalere di forze centrifughe ve ne siano altre altrettanto forti che hanno un ruolo centripeto, in particolare dei temi che sono presenti come delle ossessioni che circolano in tutti i capitoli: la rievocazione di un passato che assume i tratti di una vera e propria anamnesi personale, dissimulata e moltiplicata nei tanti mascheramenti che la voce narrante e poetante assume; l’uso di parole che assumono un valore simbolico e allusivo, sia in tono ironico, prevalente, sia in tono rivelativo; la forza sperimentale del testo; il rapporto polemico con le forme della tradizione poetica, vedi le sestine implose o le ottave di L’anno scorso pervinca; il confronto con la cultura e con la lingua giapponese; gli animali fantastici che circolano e imperversano tra le pagine, buoni compagni de Le api;  un sottofondo, una nota cupa e costante che si presenta come sottotesto di ogni pagina e che è, a ben vedere, segnalato e suggerito dall’aggettivo del sottotitolo – ‘inospitali’ -, un confrontarsi con l’enigma dell’esistenza, con l’orrore di fondo del mondo, senza neanche bisogno di esplicitarlo. In ultimo mi sembra che rispetto ai tuoi lavori precedenti, forse con la sola eccezione di le Lettere nere che mi paiono riecheggiare in alcuni passaggi, vi sia un coinvolgimento più sofferto dell’io lirico che emerge tra le varie immagini del testo, un’urgenza di raccontarsi, sempre nelle forme che ti sono proprie, che rende la lettura in molti tratti commovente. A queste che ti ho appena elencante, aggiungo altre considerazioni sparse, così come mi vengono in mente; l’aggettivo ‘allegro’ mi sembra che si debba riferire prevalentemente al lessico musicale, alla velocità di esecuzione, a un tempo veloce (come il leprotto mi verrebbe da dire), all’incalzare della scrittura e dell’atto della scrittura, che muove sia tu che scrivi sia noi che leggiamo e credo di poter aggiungere che il tuo stile in questo libro è quello non solo di un allegro, ma di uno scherzo che diventa, in alcuni passaggi, un vero e proprio allegro feroce. Altro punto centrale è l’uso radicale dell’ironia, la volontà riuscita di una totale dissimulazione e spiazzamento del testo stesso, oltre che del lettore, l’utilizzo ironico della favola, che già ti caratterizzava, qui addirittura diventa ancora più sofisticato, trasformandosi in una cornice in cui si inseriscono altre tipologie di testi; un’altra cosa che mi ha profondamente colpito è la struttura stereoscopica del libro, a cui accenni anche tu quando parli di libro pop-up, preciso meglio questa mia sensazione, è come se nella tua scrittura si passasse dalla similitudine alla metafora, e qui niente di nuovo mi dirai, ma la metafora si stacca completamente da ciò a cui si riferisce per diventare altro, per assumere vita propria e a sua volta generare altre metafore che diventano altri personaggi e storie, il color pervinca che diventa protagonista incontrastato di un’intera sezione. E da questa forza metaforica e allegorica non sono escluse neanche le sezioni in cui, apparentemente, riferisci di episodi della tua vita o ricorri esplicitamente alla memoria. Il tuo libro è un libro tridimensionale, per tornare all’immagine stereoscopica, è un libro che nella suo polimorfismo assume una vita propria, inquietante e sempre nuova ogni volta che si rilegge.

Forse ti starai chiedendo perché ti scrivo una lettera anziché fare una recensione seria come Dio comanda? Un po’ per motivi miei, un po’ perché il tuo libro eccede qualsiasi forma chiusa, anche quella di una recensione che lo voglia contenere e definire e quindi dirti le mie impressioni provvisorie, e tali mi sembrano dover rimanere, mi è sembrato l’unico modo onesto per essere all’altezza del tuo testo e poi, lo confesso, ti ho usato come cavia, per vedere se la forma epistolare possa essere adatta a parlare in maniera, non dico esaustiva, ma almeno opportuna di un libro. In ultimo, a proposito di cavie, ecco cosa mi frullava in testa sin dall’inizio della lettura e anche dalla lettura de Le api e degli altri tuoi libri, che non riuscivo a mettere a fuoco, le vere cavie della tua scrittura sono i lettori, oserei dire che c’è quasi un elemento sadico nella tua scrittura, non sei tu che vai incontro al lettore, ma è il lettore che deve spasmodicamente seguirti, anzi inseguirti, braccarti nei tuoi continui depistaggi e, quando ha la sensazione di averti raggiunto, tu, come scrittore, sei già altrove, sei già in un altro luogo poetico ed è forse proprio in questo continuo spostamento, in questo essere sempre oltre che cogli la dimensione più propria della tua poesia e della poesia nella sua essenza. Ti saluto con profonda stima e con affetto e spero che prima o poi avremo l’occasione di incontrarci di persona. A presto, dunque.

Francesco Filia

Andrea Raos, Le avventure dell’Allegro Leprotto e altre storie inospitali, Arcipelago Itaca, pp. 156, Brossura, EAN: 9788899429225
.
.
*
Un giorno l’Allegro Leprotto decise di andare a vedere com’è fatto il cielo e, raccontata una bugia ai genitori per potersi allontanare da casa, si mise in cammino.
—Camminò per quasi una settimana scalando, un saltello dopo l’altro, la montagna più alta che c’è. Poco a poco sparirono gli alberi e i fiori, gli animali e i prati, e si trovò a scorticarsi i polpastrelli contro gli stuoli di rocce taglienti e fredde verso la cima.
—Finalmente giunto sul cocuzzolo stette da lì proteso verso il cielo, ormai vicinissimo, per diversi giorni e notti finché, stiracchiandosi e allungandosi più che poteva, non riuscì ad afferrare con gli zampini il bordo della volta celeste. Per qualche istante riprese fiato con la testa mezza dentro, issato in un buio che non capiva, e il sedere mezzo fuori, nel mondo normale fatto di luce e muoni; poi, con un ultimo sforzo, si slanciò ancora un po’ più su e capitombolò dentro a dietro il cielo. Fu come trarre un sospiro, gettare uno sguardo in tralice, e alla fine un piccolo “clac”.
—Seduto sul didietro, ancora intontito dalla rotolata che aveva fatto cadendo, si guardò intorno. Vide che dietro al cielo tutto è buio. C’erano solo il freddo e il niente.
—L’Allegro Leprotto capì che i pianeti e le stelle che vedeva brillare dal basso, quando nelle sere d’estate andava a rincorrere le lucciole nei prati invasi dal profumo del fieno appena tagliato, sono pietre che sprizzano luce verso la terra rotolando e stridendo in assoluto silenzio, come calcoli neri e pulsanti di cui traspare il ghigno se premuti contro la membrana che li chiude.
—Io spero che ti scardini la vita.
*
Penso il pensiero
altrui formarsi e farsi fiato e vedo
che le cose
accadono e non sono mai le stesse:
tutte cambiano,
le buone ingrigendo con il giorno, le cattive
fisse in uno sguardo pronto a spegnersi.
Così sono guardato
mai guarito dalle cose.