Mese: novembre 2017

Antonio Devicienti, La gente, la terra, la scrittura

Foto ANSA

Antonio Devicienti, La gente, la terra, la scrittura

1.
E ancora, mia scrittura, eccoti che ancora ti confronti con ferita non rimarginabile nel corpo della terra e della gente: eradicano gli ulivi (quei corpi attorti dal vento, escavati dal tempo, quelle menti di pazienza e generosità); scavano nel corpo del mare e della terra, comprano e vendono secondo inconfessabili eppur chiari fini.

2.
Guàrdati, mia scrittura: impotente e piagnucolosa nel contemplare l’offesa, quest’atto di ritornante fascismo.

3.
Ma tu vedi la tua stessa gente, povera e nobilissima, mobilitarsi. E sii, allora, voce tra le voci: impara dalla tua gente.

4.
Hai mani nude e un respiro che abbraccia i secoli, mia scrittura, le stesse mani della tua gente, gente di Terra d’Otranto e d’Africa, gente andina e d’un’Asia affamata: tu sei terrosa materia, groviglio di radici, calcinato sale di Sud-Est, stazione di passo. Tu sei pietra vivente e adriatica acqua della nascita.

5.
Che cosa avrebbe inventato Antonio Leonardo Verri, il poeta, furioso e furibondo per l’offesa non rimarginabile, che cosa avrebbe fatto il poeta dalle unghie sporche di terra?

Un altro appello ai suoi fratelli poeti e, mia scrittura, ecco, tu lo vedi, egli è qui, cammina con le gambe della gente che va a fronteggiare la polizia, si distende sull’asfalto davanti ai camion del saccheggio, grida altissimo il suo NO.

6.
A poesia está na rua” (Sophia de Mello Breyner Andresen / Maria Helena Vieira da Silva)

La poesia che da gran tempo insegui eccola, la fa la tua gente che porta con sé i suoi bambini e, alzate le mani in segno di non-violenza, fronteggia la polizia. Stanno rubando la terra alla gente salentina (e l’Africa lo sa, è successo e vi succede ancora, e l’America latina lo sa, è successo e vi succede ancora, e vaste regioni d’Asia e d’Australia lo sanno, conoscono l’offesa irrimediabile). Ma la gente, la tua gente resiste.

7.
Depredano il mare, depredano la terra.

Da decenni lasciano la mia gente ammalarsi di cancro.

E tu, mia scrittura, ti pavoneggerai ancora sull’osceno palcoscenico del tuo solipsismo?

8.
E ancora tu, mia scrittura, che impari a essere visionaria, vedi in ogni trasparente corpo d’olivo il profilo d’ogni nativo americano, d’ogni aborigeno australiano, d’ogni Africano ucciso dai predatori – e le cancellate erette a proteggere il cantiere dell’offesa replicano i molti muri che mutilano il corpo della terra, che arroganti dileggiano i poveri della terra.

Le aree adiacenti il cantiere sono assegnate nella disponibilità delle forze di polizia” (dall’ordinanza con la quale il Prefetto di Lecce ha disposto la requisizione dei terreni adiacenti il cantiere per la costruzione del pozzo di spinta della TAP – Trans-Adriatic Pipeline – in territorio di Melendugno in provincia di Lecce).

 

Antonio Devicienti, di origine salentina, gestisce il blog personale www.vialepsius.wordpress.com ed è redattore di «Carteggi Letterari» e di «Perìgeion».

David Szalay, Tutto quello che è un uomo

                         

E se vivo, cosa succede adesso?

Nove fasi differenti della vita di un uomo (dai 17 ai 77 anni), diversi protagonisti, nove racconti che via via inevitabilmente si fondono in un romanzo sul maschio contemporaneo. Maschi però state bene attenti. Questo è sì un gran libro ma che fa un gran male soprattutto di questi tempi in cui vanno assolutamente e necessariamente ridiscussi la figura e il ruolo maschile. Fa male perché inesorabile, senza alcun giudizio e con la sua semplice descrizione del reale colpisce i punti deboli e infierisce girando il coltello nella piaga della “mediocrità” del quotidiano, del comportamento standardizzato, automatico, dell’essere mediocremente anacronisticamente “maschio”. David Szalay, giovane talento del panorama letterario britannico: premiato col premio Gordon Burn, nominato dal Telegraph nell’elenco dei migliori scrittori inglesi under 40 viene pubblicato per la prima volta in Italia con questo romanzo finalista al Man Booker Prize, grazie all’ottima traduzione di Anna Rusconi e si presenta con questa epopea del maschio contemporaneo europeo che a Praga come a Cipro sembra annaspare aggrappandosi con sempre meno convinzione alle abitudini e alle convenzioni. Il comportamento maschile stereotipato si rivela via via più come uno stigma da cui è impossibile liberarsi. Donne, denaro, motori, il successo sul lavoro o nel campo acccademico continuano a essere i temi ricorrenti, le uniche ambizioni, ma Szalay è abile nel trasformarli in problemi improvvisi; piccole crepe che annunciano crolli vicini e che si intrecciano dolorosamente con i rapporti quotidiani, con le scelte da cui tutti i protagonisti sembrano fuggire verso luoghi dove apparentemente non accade nulla. Ma è proprio nel nulla che si avvolge la scrittura di Szalay col suo proporci non-storie, perché queste storie non esistono: la narrazione è nulla, tutto si evolve in un tempo presente, privo di sorprese, colpi di scena, lieto fine. Sono essenzialmente fughe e adeguamenti al contorno, alle circostanze. Tutti gli episodi sono ambientati in un preciso contesto esistente, geo-localizzato. La scrittura di Szalay ci presenta volutamente un’Europa reale, attuale, senza soluzione di continuità, attraversabile da capo a capo con mezzi precisi (modelli delle macchine, voli, treni, autobus) attraverso strade, autostrade con tanto di numero di riferimento, caselli, ponti, alberghi, aree di servizio, stazioni, aeroporti. In questo senso è interessante l’evolversi del IV episodio che si sviluppa in un viaggio lungo un percorso da Londra centro a Königstein descritto con la precisione di un navigatore satellitare.

… Di colpo si rende conto di non sapere esattamente da che parte andare. Ieri ha controllato e gli sembrava tutto abbastanza semplice, il tragitto per uscire da Londra verso sud-est, in direzione Dover. Adesso trovare la strada che porta al fiume gli sembra più complicato. Si sforza di immaginarle, le vie che dovrà prendere. E quando si è fatto una specie di quadro mentale del percorso, soltanto allora, parte. In Park Lane si ferma a un semaforo, da una parte un albergo di lusso, dall’altra il parco, e fissa assonnato davanti a sé…
… Mentre gli passano per la mente deve concentrarsi sulla planimetria delle strade intorno a Victoria Station…
… La segnaletica lo tira da una parte, poi dall’altra, oltre grattacieli di uffici vuoti. Cerca la corsia che prima o poi lo butterà a sinistra, in Vauxhall Bridge Road. Eccola. …

È il paesaggio, o meglio, l’Europa il vero file conduttore del libro a cui il lettore riesce a rimanere aggrappato e solo determinati luoghi sembrano essere le uniche certezze. Anche se c’è una parvenza di contiguità nel susseguirsi dei racconti (luoghi o situazioni similari), in realtà in ognuno di essi entriamo all’improvviso, proiettati dal nulla, ma in luoghi a poco a poco riconoscibili, dove è possibile ambientarsi in fretta grazie agli stereotipi, al sentito dire; salvo poi perdersi nel percepire le differenze linguistiche (gli incontri sono sempre tra persone di nazionalità diversa) e le ostiche dinamiche tra generi, interazioni che più che unire, separano perché espresse come scambio economico, come necessità urgenti. I protagonisti si definiscono lentamente, attraverso una messa a fuoco che avviene attraverso la relazione con il paesaggio e con l’altro da sé. È qui che l’abilità di Szalay affonda la lama, concentrandosi sui dialoghi che il più delle volte appaiono sospesi, espressione vocale di un monologo interiore, di risposte interiormente scontate, ma così come non riusciamo a orientarci tra planimetrie e (come al turista più mediocre) ci viene in aiuto il museo o il monumento; allo stesso modo tutti i dialoghi tra i protagonisti crollano davanti ai silenzi o a risposte e atteggiamenti inattesi. 

«Perché hai acceso la candela?», le ha chiesto, sforzandosi di mostrare solo un vago interesse. «Non lo so».
«Non sapevo che fossi religiosa».
«Non lo sono».
« E allora perché?».
«Mi è venuto e basta. È un problema?».
«Ma figurati. Mi chiedevo, tutto qui».
«Mi è venuto e basta» ha ripetuto lei.
E lui: «Non credi in Dio?».
«Non so. No. Tu?».
Lui ha riso come se dovesse essere ovvio. «Ma no. Neanche per idea».

Eccolo quindi il maschio contemporaneo europeo; in crisi di scelta tra ciò che “ha” già e ciò che trova, indifeso e impreparato davanti a cambiamenti di idea o di programmi, estraneo a una gravidanza inattesa e non voluta, ma con gli occhi puntati spesso al cielo che non è mai una ricerca di una chiave, ma solo un infantile pretesto per trovare una via di uscita tra ciò che è apparente certezza perché culturalmente stabilito e ciò che nel presente, proprio in quel momento accade, davvero.

© Iacopo Ninni

 

David Szalay, Tutto quello che è un uomo, Adelphi 2017; € 22,00

 

Daniele Ciacci, da #LibidoSciendi

 

I

In pasto ai sensi
il corpo umano, tipo
libido sciendi:
non credergli, non hai
altro – pur poco – che te.

 

*

III

Ho disposto le mie trappole con attenzione
ho caricato di pietre il trabucco.
Ho apposto il mio sigillo
su qualunque versante vertesse
la conversazione, ho opposto
le nostre visioni per intercettarne
il fuoco comune.
Ho intonato il canto della guerra
che lascia di stucco il nemico
e lo assorda.
Ho sorriso ai tuoi sorrisi,
ho consolato il tuo pianto
ma veramente del tu
no
non te l’ho mai dato.

 

*

V

Il cetriolo nel moscow mule
lo succhio e lo mangio a morsi.
Bello ascoltare dei tuoi corsi
di yoga e di pilates
mentre a ritmo muovi le dita
sulla shicane applicata
allo stacco tra coscia e polpaccio.

Se la minigonna parlasse di te
avrebbe da dire
qualcosa come due lettere:
sì o no senza menzogna
evangelicamente.
È lo spacco sul seno
a darti uno straccio di maternità
ma finta. Il resto è uno tsunami
di feromoni
su un campo di serotonina
che beve la traccia di primavera
lasciata dalla prima ghiacciata
e ne vuole di più.

 

*

IX

(Però era bello
star zitti ad ascoltare
il crepitio
che fa l’aspettativa
in piena gioventù.

Mentre uno cerca
il meglio di se stesso
nell’operare
tocca catrame, ma
tu tu sia sempre tu).

 

*

XII

Sotto il tuo giogo trascini
dolcezza e nostalgia. Come puoi
farlo senza che pesi
l’orgoglio degli uomini?

Porta della misericordia
mentre passi la lingua
sul lobo che amplifica
il cuore che ringhia.

 

© Daniele Ciacci, Libido Sciendi (raccolta inedita)

Caregiver Whisper 3

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)

Federico Federici, Parabellum

Federico Federici, Parabellum, Nervi edizioni, 2017; € 22,00

 

Gli ho detto: «è dura
lotta, lascia pure
la speranza, entra tu
nel vivo della guerra
e al segnale spara.

Infittire i colpi conta,
non mirare, non importa
a chi far fuoco, ma sparare
e così togliersi di dosso
la paura di morire.»

Archivnummer: i.a, Vorwort

 

*
Finiva all’improvviso la città
in una riga nera ad est dei suoi
confini illuminati a fuoco dai
mortai. I grilli nell’oscurità

di dieci casolari neri
frinivano tra quegli schianti,
le bocche nere dei soldati
si richiamavano agli spari.

I vivi, a furia di sparare
colpi in aria, avevano
afferrato i morti.

I colpi, a furia di scavare
buche in terra, avevano
sepolto i vivi.

Archivnummer: ii.a

 

*
Un soldato dà il segnale d’alt,
spara una volta sola a salve.
Le finestre sbattono di colpo.
Una mitragliata squarcia l’aria.
Altre, brevi e secche,
sbriciolano il muro. La carcassa
della casa sputa stracci crivellati.
L’allegria d’assalto mette smania
di conquista: si vendemmia
sangue, si dà fuoco in corsa
alle baracche, si calpesta ferro,
sasso, corpo, si fa scempio
d’ogni viso livido insepolto.
Gli occhi duri sulla morte
altrui, infuocati, nella propria
sono fiori chini, chiodi
conficcati.

Archivnummer: iv.b

 

*
Quanti se ne sono andati
dove mi dirigo anch’io,
tanti che non si direbbe dove
li han portati, a passi lunghi
dentro fumi e campi,
non lasciando a caso niente,
neanche il sangue sulle pietre,
né le tracce calpestate
dalle impronte dei soldati,
non un’ombra sui lenzuoli,
solo sporco di trincea,
polvere degli scomparsi.

Archivnummer: vi.b

 

© Federico Federici

Su “Cosedicasa”

Iacopo Ninni, Cosedicasa, Dot.com press, 2017

 

Cosedicasa è un libro, una parola, un letto. Un’anta socchiusa, una finestra aperta, una scala che scende e che sale. Cosedicasa è un posto in un bosco ma sa di mare. È inevitabilmente un ritorno. Una tegola, un muro da tirare su, un ingranaggio da sistemare, un tavolo da apparecchiare, un altro per lavorare. Cosedicasa è una storia, è un giardino, è un architetto a cuore aperto. È la Toscana nascosta tra gli alberi, è Milano, è una fotografia, è qualcuno che ti dice di non andare via. Mi pare sia un incontro, un’altra fotografia. E poi è un’attesa, qualcuno che sa guardare, che sa attendere, perché poi  qualcuno arriva. Cosedicasa, vi dico, è una partenza, è un poeta che ci dice ciò che è stato, che ci mostra che sarà. La casa è una figlia, è una donna, la casa è un ciliegio, è un inferno ma solo per un momento. È davvero un focolare? Forse per Ninni è un focolaio, una fucina, un’idea che salta fuori in cucina; ecco, la casa è un disegno, è una poesia, è un impegno. È un amore da tenere in piedi senza ritegno, senza paura.

Cosedicasa è una pianura, è la maremma, è un cane che corre su un’altura, è un mandarino profumato, un amico ospitato. La casa è un racconto, un rimpianto e un collante che tiene insieme le mattonelle e il pianto. È un progetto, è una vita in costruzione, è una mostra con qualcosa da mostrare, è qualcosa che ha a che fare con lo spazio e di nuovo con l’architettura. Lo spazio è la cosa da considerare per un architetto, è faccenda da tenere in mente per un poeta. Quanto in là potrò guardare da questa finestra? Quanto spazio lascio tra il settimo e l’ottavo verso? Che rumore fa il vento che soffia sopra il tetto? Che suono fa la parola che chiude una poesia? Che rumore fanno i figli quando vanno via e quale suono fa un padre che rientra? Quante cose fa una casa, quante un libro riuscito, quante dentro Cosedicasa.

Balconate

Da qui invece
servono lenti diverse
per inquadrare le isometrie
del verde lungo il muro davanti
e concentrarsi sulla conferma
dei gesti per interrogare un orario,
una mancanza
o solo il nome della nuova amica
della vicina
Ci sono fiori qui, erbe aromatiche
e un merlo che reclama briciole,
quanto basterebbe per attirare
un’attenzione.
Di là, dove si appoggiano
soprattutto le attese
la focale si apre
su una visuale più ampia che
concilia la litania del viale
con la metrica dei davanzali
e le piante qui sono stranamente più verdi.

(altro…)

Juan Villoro, El puño en alto

opera di Ettore Sottsass, foto di Gianni Montieri

 

Eres del lugar donde recoges
la basura.
Donde dos rayos caen
en el mismo sitio.
Porque viste el primero,
esperas el segundo.
Y aquí sigues.
Donde la tierra se abre
y la gente se junta.

Otra vez llegaste tarde:
estás vivo por impuntual,
por no asistir a la cita que
a las 13:14 te había
dado la muerte,
treinta y dos años después
de la otra cita, a la que
tampoco llegaste
a tiempo.
Eres la víctima omitida.
El edificio se cimbró y no
viste pasar la vida ante
tus ojos, como sucede
en las películas.
Te dolió una parte del cuerpo
que no sabías que existía:
La piel de la memoria,
que no traía escenas
de tu vida, sino del
animal que oye crujir
a la materia.
También el agua recordó
lo que fue cuando
era dueña de este sitio.
Tembló en los ríos.
Tembló en las casas
que inventamos en los ríos.
Recogiste los libros de otro
tiempo, el que fuiste
hace mucho ante
esas páginas.
Llovió sobre mojado
después de las fiestas
de la patria,
Más cercanas al jolgorio
que a la grandeza.
¿Queda cupo para los héroes
en septiembre?
Tienes miedo.
Tienes el valor de tener miedo.
No sabes qué hacer,
pero haces algo.
No fundaste la ciudad
ni la defendiste de invasores.

Eres, si acaso, un pordiosero
de la historia.
El que recoge desperdicios
después de la tragedia.
El que acomoda ladrillos,
junta piedras,
encuentra un peine,
dos zapatos que no hacen juego,
una cartera con fotografías.
El que ordena partes sueltas,
trozos de trozos,
restos, sólo restos.
Lo que cabe en las manos.

El que no tiene guantes.
El que reparte agua.
El que regala sus medicinas
porque ya se curó de espanto.
El que vio la luna y soñó
cosas raras, pero no
supo interpretarlas.
El que oyó maullar a su gato
media hora antes y sólo
lo entendió con la primera
sacudida, cuando el agua
salía del excusado.
El que rezó en una lengua
extraña porque olvidó
cómo se reza.
El que recordó quién estaba
en qué lugar.
El que fue por sus hijos
a la escuela.
El que pensó en los que
tenían hijos en la escuela.
El que se quedó sin pila.
El que salió a la calle a ofrecer
su celular.
El que entró a robar a un
comercio abandonado
y se arrepintió en
un centro de acopio.
El que supo que salía sobrando.
El que estuvo despierto para
que los demás durmieran.

El que es de aquí.
El que acaba de llegar
y ya es de aquí.
El que dice “ciudad” por decir
tú y yo y Pedro y Marta
y Francisco y Guadalupe.
El que lleva dos días sin luz
ni agua.
El que todavía respira.
El que levantó un puño
para pedir silencio.
Los que le hicieron caso.
Los que levantaron el puño.
Los que levantaron el puño
para escuchar
si alguien vivía.
Los que levantaron el puño para
escuchar si alguien
vivía y oyeron
un murmullo.
Los que no dejan de escuchar.

 

Sei del luogo dove raccogli
l’immondizia.
Dove due fulmini cadono
nello stesso punto.
Hai visto il primo, perciò
aspetti il secondo.
E qui resti.
Dove la terra si apre
e la gente si unisce.

Sei arrivato in ritardo, di nuovo:
per grazia di impuntualità sei
vivo, per mancare all’appuntamento
che alle ore 13:14 ti avrebbe
dato la morte,
trentadue anni dopo l’altro
appuntamento, al quale pure
non arrivasti
in tempo.
Sei la vittima omessa.
L’edificio oscillò e tu non
hai visto passare la vita
davanti ai tuoi occhi, come
accade nei film.
Ti fece male una parte del corpo
che non sapevi esistesse:
la pelle della memoria
che non evocò scene
della tua vita, ma
dell’animale che sente
scricchiolare
la materia.
Anche l’acqua si ricordò
ciò che fu quando
era padrona di questo luogo.
Tremò nei fiumi.
Tremò nelle case
che inventammo nei fiumi.
Hai raccolto i libri di un altro
tempo, quel che eri
molto prima di queste
pagine.
Piovve sul bagnato
dopo le feste
della patria,
più vicine alla baldoria
che alla grandezza.
C’è spazio per gli eroi
in settembre?
Hai paura.
Hai il coraggio di avere paura.
Non sai che fare,
ma fai qualcosa.
Non hai fondato la città
né l’hai difesa dagli invasori.

Semmai, sei un mendicante
della storia.
Sei chi raccoglie rifiuti
dopo la tragedia,
chi sistema mattoni,
unisce pietre,
trova un pettine,
due scarpe spaiate,
un portafogli con delle fotografie.
Chi ordina parti sciolte,
pezzi di pezzi,
resti, solo resti,
quel che ci sta tra le mani.

Sei chi non ha guanti,
chi distribuisce acqua,
chi regala le sue medicine
perché è già guarito dall’orrore.
Chi vide la luna e sognò
cose strane, ma non
seppe interpretarle,
chi sentì miagolare
il suo gatto mezz’ora
in anticipo e lo comprese
solo alla prima
scossa, quando l’acqua
salì dal water.
Chi pregò in una lingua
straniera perché aveva dimenticato
come si prega.
Chi ricordò chi stava
dove.
Chi corse dai suoi figli
a scuola.
Chi pensò a coloro che
avevano figli a scuola.
Chi rimase senza batteria.
Chi scese in strada per offrire
il proprio cellulare.
Chi entrò a rubare in un
negozio abbandonato
e se ne pentì in
un centro di raccolta.
Sei chi sapeva di essere di troppo.
Chi stette sveglio affinché
gli altri dormissero.

Chi è di qui.
Chi è appena arrivato
e già è di qui.
Chi dice “città” per dire
tu, e io, e Pedro, e Marta,
e Francisco, e Guadalupe.
Chi resta due giorni senza luce
né acqua.
Chi ancora respira.
Chi alzò il pugno
per chiedere il silenzio.
Coloro che se ne accorsero.
Coloro che alzarono il pugno.
Coloro che alzarono il pugno
per sentire
se qualcuno fosse vivo.
Coloro che alzarono il pugno per
sentire se qualcuno
fosse vivo e udirono
un mormorio.
Coloro che non smettono di ascoltare.

© Juan Villoro 

traduzione di Chiara Caradonna  
un grazie a Carmen Gallo

 

 

Juan Villoro

Nato a Città del Messico nel 1956, è autore di saggi, racconti e romanzi, e una delle figure più importanti nel panorama letterario messicano contemporaneo. Il 22 settembre 2017, tre giorni dopo il violento sisma (7.1 della scala Richter) che ha colpito la zona centrale del Messico mietendo numerose vittime anche nella capitale, Villoro pubblica sul quotidiano Reforma, al posto del suo regolare contributo, la poesia El puño en alto. Il testo viene condiviso, diventa un fenomeno virale. “A dire il vero non mi considero poeta”, dice Villoro in un’intervista. Il suo poema, una “litania del dolore”, nasce perché vengono meno le parole. È – aggiunge – un’omaggio immediato e istintivo alla solidarietà dimostrata dalla popolazione subito dopo il terremoto. Di questa solidarietà il pugno in alto è – come dimostrano le immagini scattate in quei giorni – a tal punto espressione concreta da trasformarsi a sua volta in simbolo di unità e perseveranza dal basso, che agisce indipendentemente dalle autorità. Nel suo contesto specifico il pugno in alto significa, come osserva Villoro: “restiamo in silenzio per dedicarci all’altro”, a chi ancora è seppellito sotto le macerie. Assume però anche un senso sociale e umano più ampio: “mettersi in ascolto di ciò che deve essere sentito”. Per Villoro il pugno in alto non è un gesto di potere, ma di ascolto.
Il sisma del 19 settembre scorso ha riportato alla memoria il terremoto che nello stesso giorno del 1985 distrusse Città del Messico. È questo l’appuntamento mancato cui fa riferimento la seconda strofa.

*

Chiara Caradonna è nata a Brescia nel 1986. Vive e lavora a Gerusalemme, dove è ricercatrice in letterature comparate presso la Hebrew University.

 

Lettera all’autore #1: Andrea Raos, Le avventure dell’allegro leprotto e altre storie inospitali.

Caro Andrea, 

mi sono preso un po’ di tempo per leggere il tuo libro e quindi per scriverti. È stata una lettura affascinante e impegnativa. Ti confesso che dopo le prime pagine mi sono chiesto cosa stessi leggendo, se un libro di prosa, un libro di traduzioni, un saggio, un libro di poesie, una favola, un racconto, un diario di viaggio, un manga. Poi, quando ho compreso che il tuo libro è tutte queste cose insieme, mi sono rilassato e mi sono goduto la lettura fino in fondo. L’Allegro leprotto mi è  sembrato un esperimento riuscito, perché riesce a sintetizzare tutti i generi attraverso un’unità superiore. È come se nel percorso labirintico del testo vi fossero dei fili che si dipanano lungo i vari capitoli che non fanno smarrire mai del tutto il lettore nella vertigine della lettura, insomma mi sembra che dietro l’apparente prevalere di forze centrifughe ve ne siano altre altrettanto forti che hanno un ruolo centripeto, in particolare dei temi che sono presenti come delle ossessioni che circolano in tutti i capitoli: la rievocazione di un passato che assume i tratti di una vera e propria anamnesi personale, dissimulata e moltiplicata nei tanti mascheramenti che la voce narrante e poetante assume; l’uso di parole che assumono un valore simbolico e allusivo, sia in tono ironico, prevalente, sia in tono rivelativo; la forza sperimentale del testo; il rapporto polemico con le forme della tradizione poetica, vedi le sestine implose o le ottave di L’anno scorso pervinca; il confronto con la cultura e con la lingua giapponese; gli animali fantastici che circolano e imperversano tra le pagine, buoni compagni de Le api;  un sottofondo, una nota cupa e costante che si presenta come sottotesto di ogni pagina e che è, a ben vedere, segnalato e suggerito dall’aggettivo del sottotitolo – ‘inospitali’ -, un confrontarsi con l’enigma dell’esistenza, con l’orrore di fondo del mondo, senza neanche bisogno di esplicitarlo. In ultimo mi sembra che rispetto ai tuoi lavori precedenti, forse con la sola eccezione di le Lettere nere che mi paiono riecheggiare in alcuni passaggi, vi sia un coinvolgimento più sofferto dell’io lirico che emerge tra le varie immagini del testo, un’urgenza di raccontarsi, sempre nelle forme che ti sono proprie, che rende la lettura in molti tratti commovente. A queste che ti ho appena elencante, aggiungo altre considerazioni sparse, così come mi vengono in mente; l’aggettivo ‘allegro’ mi sembra che si debba riferire prevalentemente al lessico musicale, alla velocità di esecuzione, a un tempo veloce (come il leprotto mi verrebbe da dire), all’incalzare della scrittura e dell’atto della scrittura, che muove sia tu che scrivi sia noi che leggiamo e credo di poter aggiungere che il tuo stile in questo libro è quello non solo di un allegro, ma di uno scherzo che diventa, in alcuni passaggi, un vero e proprio allegro feroce. Altro punto centrale è l’uso radicale dell’ironia, la volontà riuscita di una totale dissimulazione e spiazzamento del testo stesso, oltre che del lettore, l’utilizzo ironico della favola, che già ti caratterizzava, qui addirittura diventa ancora più sofisticato, trasformandosi in una cornice in cui si inseriscono altre tipologie di testi; un’altra cosa che mi ha profondamente colpito è la struttura stereoscopica del libro, a cui accenni anche tu quando parli di libro pop-up, preciso meglio questa mia sensazione, è come se nella tua scrittura si passasse dalla similitudine alla metafora, e qui niente di nuovo mi dirai, ma la metafora si stacca completamente da ciò a cui si riferisce per diventare altro, per assumere vita propria e a sua volta generare altre metafore che diventano altri personaggi e storie, il color pervinca che diventa protagonista incontrastato di un’intera sezione. E da questa forza metaforica e allegorica non sono escluse neanche le sezioni in cui, apparentemente, riferisci di episodi della tua vita o ricorri esplicitamente alla memoria. Il tuo libro è un libro tridimensionale, per tornare all’immagine stereoscopica, è un libro che nella suo polimorfismo assume una vita propria, inquietante e sempre nuova ogni volta che si rilegge.

Forse ti starai chiedendo perché ti scrivo una lettera anziché fare una recensione seria come Dio comanda? Un po’ per motivi miei, un po’ perché il tuo libro eccede qualsiasi forma chiusa, anche quella di una recensione che lo voglia contenere e definire e quindi dirti le mie impressioni provvisorie, e tali mi sembrano dover rimanere, mi è sembrato l’unico modo onesto per essere all’altezza del tuo testo e poi, lo confesso, ti ho usato come cavia, per vedere se la forma epistolare possa essere adatta a parlare in maniera, non dico esaustiva, ma almeno opportuna di un libro. In ultimo, a proposito di cavie, ecco cosa mi frullava in testa sin dall’inizio della lettura e anche dalla lettura de Le api e degli altri tuoi libri, che non riuscivo a mettere a fuoco, le vere cavie della tua scrittura sono i lettori, oserei dire che c’è quasi un elemento sadico nella tua scrittura, non sei tu che vai incontro al lettore, ma è il lettore che deve spasmodicamente seguirti, anzi inseguirti, braccarti nei tuoi continui depistaggi e, quando ha la sensazione di averti raggiunto, tu, come scrittore, sei già altrove, sei già in un altro luogo poetico ed è forse proprio in questo continuo spostamento, in questo essere sempre oltre che cogli la dimensione più propria della tua poesia e della poesia nella sua essenza. Ti saluto con profonda stima e con affetto e spero che prima o poi avremo l’occasione di incontrarci di persona. A presto, dunque.

Francesco Filia

Andrea Raos, Le avventure dell’Allegro Leprotto e altre storie inospitali, Arcipelago Itaca, pp. 156, Brossura, EAN: 9788899429225
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*
Un giorno l’Allegro Leprotto decise di andare a vedere com’è fatto il cielo e, raccontata una bugia ai genitori per potersi allontanare da casa, si mise in cammino.
—Camminò per quasi una settimana scalando, un saltello dopo l’altro, la montagna più alta che c’è. Poco a poco sparirono gli alberi e i fiori, gli animali e i prati, e si trovò a scorticarsi i polpastrelli contro gli stuoli di rocce taglienti e fredde verso la cima.
—Finalmente giunto sul cocuzzolo stette da lì proteso verso il cielo, ormai vicinissimo, per diversi giorni e notti finché, stiracchiandosi e allungandosi più che poteva, non riuscì ad afferrare con gli zampini il bordo della volta celeste. Per qualche istante riprese fiato con la testa mezza dentro, issato in un buio che non capiva, e il sedere mezzo fuori, nel mondo normale fatto di luce e muoni; poi, con un ultimo sforzo, si slanciò ancora un po’ più su e capitombolò dentro a dietro il cielo. Fu come trarre un sospiro, gettare uno sguardo in tralice, e alla fine un piccolo “clac”.
—Seduto sul didietro, ancora intontito dalla rotolata che aveva fatto cadendo, si guardò intorno. Vide che dietro al cielo tutto è buio. C’erano solo il freddo e il niente.
—L’Allegro Leprotto capì che i pianeti e le stelle che vedeva brillare dal basso, quando nelle sere d’estate andava a rincorrere le lucciole nei prati invasi dal profumo del fieno appena tagliato, sono pietre che sprizzano luce verso la terra rotolando e stridendo in assoluto silenzio, come calcoli neri e pulsanti di cui traspare il ghigno se premuti contro la membrana che li chiude.
—Io spero che ti scardini la vita.
*
Penso il pensiero
altrui formarsi e farsi fiato e vedo
che le cose
accadono e non sono mai le stesse:
tutte cambiano,
le buone ingrigendo con il giorno, le cattive
fisse in uno sguardo pronto a spegnersi.
Così sono guardato
mai guarito dalle cose.

I poeti della domenica #218: Maria Borio, Senza un disinvolto piacere

Senza un disinvolto piacere
ti accorgi che il corpo
ha un’altra lingua
e ogni parola
è un inverno teso.
Ciò che cova la magnolia
è lo stormo in attesa
di cibo, tutta la luce
che in un giorno sorpassa
predatori e prede.
Tu non dirmi “col tempo”,
non ho avuto, non ho dato,
confluenze e scarti
ci hanno pagato ogni incontro.
La tua esperienza e i miei occhi
sono un proiettile nel tempo.

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© Maria Borio, in Dodicesimo quaderno italiano, Marcos y Marcos, 2015

I poeti della domenica #217: Beppe Costa, devo ricordare

 

devo ricordare
di maneggiarmi con cautela
per non esplodere
con tutta la forza sublime
o devastante che sia
purché sia

.

© Beppe Costa, in Per chi fa turni di notte. Poesie 1967-2017, Roma, Associazione culturale Pellicano, 2017

proSabato: Anna Seghers, La gita delle ragazze morte

«No, da molto più lontano. Dall’Europa». L’uomo mi guardò sorridendo, come se gli avessi risposto: «Dalla luna». Era il padrone della pulqueria all’uscita del villaggio. Si allontanò dal tavolo e, poggiato immobile alla parete, cominciò a studiarmi con lo sguardo come se cercasse tracce della mia fantastica provenienza. Di colpo anche a me parve una cosa fantastica che dall’Europa fossi andata a finire in Messico. Il villaggio, cinto come da palizzate di cactus a canne d’organo, sembrava una fortezza. Attraverso una breccia potevo spingere lo sguardo sui pendii bruno-grigiastri dei monti che, brulli e selvaggi come una montagna lunare, alla sola vista allontanavano qualunque sospetto di aver avuto mai a che fare con la vita. Due alberi del pepe ardevano sull’orlo di una forra completamente deserta. Anche questi alberi sembravano più in fiamme che in fiore. L’oste si era rannicchiato per terra sotto l’ombra enorme del suo cappello. Aveva smesso di osservarmi, non lo attiravano né il villaggio, né le montagne, fissava immoto l’unica cosa che gli presentava enigmi immensi e insolubili: il nulla assoluto.
Mi appoggiai alla parete nella sottile linea d’ombra. Era troppo precario e incerto il rifugio che avevo trovato in questo paese per essere chiamato salvezza. Avevo alle spalle mesi di malattia che mi aveva raggiunto qui, anche se i diversi pericoli della guerra non avevano potuto niente contro di me. Come succede talvolta, i tentativi di salvataggio degli amici avevano scongiurato i pericoli evidenti e provocato quelli nascosti. Anche se gli occhi mi bruciavano per il caldo e la stanchezza riuscivo a seguire il tratto della strada che dal villaggio portava nella natura selvaggia. La strada era così bianca che non appena chiudevo gli occhi sembrava incisa all’interno delle palpebre. Vedevo anche sull’orlo del precipizio l’angolo del muro bianco, che già mi si era impresso negli occhi dal tetto del mio alloggio nel grande villaggio situato più in alto, da cui ero discesa. Avevo chiesto subito del muro e del rancho o cos’altro mai fosse, con la sua unica luce calata giù dal cielo notturno, ma nessuno aveva saputo darmi ragguagli. Mi ero messa in cammino. Nonostante la debolezza e la stanchezza che mi costrinsero a prendere fiato già qui, dovevo scoprire da me cos’era quella casa. La curiosità oziosa era l’ultimo residuo rimasto della mia antica voglia di viaggiare, la spinta di una smania incessante. Non appena soddisfatta, sarei risalita subito al ricovero che mi era stato assegnato. La panca su cui mi riposavo era finora l’ultimo punto del mio viaggio, addirittura l’estremo punto occidentale in cui fossi mai giunta in terra. La voglia di imprese avventurose e fuori dal comune che una volta mi rendeva inquieta si era da tempo placata fino alla nausea. C’era solo un’unica impresa che ancora potesse spronarmi: tornare a casa.
Il rancho, come pure le montagne, era avvolto da una foschia luccicante, che non sapevo se fosse dovuta a pulviscolo di sole o alla mia stanchezza che annebbiava tutto, cosicché le cose vicine sembravano svanire e quelle lontane si facevano nitide come una fatamorgana. Mi alzai in piedi poiché la stanchezza mi era già diventata insopportabile e allora la caligine si diradò leggermente dinanzi ai miei occhi.
Attraversai il varco della palizzata di canne e poi girai intorno al cane che dormiva sulla strada, completamente immobile come un cadavere, le zampe distese, coperto di polvere. Si avvicinava la stagione delle piogge. Le radici scoperte di alberi brulli e contorti si abbarbicavano al pendio, sul punto di pietrificarsi. Il muro bianco si avvicinava sempre più. […]
Dietro il lungo muro bianco si coglieva un riflesso verde. Forse c’era una fontana o un ruscello che era stato deviato e irrigava più il rancho che non il villaggio. Eppure sembrava disabitato, con la casa bassa, priva di finestre dal lato della strada. Se non si trattava di un abbaglio, l’unica luce di ieri sera era stata probabilmente quella del custode. Il cancello, da tempo inutile e fradicio, era divelto dal portale d’ingresso. Eppure, nell’arco della porta rimanevano ancora visibile i resti di uno stemma dilavato da innumerevoli stagioni della pioggia. Mi sembrò di riconoscere i resti del blasone, così come le due conchiglie in pietra che lo racchiudevano. Varcai il portale vuoto. Con mio stupore adesso avvertivo dall’interno un cigolio leggero e regolare. Avanzai ancora di un passo. Ora potevo sentire l’odore della vegetazione nel giardino che si faceva sempre più fresca e viva man mano che posavo lo sguardo. Il cigolio divenne presto più netto e vidi tra i cespugli diventavano sempre più folti e rigogliosi il regolare andar su e giù di un dondolo o di un’altalena. A questo punto la mia curiosità si era destata e così attraversai di corsa la porta e mi diressi verso l’altalena. Nello stesso momento qualcuno chiamò: «Netty!»
Nessuno mi aveva più chiamato così dal tempo della scuola. Avevo imparato a rispondere a tutti i nomi buoni e cattivi con cui mi chiamavano amici e nemici, i nomi che in molti anni mi erano stati attribuiti per strada, in riunioni, feste, sistemazioni notturne, interrogatori di polizia, titoli di libri, articoli di giornali, verbali e passaporti. Mentre ero malata e priva di coscienza talvolta avevo sperato di sentire l’antico nome dei miei primi anni, ma era perduto il nome che mi ero illusa potesse rendermi di nuovo sana, giovane, felice, pronta a riprendere la vecchia vita, ormai irrimediabilmente svanita, con gli antichi compagni. A sentire il mio nome di allora afferrai sbigottita le trecce con tutte e due le mani, anche se in classe mi avevano sempre preso in giro per questo gesto. Mi meravigliai di potere afferrare le mie due grosse trecce: allora non me le avevano tagliate in ospedale!

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Ilaria Grasso, poesie

 

Berlino, foto di Gianni Montieri

Domani, 25 novembre, sarà la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Pubblichiamo qui di seguito alcune poesie inedite di Ilaria Grasso, attivista e poeta estremamente attenta e sensibile all’argomento (gm).

*

 

LA BADESSA

Era molto originale
il suo modo
d’apostrofarmi sempre
con variopinte offese
Per via della mia stazza
spesso
mi chiamava badessa
ed io in cuor mio sapevo
che sarei rimasta indenne
da quell’inferno
perché
grande è il regno dei cieli
per chi crede.

 

*

ABUSO D’ATTI D’UFFICIO

Lui la prende dietro la scrivania
dopo il turno di sera
nel suo ufficio personale
che si trova accanto a quello
della segreteria. La rosa trema
nel vaso sulla scrivania
assieme a lei che non si spoglia
aspettando che al padrone
prima o poi passi la voglia
Non accade mai e dico mai
che a lui passi questa voglia
e quando va a casa dal marito
con gli occhi vuoti
dopo aver preparato la cena
per tutta la famiglia
dice solo che è stanca e vuole
andare a letto
a letto da sola e a letto presto.

 

*

Hanno voluto cancellarmi e ci sono riusciti”
A Vera Caslavska ginnasta ed eroina cecoslovacca

:::::::::::::::::::Aveva solo bisogno di un’asta
per fare un salto avanti e superare così certi ostacoli
Sempre gli stessi
La trovarono a terra
Appoggiata al muro
A guardarsi in mezzo alle gambe
per sapere quanto
:::::::::::::::fossero profonde le pareti
nel momento esatto della mancanza. (altro…)