Giorno: 21 novembre 2017

Il mondo grande e terribile di Gramsci

fonte dell’immagine Fondazione Feltrinelli

Il mondo grande e terribile di Gramsci

Vita di Nino 

Di quando, recluso dall’8 novembre del ’26, gli caddero uno a uno 12 denti, a Gramsci, e qualche anno di carcere dopo, in pochi mesi, aveva perso 7 chili.Di quando, nel ’31, i medici produssero certificati, prove: male di Pott, lesioni tubercolari, febbre, ipertensione, insonnia, e non ricevette cure adeguate per altri due anni, per esser sicuri che non ce l’avrebbe fatta.

D’altronde, nella requisitoria milanese, l’accusatore Isgrò si era tradito goffamente con una frase grossolana ma di una violenza emblematica: “Per vent’anni, dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare”, aveva detto. Era evidentemente il problema del fascismo: la paura prodotta da quella grande testa, – “la testa di un rivoluzionario” – scrisse di lui Piero Gobetti, su un corpo malfermo, quasi da bambino; la paura di quella fievole voce, affinché non parlasse, non organizzasse la vita degli operai e dei contadini italiani. Fu condannato a vent’anni e passa di carcere. Avrebbe fatto in tempo a scontarne undici.

Di quando da ragazzo, al ginnasio di Santulussurgiu, vendeva pasta, olio, formaggio della sua dispensa, per acquistare i libri prediletti. Fin dalle elementari, dirà egli stesso in una lettera alla moglie Julca, aveva maturato “l’istinto della ribellione, che da bambino era contro i ricchi, perché non potevo andare a studiare, io che avevo preso 10 in tutte le materie (…) esso si allargò per tutti i ricchi che opprimevano i contadini della Sardegna, ed io pensavo allora che bisognava lottare per l’indipendenza nazionale della regione. (…) Poi ho conosciuto la classe operaia di una città industriale e ho capito ciò che realmente significavano le cose di Marx (…)”.

O di quando a Cagliari, per l’ultimo anno del liceo, non usciva per la vergogna dei vestiti lisi e scriveva al padre Francesco la sua impotenza, l’umiliazione. Cosa che avrebbe replicato a Torino, consumandosi nel freddo gelido del capoluogo sabaudo, senza possedere nemmeno un cappotto. All’epoca di Cagliari, viveva ancora con Nannaro, il fratello maggiore, un socialista. Il fratello qualche tempo dopo sarebbe poi stato scambiato per Nino e massacrato fino a perdere un dito e rischiare la morte per dissanguamento, dopodiché sarebbe fuggito in Francia.

Ma già nel ’24, a capo del Pci, Gramsci aveva compreso la natura e le difficoltà del suo compito: i compagni “Credono che io sia una sorgente inesauribile (…) Domandano troppo da me, si aspettano troppo e ciò mi impressiona sinistramente”. Risulta eletto alla Camera, in Veneto, e questo gli farà scrivere: “Quando penso a ciò che sono costati agli operai e ai contadini i voti datimi, (…) che parecchi sono stati bastonati a sangue per ciò, giudico che una volta tanto l’essere deputato ha una valore e un significato”.

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Jennifer Poli, ‘All’ombra del grembo’

Jennifer Poli, All’ombra del grembo, Milano, Lietocolle, 2017, pp. 74, euro 13,00

Sull’etimologia della parola “ombra” (qui) si aprirebbero moltissime possibilità di lettura nell’esplorazione che il volume di Jennifer Poli apre oggi al nostro orecchio: una lettura ‘gravida’ del transitare dall’antico al contemporaneo, in un tragitto particolare che include direzioni diverse. Innanzitutto si parta dalle ispirazioni − concatenate − in esergo: Simone Weil e Cristina Campo, che di Weil fu profonda lettrice. Per Poli diventano il punto di partenza − e forse anche approdi prismatici − di un dire poetico che tocca le corde dell’indicibile dicibile sin dal primo testo, La sacerdotessa: «Ho visto una donna antica. Un alone −/ rosso − vibrava nel buio. Mi ha detto:/ ama e porta la tua/ acqua sacra nel mondo.» E se nel rosso, secondo gli studi di Michel Pastoureau, si manifestano i colori del fuoco e del sangue, guardando più indietro troviamo il colore associato al Dio Marte, dio della guerra che poco avrebbe a che fare con il femminile ma molto con la costruzione della scansione di questa raccolta e con il lessico della poeta.
Pregna di un tessuto simbolico che affonda le sue radici nella letteratura classica ma anche nella nostra tradizione − medievale e rinascimentale, non solo italiana −, la poesia di Jennifer Poli conserva rimandi che, di testo in testo, intessono anch’essi un discorso di secondo livello (più fitto e più stratificato) e che fra loro fanno eco. Una selezione è stata pubblicata quest’estate sul nostro lit-blog; a ben vedere la «ferita» di Limbo (e termine che tornerà anche, a seguire) prosegue − cronologicamente − l’accenno al rosso del primo testo. Se di ‘ordito’ si parla, anche nei successivi componimenti si accenna alla nobile arte del tessuto e dell’arazzo; i riferimenti si intensificano, toccando probabilmente ispirazioni provenienti dalla letteratura cavalleresca ma anche dalle Sacre Scritture, con un ritorno semantico ad alcune parole-chiave che permeano la raccolta: «cervo», «arma», «calice», «spada» fra gli altri. La reinterpretazione di molti elementi si spinge oltre, alla sovrimpressione con culture lontane da quella greco-latina: questo è vero nella sezione Il canto delle rune, dove la ricerca autoriale chiede al lettore la dimestichezza con la “rune”, ossia il “caratteri grafici dell’antico alfabeto germanico”, ciascuno con un proprio portato simbolico (viene da pensare similmente a quanto accade, ad esempio, con l’alfabeto ebraico ad esempio). La sezione è formata da brevi componimenti che si presentano quasi nella forma di haiku per brevità (anche se i versi sono più di tre); la loro caratteristica pare essere il legame stretto di ciascuno con i precedenti e i successivi, in una sorta di concatenazione letteraria che ha del rituale. Per citarne uno utile al nostro discorso si legga Gebo (la cui traduzione sarebbe “donare”): «Il dono della madre:/ un germoglio/ nell’arsura.» Se l’interpretazione coglie la gratuità che lega “dono” e “germoglio”, la presenza ancora della donna nella sua esperienza procreatrice richiama la fecondità già presente in altri testi e nel titolo.
Ma il femminile è, a dire il vero, l’io poetante che parla anche con voci altre; un “io” unico, che tiene in sé molti altri sé. E, secondo questa chiave, l’andamento profetico ed epifanico insieme si sposta completamente nella dimensione del mito; nella sezione successiva incontriamo Orfeo, Penelope, il minotauro e altri, parlanti per voce della prima voce.
E, se le corrispondenze non concludono, anche La donna scarlatta, la quarta sezione, ritorna insistentemente sul colore rosso. Ecco la prima poesia:

Non so da dove venga questo
male oscuro che a volte mi prende
se da un punto confuso del mondo
o dal centro introvabile di me stessa.
Il mare non arriva qui.
Non sento più il suono dei gabbiani bianchi.
Ascolteremo insieme le ore, forse arriverà
un relitto inatteso sulle nostre sponde.

Il «male oscuro» di Giuseppe Berto assume dei tratti più ancestrali; il «mare» è probabilmente quello dell’inconscio, mentre i «gabbiani bianchi» ci ricordano Cardarelli (qui) e Neruda («Perché tu possa ascoltarmi/ le mie parole/ si fanno sottili, a volte,/ come impronte di gabbiani sulla spiaggia […]»). La poesia, forse più vicina alla psicanalisi di altri testi che Poli di offre, conduce verso l’ultima sezione, Divinazione, dove incontriamo alcuni dei simboli dei tarocchi, tra cui Il mondo:

Ora che hai conosciuto te stessa
l’universo è un grande specchio. Ovunque
sono i tuoi figli,
i tuoi amori e i tuoi padri.

In ogni dove riconoscerai il tuo corpo,
grande vaso del mondo.

La tua mano carezzerà in eterno
la quercia di una madre
all’ombra del grembo.

Il testo risolve la separatezza (etimologica) del “sacro” iniziale, insistendo sul femminile come inizio, cui tutto ritorna, anche la poesia icastica di Jennifer Poli.

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© Alessandra Trevisan