Giorno: 2 novembre 2017

Monica Dini. High-Tech

Napoli, metro Garibaldi, foto gm

Monica Dini. High-Tech da Angoli acuti, Tra le righe libri, 2017

Davanti al cancello guardò la casa nuova. Era verde. Una foglia di tiglio avresti detto. Era ostile, con larghe finestre, inferriate e siepi geometriche in un giardino troppo illuminato. Era sera, il freddo scricchiolava sotto le scarpe sporche di fango rappreso. Il ghiaccio irrigidiva l’erba come stecchi. Beppe stava davanti al cancello. Aveva suonato e aspettava che qualcuno gli aprisse. Tornava dal lavoro. Tornava a casa dopo una giornata di duro lavoro al freddo. Sui capelli, sulla giacca, sui pantaloni, una polvere chiara di calcina e schizzi d’intonaco erano testimoni. Solo la borsa del pranzo conservava intatto il celeste originario. Aveva le mani secche, rattrappite. Aspettava davanti al cancello che i suoi gli aprissero. Alzò gli occhi sulla facciata verde. Si sentì un ospite. Avevano traslocato da poco. Suonò di nuovo. Nessuna risposta. Aprì il cancello. Fece girare la chiave nella porta. Dopo un signorile e ben oliato cloc-cloc, la porta si aprì mostrando l’ingresso sfavillante di marmi e mobili high-tech. Beppe abbassò gli occhi. Un cane si arrabbiò nella strada. «Nessuno… come al solito…» Pensò. Guardò il riflesso delle pesanti scarpe antinfortunistiche sullo specchio del pavimento. Il fango formava rivoli di argilla rossa. Senza toglierle percorse il corridoio. Camminava curvo con le gambe un po’ allargate. Era per colpa della stanchezza che camminava così. Si vide grigio e spento nella specchiera scintillante.

Entrò nel salone. Più di dieci luci erano accese e rimbalzavano sui cristalli, sugli smalti, sugli acciai della casa nuova. Tanta luce era come un forte rumore. Guardò ancora le grosse scarpe sporche, percorse tutto il salone girando intorno all’appuntito tavolo di cristallo. Si voltò a guardare. Aveva lasciato un sentiero di orme rosse sui marmi lucidi. Tolse le scarpe senza slacciarle e le calciò via. Caddero in un angolo schizzando il muro smaltato. Presto si formò un mucchietto di fango lì accanto. Andò a farsi la doccia. Anche la stanza da bagno era lucida di cristalli e acciaio. L’acqua rimbalzava sul suo corpo, pungeva. Non somigliava al caldo abbraccio delle gocce rotonde della vecchia casa, là c’era poca pressione nei tubi e l’acqua arrivava con calma, un po’ fredda, un po’ calda, andava conosciuta. Regolata. Prese un accappatoio di spugna nuova. Era morbido, non asciugava. Era bianco intonato. Si strusciò bene e lo sporcò con i residui di calcina che non era riuscito a lavare via. Non funzionava ma era intonato. Prima di andare nella casa nuova sua moglie aveva buttato, in grandi sacchi neri, tutta la biancheria vecchia e, con piacere, soprattutto l’accappatoio viola fiorentina che asciugava tanto bene. L’ aveva vinto a carte al suo vicino di casa tifoso, era stata una bella sera da ubriachi. Camminando scalzo gocciolò fino in cucina, si versò un po’ di prosecco macchiandolo con il Campari. Il bicchiere era ovale. Quando bevevi ti cadeva sempre qualche goccia dai lati. Come ai vecchi. Un bicchiere che andava capito. Lo alzò e brindò alla sua immagine distorta nell’acciaio del frigorifero.

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Viola Amarelli, Il Cadavere felice

Viola Amarelli, Il cadavere felice, Sartoria Utopia, 2017; € 20,00

 

I.
aveva pensato di avere
una vita diversa, una vita migliore
fuori di gabbia, lui e i canarini

II.
cerca un buco, una tana
per barricarsi, darsi al formaggio
ma senza veleno per topi

III.
dalle stelle alle stalle
e nessuno che porti la biada

*

una città fantasma verde e gialla
al centro di ogni solitudine
sbiadisce, si prosciuga
giorno a giorno svuotata
di persone, suoni ed erbe

la valle e gli elefanti, qui a occidente

*

aveva cuore, il sufficiente
ma l’anima, oh
quella, era venduta
e ne avvertivi
perfino in bocca
perfino tra le cosce
pallida l’evanescenza,
ammalorata.

*

uno sciame di mediocrità
ronzanti sulla polpa – quel che resta –
sull’osso, ma
il cadavere – dicono – felice

*

potresti scrivere una poesia semplice?

certo, una parola sola
affetto

e un dono: mangiare insieme pane e pomodoro

salto, lieve, di festa come la tua vita
nel balenio di coda, corsa che

danza

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