Giorno: 31 ottobre 2017

Maurizio Brusa “Una vita scalza”. Imola, 31 ottobre 2017

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Una serata dedicata alla poesia di Maurizio Brusa nella splendida cornice offerta dalla BIM Biblioteca Comunale di Imola. L’occasione per parlare di Maurizio Brusa, della sua vita, della sua ultima raccolta, La vita scalza, nonché di un percorso poetico che ha lasciato un segno negli amici e in chiunque abbia incontrato i suoi versi. L’occasione per iniziare a conoscere un poeta che scelse di vivere defilato ma non assente.

Interverranno: Alessandro Brusa, Antonio Castronuovo, Maurizio Cucchi, Salvatore Della Capa, Gianfranco Fabbri, Carlo Falconi, Matteo Fantuzzi, Franco Minganti, Francesca Serragnoli, Stefano Simoncelli, Giancarlo Sissa, Gabriele Xella.

Oggi, martedì 31 ottobre 2017, alle ore 20:00, presso la BIM Biblioteca Comunale di Imola.

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Gianfranco Barcella, inediti da ‘La brezza della sera’

LA CAUSA DISCRETA

Vorrei stare per sempre, magari di sghembo
dentro il mondo ed il suo tempo
e ricreare ogni attimo del presente
con un amore discreto che richiami alla vita
con loschi bagliori d’eternità.

È la coscienza del niente che mi fa agire
contro lo scempio dell’esistente.
È il gran freddo che mi invade le ossa
quel che mi induce a chiedere giustizia,
sperando nella mite sentenza, emessa in clandestinità,
dalle nuove gemme di Primavera,
passata la mesta verità dell’eterno inverno.

 

*

LA COMMEDIA

Il ruolo che ho assunto è quello del docile animale
nella commedia della vita o gioco di prestigio che a nulla vale.

Protagonista è il fedele esercizio nel vivere sociale
che mai si concluderà con l’applauso finale. (altro…)

Filippo Ravizza, La coscienza del tempo (prima parte)

Filippo Ravizza
La coscienza del tempo
La Vita Felice
2017

 

 

Torna la poesia di Filippo Ravizza, a tre anni da Nel secolo fragile. Torna con una nuova raccolta e un nuovo titolo parlante, La coscienza del tempo; sì, perché è un elemento fondante della sua poetica il contrassegnare le sue raccolte con titoli che ne riassumano i tratti essenziali, e farne, di fatto, libri che non siano solo raccolte di testi, costume abbastanza diffuso negli ultimi anni (Penna ebbe il buon senso di intitolare Poesie il libro d’esordio, esempio da seguire, a mio avviso, quando una raccolta non gravita attorno a un centro tematico ben definito). Il fare farraginoso degli ultimi decenni non tocca, né sfiora, Filippo Ravizza; con coerenza prosegue l’interrogazione e l’analisi di questi tempi sempre più poveri di riferimenti precisi e stabili, privi di poetiche definite, privi di ideali.
La sua generazione, quella di cui «forse resterà/ un tenue racconto brandelli/ di memoria impigliati nelle mine/ tra inchiostro e carta brandelli/ di scrittura ape spina pura/ di un vento che ci fu che sentimmo» (Questa mia generazione, p. 77); generazione che lottò per il riconoscimento di diritti e il rispetto, allo stesso tempo, dei doveri civili, ora si ritrova a fare i conti con una dispersione pressoché totale dei medesimi («generazione che ancora/ sta passando come un fiume/ che va che scorre […] verso un estuario che nessuno/ vede che inghiotte la terra il mondo/ e tutto ciò che lo precede il senso/ stesso delle cose la voglia stessa/ d’essere stati come pietra/ come pietra diventati», ibidem), sicché lo schianto con la realtà è inevitabile e solo l’aggrapparsi all’alto mandato della poesia sembra l’unico campo nel quale continuare a combattere ogni battaglia, senza illudersi nell’attesa di un miracolo («non pretendere il miracolo/ di esistere dalla poesia, non pretenderlo… adagiati, abbi/ pace, vivi questo momento/ che ti dona la sparuta serenità/ dei versi; possa accompagnarti/ ancora… nulla di più alto, forse,/ ci è dato»; Sotto la rada ombra, p. 20).
E queste battaglie, meno cruente che non in passato, esibiscono da subito l’arma della memoria, perché ricordare è necessario per sopravvivere. E allora ecco che la poesia si fa testimonianza della sopravvivenza di un io non disposto a scomparire nella massa informe del quotidiano, ossia di ciò che è, come la definisce Gianmarco Gaspari nella prefazione, «la sublimazione di un disagio catafratto nei simboli complementari del tempo e dello spazio» (p. 5). Perciò alcune figure emergono dal passato, come in un poema ctonio, per dialogare con lo sguardo rivolto in avanti, quasi con fare vaticinante (anche se vere e proprie profezie non se ne pronunciano).
È più un discorso sul tempo, inteso anche come Storia, quello affrontato ora da Ravizza, che in questo nuovo libro raccoglie le istanze del precedente, inevitabilmente verrebbe da dire, perché quando un dettato si fa anche carico di istanze civili, queste proseguono se la vena è feconda in chi sa dominarla senza inficiarla di bieca retorica. Ma non è il caso di La coscienza del tempo, ché è invece un libro robusto e contrassegnato da componimenti che sembrano, nel leggerli, nati nel poeta di getto, tanto sono scorrevoli e agili nel verso; un verso sempre limpido quanto fedele alla tradizione di quel secondo Novecento di cui Ravizza si è cibato e col quale mantiene un dialogo costante, e a maggior ragione ora, nel tentativo di recuperare quei riferimenti necessari per non annaspare nel buio, o arrancare nel traffico compulsivo della quotidianità. (altro…)