Giorno: 20 novembre 2017

Simbolismo ed Espressionismo urbano nella poetica di Aleksandr Blok, di Paolo Carlucci

Konstantin Somov, Ritratto di Aleksandr Blok

Simbolismo ed Espressionismo urbano nella poetica di Aleksandr Blok
Su Bestia di Porpora, la Sposa. Il secondo battesimo.

«Divampano simboli arcani/ sul muro  cieco, profondo./ Dorati e rossi papaveri/ gravano sopra il mio sonno.» Davvero basterebbero già questi versi a caratterizzare lo stato di simbolismo onirico di molta poesia di Aleksandr Blok, relativa alla città, sentita spesso come il gran baraccone. Già s’avverte in lui il bisogno di dire il nodo cruciale di un simbolismo urbano, metafora dell’anima sua, resa con accesi toni di lirismo espressionistico. «E la mia città  ferrigna e grigia/ tutta foschia, mareggio, e pioggia e vento/ con una strana fede inesplicabile/ ella assunse a suo regno./ cominciò ad incantarsi delle moli/ assopite nel folto della notte,/ e alle finestre le serene lampade/ si fusero coi sogni della sua anima./ Riconobbe il fumo ed il mareggio,/ i fuochi e le case e le tenebre-/ tutta la mia città incomprensibile-/ incomprensibile lei stessa.// Mi regala un anello di bufera…» Simboli arcani e tema dell’incomprensibilità, dunque, sono già il marchio di un disagio esistenziale di fronte alla città mostro, luogo e prospettiva d’inquietudini del sottosuolo dell’anima che connota la poetica di Blok.
Egli fu a lungo seguace delle teorie e delle istanze messianiche di Solo’ev, e in linea con una lunga tradizione scritturale e letteraria di mondi allo specchio. Un’attrazione crescente per la teatralità del mondo porterà il poeta a staccarsi dal misticismo iniziale. Blok, il poeta che sente la musica inquieta delle nuvole, il freddo terribile delle sere, medita e sempre racconta in versi la sua storia, la sua metamorfosi tra astratte luci dello spirito (primo battesimo). Seguirà la consapevolezza storico-artistica ed esistenziale di un nuovo dannato-angelico impulso ad andare nella città. Lo spazio urbano, appunto, verrà sentito come teatro del mondo in estasi di terribili cambiamenti. Questo viaggio singolare  porterà Blok verso la consapevolezza di un secondo battesimo, reso con toni e immagini di sapore espressionista, che egli descrive in questi versi iniziatici. «Ed entrando in  un nuovo mondo, so/ che vi sono uomini e faccende./ Che la via del paradiso è aperta/ a chi batte le strade del male». In modo nuovo e terribile. Ora, dunque, il poeta russo, mostrandosi «stanco dei vezzi dell’amica/ sulla terra che sta assiderando», allude al distacco dalle forme sacrali della Bellissima Dama, per far sedere appunto «la Sposa su quella Bestia di Porpora» che, biblicamente, è la città, la bettola, il circo di luci nella notte bianca di ubriachi, puttane ed ombre del male, pure nuove creature in cerca di una voce e di un volto nuovo, come già con maestria psicologica, aveva fatto nelle sue opere, prose di confessione, Dostoevskij. Blok, ribattezzato al martello del vento, che dà luce «di una preziosa pietra di bufera», vede teatralmente il mondo della città e la suggestione della donna, in questa fase, per così dire dualistica, dapprima con occhi fortemente intrisi di uno spiritualismo progressivamente respinto da chi, solo guarda nel terribile vetro del vero.
Blok è via via ammaliato dal nichilismo della fine, messianicamente risolta  fino nella sua produzione  estrema -si pensi al tragico finale de I dodici-. La filosofia della scena di allucinate maschere e marionette, gli Arlecchini di Picasso sono nell’aria, prelude al terzo battesimo, quello della Morte. La visione della città circo demone affollato di luci e di sazi lacchè lo affascina e lo disgusta e lo spinge ad un canto di prossima eticità in chiave simbolica, con toni spesso crudi e graffianti di realismo. Come Dante! Perenne è dunque il canto del destino di Aleksandr Blok, nel messianesimo delle diverse rivoluzioni di Rus’. Metamorfosi centrale di linguaggi ed immagini si ha in uno dei componimenti più famosi di Blok, La Sconosciuta. Nel poeta che canta la Sconosciuta, che se ne va misteriosa, angelo  delle solitudini, in simbolica passeggiata nella città taverna, bolgia di risa e di corpi in ebbra festa. «Nelle serate sopra i ristoranti/ l’aria infocata è selvatica e sorda e governa i clamori degli ubriachi/ lo spirito pernicioso della primavera.//…, Lentamente, passando tra gli ubriachi sempre senza compagni, sempre sola passando/ esalando caligine e profumi si va a sedere  presso la finestra.// Hai tutte le ragioni, mostro ubriaco,/ lo so bene In vino veritas» conclude il poeta, ribattezzato all’inferno scenico alla danza terrena. (altro…)

Mauro Barbetti, ‘Versi laici’

Mauro Barbetti, Versi laici (2010-2016), postfazione di Alessio Alessandrini, Osimo, Arcipelago itaca, 2016, euro 12,00

È senza dubbio ‘non confessionale’, come afferma nella postfazione Alessio Alessandrini, la poesia di Mario Barbetti in Versi laici (una selezione qui), volume uscito da qualche mese per i tipi di Arcipelago itaca. Una raccolta, questa, che muove attentamente nel quotidiano non per fotografarlo – come molta poesia lirica di oggi fa – ma per raccogliere e restituire al lettore ciò che c’è di ‘pubblico’ nel privato. Un moto poetico aperto che, appunto, vede in seno il “popolo” oltre che il “pubblico”, entrambe voci presenti nell’etimologia di ‘laico’ (b. lat. Làicus dal gr. Laikòs aggettivo formato da làos popolo, onde anche làïtos, lïetos pubblico).

Il libro comprende versi scritti nell’arco di sei anni, organizzati secondo una formula fissa: una lirica apre ciascuna delle sei sezioni, sezioni che si presentano per lo più come testi lunghi di più strofe. In prima battuta c’è un’ispirazione, un muovere nell’oggi che si lega anche a due fatti importanti per la storia italiana: la perdita della scienziata Margherita Hack (1922-2013), cui è dedicata la prima sezione-canzoniere Post-dialogo, e la morte di Piergiorgio Welby (avvenuta nel 2006) che porta a comporre al poeta D’amore, ideale e vita. Non volendo scadere nella definizione di “poesia civile” si potrebbe dire che Barbetti qui trova una giusta dimensione per far entrare la scienza nella poesia e per fare poesia di fatti di scienza, soprattutto per imperniare argomenti etici nel dire poetico, che in questo modo diventa etico due volte. Un esempio (da pp. 15-16):

Alla mia mente
sembra ormai bastare
una singola sollecitazione
che a troppe ci si perde
una minimale oscillzione
legata al proprio asse
come se lieve indugiasse
in una fase rallentata
in un raggio a curva breve
anticipando l’ultima fermata.
Poiché conosco bene
le leggi dell’attrito
e so che il moto
infinito
non sarà.
Improvvisa
cadrà la verticale
a piombo
precipite
come in Pisa
dentro un’immensa cattedrale.

La modalità di costruzione è quella che prosegue nei diversi testi: soprattutto nella presenza dell’allitterazione e della paronomasia come figure di suono preponderanti. Non manca anche l’utilizzo della rima baciata. Un altro esempio:

Di fenomeni luminosi in una chiesa

Intessuta trama traluce in tralice
trattenuta troppo tra dice e non dice
si fa tramite in tenue trasparenza
traduce un tratto non scritto
traccia un tetto tra indice e terra
poi trova un transito ne segue la voce
si trasforma ancora avvampa riluce
induce in transetto una croce greca
trascinando trombe a troni celesti
quindi trema la luce torna candela
infine pace di morti ammazzati
tra un qui e il campanile a vela.

L’intero libro tiene uniti elementi architettonici e dello spazio, in un andirivieni che procede con echi; alcune parole-chiave, in questo senso, sono: «vuoto», «muro/i», «cornice», «quartiere», «finestra/e», «stanze»; molte le leggiamo nei testi oggi citati. Viene da chiedersi, perciò, cosa rappresenti questa specifica dimensione lessicale che, a mio avviso, a differenza di altre voci contemporanee quali quelle di Carmen Gallo (qui a cura di G. A. Liberti) e Davide Valecchi (altro poeta pubblicato di recente da Arcipelago itaca) ad esempio, non pare imperniare la costruzione del verso sullo spazio né fare dello stesso l’elemento cardine del poetico, da cui tutto nasce. Al contrario saremmo di fronte al punto di approdo, laddove il senso trova un senso ultimo; l’architettura e lo spazio sopraggiungono come dimensione fisica di quella «poetica dichiarativa» di cui parla Alessandrini. Una poetica in cui l’esperienza appartiene all’evidente che non si può non dire; un evidente non impresso, non fotografato appunto e non descritto, ma un manifesto che vive e resiste nel movimento – nelle altezze, della «chiesa», della «cattedrale» – che il fare poetico permette di tracciare..

© Alessandra Trevisan