Anna Boero. Inediti

La foto

E ancora osi tra la terra e il cielo
esistere, nel quadro
che ti racchiude si ri creano i vasi,
la quiete ornamentale delle foglie,
e il letto assorbe ancora
nel guanciale il tuo volto.
Mi trovavo nel bosco in cui da tempo
un lago accoglie la tua foto
estrapolata da pellicole,
semiemersa col loto equidistante.
La figlia eterocroma dell’estate,
creata dal muschio infervorava i crochi
come candele,
sotto il peso de i ricci da irlandese
crepitava la barba di Morfeo
ed allora mi accorsi che resisti
al tempo e dormi,
e la natura si confonde
alla tua immagine,
supera l’acqua la cornice,
e la casa in cui dormi si è allagata.
L’argine dove dormi è anisotropo
lenzuolo ove soccombe il tuo diaframma,
l’involucro della foto
abbeverava metà della tua guancia,
l’efferatezza di una coscia
rotonda come la ferocia
del ventre. Le farfalle
ipnotizzavano sull’altra
ventilando il panneggio e l’atmosfera
sulla narice rarefatta,
l’altra le naiadi annega vano
nella piena.
Ma la cronologia ha irritato il vetro
che ti ferisce e la clessidra
ha distribuito l’inquietudine
atemporanea nella blandizi e
delle tue vesti floreali,
ma la monotonia ce lo consente,
consente ancora di vederle.

*

Il parco

C’è quest’umanità che recita, che irradia
tra le penne piovute sui capelli,
di qualche uccello esotico, la felce
simula foglie e umidità dei boschi,
falsifica le tracce e tu mi cerchi.
L’ombra soccombe, turbina l’eolica,
con il capo sul palmo, Apollo esaus to
dorme irrequieto sui teatri, attende
che l’acqua disorienti la parete.
Guarda, grafita sulle rocce opache
ruota la naiade il suo specchio
ripensandosi luce tra le pietre,
e in cerchi che ogni luce ripercuote
calcarea scuote e modula le conche
al mutamento che le tartarughe
non arenate movimenta.

Mattine invernali

All’ora nuda, nelle mattine invernali,
Soltanto una era la nostra sorpresa
tra noi protesi in riflessi ubiquitari,
apprendere che il lago ci rileva.
Anche la quiete è breve dopo il fiume,
L’acqua che deve snaturarsi
ora divaga i lineamenti, a duplicarli
un intervallo di piume.
Sciolta, la linea non è p iù sé stessa,
che la deforma è un’abulia che nuota
nell’onda; l’obliquo che ondula i rami
lubrifica l’anatra e il vento
che la smorza.

*

supervenit

Sotto i carrubi,
l’eternità fiorendomi accanto
a un breve soffio mi sconvolge i crochi,
e mi fa ridere. Mi si dividono le alpi,
le proprietà biologiche dei fiori, la cinesi
che mi perturba ventilata
e mi eccita il maglione,
nel bosco delle drupe, sospingendomi
dopo il graffio della smilace
che mi è sembrata aliena,
e mi ha ferita dopo il gelso
che mi ha resa più bella, sopra il polso
dove mi si intrica il fogliame,
un’altra mano, un uomo
solitario si confonde.


© Anna Boero

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