Giorno: 18 ottobre 2017

Riassunto di Ottobre (seconda edizione)

Bologna, sabato 21 ottobre 2017
seconda edizione di
RIASSUNTO DI OTTOBRE
(a cura di Sergio Rotino, da
un’idea di Marco Giovenale)

@ CostArena, via Azzo Gardino 48
dalle 11:00 alle 21:00
testi editi e inediti di
12 autori contemporanei

(Leonardo ​​Canella, Anna ​​Franceschini,
Marco ​​Giovenale, Alessandra ​​Greco,
Luciano ​​Mazziotta, Simona ​​Menicocci,
Renata ​​Morresi, Lidia ​​Riviello,
Giorgia ​​Romagnoli, Claudio ​​Salvi,
Michele ​​Zaffarano, Luca ​​Zanini)

*

PROGRAMMA

Apertura (salone primo piano): ore 10:30

Letture testi INEDITI: ore 11:00

Pausa: 13:30-15.30 ca.

Letture testi EDITI: ore 16:00-20:30

Conclusione: 20:30 – 21:00

Luca Barachetti, Fuoco prendi tutto (inedito)

Lido di Venezia, foto di Gianni Montieri

Luca Barachetti, Fuoco prendi tutto (inedito)

 

c’è stato a un certo punto nel lavoro
di smistamento siderale che disperde
e poi raduna (e si avvicina e si allontana)
un certo collo sterminato: un certo sforzo:
un fuoco muscolare nel freddo magazzino
deverbato dove ogni punto è un centro:

c’è stato un tac di cosmo vertebrale:
una lombare stilettata originaria: un’ernia
al disco protoplanetario da spasmo
e macrotrauma per usura di materia
e materia planetaria indolenzita
traboccata e congregata in vita:

e qui c’è stato il noi: ingenerato
come polpa verterbrale fuoriuscita
da una lesione d’analus stellare: da una fitta
nebulare che da allora i nostri nervi: gli stessi
eternamente indolenziti (di noi sforzati
e fuoriusciti: di noi stellari addolorati): tocca:

 

il fuoco sempre vivente
che con misura divampa
e con misura si spegne:
e d’interstizio misura
e d’interstizio scintilla:

è il senso dentro le cose
e lento le forma e le brucia
e avvampa in un microsegno
e ci colonizza la vita:

 

ma di questo fuoco il crepitio
è uno solo: granulo di suono
fra niente e niente: glitch
nel giganulla densamente
silenzioso: picco di materia
consonante e dissonante
nell’intero: convergente
e divergente: frammentati
in un errore – siamo:

ed è tutto quel che abbiamo:
il nostro vero nome:

ed errandovi vi erriamo
e trascendiamo
il quale il quanto il come:

 

ascoltare il silenzio è ascoltare
l’assurdo cannello metafisico che salda
il metallico dolore delle cose
col fuoco che le sforma e le riforma
in materia urlante e cuneiforme
che è tutto il nostro mondo e il nostro amore:
custode della morte:

 

metterci le dita nel costato
della materia toccarne
la stracciatura la bruciatura
di questa cosmogonia
toracica dove tutto manca
di una mancanza santa
che è nostra madre
e somiglianza

 

sempre mi sta addosso
il rostro del gabbiano
il becco che si curva
la fissità di sguardo
e come non s’affida
all’uomo che gli lascia
la mollica di pane
nel vento di uno spiazzo
e quanta è la sua calma
di marmo salinato
di chi ha riconosciuto
le viscere e la fine:
ripete una parola
di orbita affamata
la sferza della vampa
tracciata nelle piume

 

(sostanza II)

perché è tutto questo che mi cerchi
fra le costole nelle scapole
succhiando una a una
le mie anche le mie rotule
contandomi le vertebre
appoggiandomi l’orecchio
sulle diastole sulle sistole:
è questo che tu cerchi
schiusa nella carne
scorsoia schiavizzata
schiarita in una fede
che il mondo annulli:
è tutto questo che tu cerchi
ed io lo cerco in te:

© Luca Barachetti

Raffaele Calvanese, intervista ai Blindur

foto di Gigi Reccia – Blindur

INTERVISTA BLINDUR

Siamo realisti, esigiamo l’impossibile.

Le interviste non sono tutte uguali, lo dico subito per pagare dazio alla quota di banalità da scrivere in un pezzo. Detto ciò quella con Blindur è stata tutt’altro che un’intervista. Pronti, via abbiamo deciso di farla al Pub vicino al loro studio di registrazione che è anche il loro quartier generale, intorno alle sei del pomeriggio, in perfetto stile british. Con un paio di birre ed una Spezi (ebbene si, Michelangelo è quasi astemio) le parole sono venute più facili, nonostante una colonna sonora tambureggiante sparata a volumi disdicevoli. Il resoconto di quasi tre ore di chiacchiere, dopo lunghi e sanguinosi tagli alla sbobinatura è il seguente, tra anticipazioni sul futuro prossimo, gli sms di Damien Rice ed il centro sociale della musica indie italiana che è la loro etichetta.

Recentemente ho letto un articolo sulla sparizione della musica dai dischi. Si prendevano ad esempio il singolo ed il disco in cima alle classifiche e si notava come la musica trova sempre meno spazio. Musica intesa come elaborazione sonora priva di parole, come sperimentazione e suono senza bisogno di essere sovraccaricato di effetti e parole. La musica e i musicisti stanno perdendo la guerra contro i fenomeni da classifica?

Massimo: Dovremmo sempre dividere il mondo del pop (parte a bomba la musica con un live degli U2) da quello del rock che vive di una serie di stereotipi come l’assolo del chitarrista, che pur se non è sui dischi c’è comunque dal vivo. Per il resto c’è una paura generalizzata di perdere l’attenzione dell’ascoltatore. Si ha paura che indugiando qualche minuto in più nel suonare e non parlando, si possa perdere l’attenzione del pubblico; come se suonare non significasse comunicare.
È peggiorato il pubblico allora? Non lo so, ma di sicuro noi che stiamo sul palco ci siamo adeguati a questo abbassamento del livello di attenzione piuttosto che combatterlo. È sempre una scelta di campo, un discorso applicabile a tutti gli ambiti della società. Si tratta di voler costruire un’alternativa, come le piccole sacche di resistenza tipo la musica new-classic ad esempio. Sono stato giusto ieri ad ascoltare Jessica Moss, una violinista canadese molto sperimentale, le sue cinquanta persone le ha fatte, con biglietto all’entrata. Queste sono le cose che ti fanno capire come si possa reagire alla tendenza ad appiattirsi, un’alternativa c’è sempre e sempre si può trovare una strada per dire qualcosa in modo diverso provando ad alzare l’asticella.

Michelangelo: a mio parere in alcuni casi cercare da parte dell’ascoltatore i famosi dischi di qualità è una presa di posizione sterile, quasi una posa da dover assumere. Certo, ben vengano queste pose.
Forse alla fin fine è una questione di corsi e ricorsi, se ci pensiamo un attimo gli anni ’70 col prog e le sue sperimentazioni sono stati spazzati via dal punk, gli anni ’80 hanno segnato un ritorno alla musica che è stata a sua volta resettata dal grunge.
Forse il punto vero è che oggi molto del successo di un artista o di una canzone non viene dalla musica o dal testo in quanto tale ma da una preponderante componente “altra”.

Ottimo gancio per passare alla domanda successiva, immancabile, sui social: sono nostri amici o no? I social sono amici della musica?

Come si diceva prima, al netto del fatto che i social sono una cosa nuova ed in quanto nuova ha dinamiche che non abbiamo ancora imparato tutti a maneggiare bene. Forse oggi abbiamo il problema di essere troppo dentro a questa situazione. Magari guardandoci da fuori, con calma tra qualche anno potremo serenamente dire che non sta succedendo nulla di speciale, in riferimento a molta della musica che viene fuori dai social. Attenzione, per noi i social sono fondamentali, molto di quello che abbiamo fatto come band è avvenuto grazie ai social, dalle date al contatto con chi ci segue.
Tutto ciò che è immateriale va trattato con cautela, anche la musica digitale è così. Io (Massimo, ma anche Michelangelo la pensa così, ndr) non amo la musica digitale, amo i dischi, amo sentirla tra le mani. Ti faccio un esempio, una delle mie band preferite in assoluto  sono i Fairport Convention. Quando ho comprato il loro primo disco ho pensato per un sacco di tempo di aver buttato quindici euro, anzi dollari perché lo comprai a Boston. A un anno di distanza quello stesso disco è stato una completa illuminazione, era cambiato tutto, ho apprezzato ogni cosa. Forse con un file mp3 non ci sarei più tornato su quell’album che poi è stato tra quelli che mi ha cambiato la vita.

Cosa significa per voi sentire?

Michelangelo: Bella domanda, non è facile rispondere su due piedi, probabilmente per me sentire vuol dire essere trapassati da qualcosa. Ne parlavo con Sebastiano Esposito a proposito di cos’è per me la musica. Come una ragazza di cui sei innamorato alla follia, una di quelle che ti fa star bene ma anche soffrire tantissimo, ma poi quando sei con lei e magari ci fai l’amore ti fa dimenticare tutto. Sentire è questo per me, è incontrare una di quelle cose che ti cambia in qualche modo.

Massimo: per me sentire ha a che fare con l’interiorizzazione. Quando interiorizzi un’esperienza, a quel punto senti. Ad esempio se tu ascolti una canzone che ti emoziona e ti riporta a qualche altra esperienza, quando si sprigiona quel potere evocativo, in quel momento stai sentendo davvero.
La stessa differenza tra Listen e Feel.
Ormai lo standard qualitativo della musica, tecnicamente parlando, è molto aumentato, a differenza di molti dischi del passato tra cui varie pietre miliari, è l’attitudine che ti fa davvero la differenza tra un buon ascolto e sentire. È l’attitudine che ha salvato il pessimo missaggio dei dischi dei Ramones o la chitarra scordata di Dylan in Blowin’ in the wind.

A questo punto, se si parla di produzione musicale la domanda nasce spontanea, che male ci ha fatto, o meglio, che abbiamo fatto di male per meritarci l’autotune?

Massimo: Gabry Ponte, è partito tutto da lì. Ad esempio c’è Michelangelo che ce l’ha a morte con il Chorus, lo odia. Io invece non la penso per nulla così, prendi The Edge, è un maestro ad usarlo (ci soffermiamo a commentare Elevation che intanto va a tutto volume all’interno del locale).
Anche Jessica Moss con le sue pedaliere aumentava l’esperienza percepita del suo violino. È una questione di come si gestisce una tendenza o una moda, e di come la interpreti.
Planetarium di Sufjian Stevens è registrato interamente con un autotune esagerato, lo stesso che si usa nei dischi rap e non ho mai sentito nessuno lamentarsi dell’uso che ne ha fatto. Come per la domanda precedente il vero grande solco lo traccia l’attitudine dell’artista, è quella che fa la differenza a prescindere dagli effetti o dagli strumenti usati per la realizzazione di un album.

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