Giorno: 24 novembre 2017

Ilaria Grasso, poesie

 

Berlino, foto di Gianni Montieri

Domani, 25 novembre, sarà la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Pubblichiamo qui di seguito alcune poesie inedite di Ilaria Grasso, attivista e poeta estremamente attenta e sensibile all’argomento (gm).

*

 

LA BADESSA

Era molto originale
il suo modo
d’apostrofarmi sempre
con variopinte offese
Per via della mia stazza
spesso
mi chiamava badessa
ed io in cuor mio sapevo
che sarei rimasta indenne
da quell’inferno
perché
grande è il regno dei cieli
per chi crede.

 

*

ABUSO D’ATTI D’UFFICIO

Lui la prende dietro la scrivania
dopo il turno di sera
nel suo ufficio personale
che si trova accanto a quello
della segreteria. La rosa trema
nel vaso sulla scrivania
assieme a lei che non si spoglia
aspettando che al padrone
prima o poi passi la voglia
Non accade mai e dico mai
che a lui passi questa voglia
e quando va a casa dal marito
con gli occhi vuoti
dopo aver preparato la cena
per tutta la famiglia
dice solo che è stanca e vuole
andare a letto
a letto da sola e a letto presto.

 

*

Hanno voluto cancellarmi e ci sono riusciti”
A Vera Caslavska ginnasta ed eroina cecoslovacca

:::::::::::::::::::Aveva solo bisogno di un’asta
per fare un salto avanti e superare così certi ostacoli
Sempre gli stessi
La trovarono a terra
Appoggiata al muro
A guardarsi in mezzo alle gambe
per sapere quanto
:::::::::::::::fossero profonde le pareti
nel momento esatto della mancanza. (altro…)

Donatella Di Pietrantonio, L’arminuta

Donatella Di Pietrantonio, L’arminuta, Einaudi 2017; € 17,50, ebook € 8,99

L’Arminuta è la storia di una ragazzina senza nome. Il giorno dell’abbandono si ritrova sull’asfalto, la sagoma riflessa sulla carrozzeria e una violenta portiera chiusa in faccia. Lunghe lacrime le accarezzano il viso, le sole rimaste a consolarla.
C’è qualcuno che la guarda dall’alto di una finestra, di una casa che non è la sua. Sale a fatica le scale con una valigia piena di cose confuse. Bussa alla porta e, dopo un’attesa, le apre una bambina trasandata poco più piccola di lei. È sua sorella Adriana, ha gli occhi grandi e pungenti, lo sguardo curioso privo di timore. Essa si presenta nel suo essere senza vergogna, Adriana è sicura delle sue origini.
In fondo un po’ si somigliano, nonostante siano state separate ancora prima della nascita di Adriana e siano cresciute in famiglie diverse. Vivono grazie allo stesso sangue ma, al contrario di sua sorella, l’Arminuta non sa chi sia sua madre, non ha un nome nemmeno lei. Sono tanti in questa famiglia, tanti fratelli e una sola sorella. Lei e Adriana dividono quasi tutto fin da subito, un piccolo letto maleodorante che le contiene appena. Uno tutto per lei non era previsto.

Per dormire almeno un po’, ricordavo il mare. Il mare a poche decine di metri dalla casa che avevo creduto mia e abitato da quando ero piccola a qualche giorno prima. Solo la strada separava il giardino dalla spiaggia, nei giorni di libeccio mia madre chiudeva le finestre e abbassava le tapparelle fino in fondo per impedire alla sabbia di entrare nelle stanze. Ma il fragore delle onde si sentiva, appena attutito, e di notte conciliava il sonno.

L’Arminuta osserva ogni cosa nuova che la circonda, ascolta il suono delle voci di quelli che sono i suoi veri genitori, respira piano in quella casa quasi per non far rumore, quasi per non esserci davvero. La donna che ora le cammina attorno non riesce a chiamarla mamma, invece, l’altra sua mamma un nome ce l’ha: Adalgisa. È una ragazzina che adora la danza, i vestiti puliti, ha la media dell’otto alla scuola nuova e un’amica del cuore di nome Patrizia.

Patrizia ha pensato a uno scherzo quando le ho detto che ero costretta ad andare via. All’inizio non comprendeva la storia di una famiglia vera che mi reclamava, e io nemmeno di lei, a risentirla dalla mia voce così come l’avevo appresa. Ho dovuto spiegarla daccapo e a Pat sono saliti di colpo certi singhiozzi che la scuotevano tutta. Allora mi sono spaventata davvero, ho capito dalla sua reazione che stava per accadermi qualcosa di grave, lei non piangeva mai.

Tutto ciò che di certo c’è nella vita dell’Arminuta ha un nome.

Non l’ho mai chiamata, per anni. Da quando le sono stata restituita, la parola mamma si è annidata nella mia gola come un rospo che non è più saltato fuori.

Essere madre, desiderarlo e pretendere di esserlo, sono tre vite diverse. Essere madre si può quasi considerare come un fatto puramente biologico, il corpo femminile è fatto anche per quello. Ciò non implica un’altrettanta biologica propensione alla cura e all’amore verso la creatura generata e che di fatto rende madre. Desiderare essere madre ha in sé un desiderio, appunto, di condivisione, di donare, di dare attenzione, di conferire calore, di dare senza avere, di esserci sempre, di dare rispetto e considerazione a quel figlio dato in dono al mondo. Pretendere di essere madre riguarda, forse, la maggior parte delle madri che popolano questa terra. Fare un figlio, crescendolo a propria immagine e somiglianza, programmandogli la vita, scegliendo per lui e, soprattutto, non considerandolo mai pronto a lasciare l’utero, ha alla base il germe dell’egoismo. Mamma non è colei che ti mette al mondo in mezzo alla miseria e mamma non è nemmeno colei che un giorno, dopo averti cresciuta, ti riconsegna come un pacco postale. L’Arminuta lo sa bene cosa non è una mamma, quello che non sa è cos’è una mamma desiderosa di esserlo.

Dall’angolo più nascosto del piazzale vedevo le finestre illuminarsi e, dietro, l’andirivieni delle sagome femminili affaccendate. Erano ai miei occhi le mamme normali, quelle che avevano partorito i figli e li avevano tenuti con sé. Alle cinque del pomeriggio erano già intente ai preparativi per la cena, cotture lunghe, elaborate, così richiedeva la stagione. Nel tempo ho perso anche quell’idea confusa di normalità e oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Ti manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza. È un vuoto persistente, che conosco ma non supero. Gira la testa a guardarci dentro. Un paesaggio desolato che di notte toglie il sonno e fabbrica incubi nel poco che lascia. La sola madre che non ho mai perduto è quella delle mie paure.

Donatella Di Pietrantonio scrive una storia dolorosa ma allo stesso tempo di speranza. Rappresenta l’emotività dell’Arminuta con una scrittura essenziale e profonda. Un libro intenso e coinvolgente dove niente è come sembra.

© Irene Fontolan