Giorno: 17 ottobre 2017

Ingeborg Bachmann, Réclame

Ingeborg Bachmann, Réclame [1956]

Ma dove andiamo
senza pensieri sii senza pensieri
quando si fa buio e freddo
sii senza pensieri
ma
con musica
cosa dobbiamo fare
lietamente e con musica
e pensare
lietamente
al cospetto di una fine
con musica
e dove portiamo
al meglio 
le nostre domande e il fremito di tutti gli anni
nella lavanderia di sogni senza pensieri sii senza pensieri
ma cosa accade
al meglio 
quando silenzio di tomba

sopraggiunge

 

Ingeborg Bachmann
(traduzione di Anna Maria Curci)

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Il valore del fischio in letteratura (di C. Trombetta)

Il valore del fischio in letteratura: una riflessione sul “fare letterario”

 

Che genere di azioni si aspetta un lettore dai personaggi di un romanzo? Facile: che pensino, parlino, si muovano, amino, gioiscano, lavorino, piangano, odino, partano e soffrano. Nessuno direbbe facilmente di aspettarsi un bel fischio sonoro, forte ed eloquente. Quante opere letterarie i cui protagonisti si abbandonano al fischio come atto significativo si potrebbero elencare? Poche, anzi, davvero pochissime. In letteratura sono i treni a fischiare (si pensi all’avvio di un celebre mottetto montaliano: «Addii, fischi nel buio, cenni, tosse/ e sportelli abbassati…»), al massimo il vento o gli uccelli, le persone invece piuttosto raramente. Infatti, parlando di fischi dal valore importante o simbolico, viene di certo in mente la novella pirandelliana Il treno ha fischiato. L’impiegatuccio Belluca, il personaggio principale, prende coscienza dell’esistenza di altre dimensioni al di fuori della sua, oppressiva e ansiogena, proprio grazie al fischio di un treno, avvenimento banale che riesce però a scuoterlo dalla grigia quotidianità in cui era seppellito. Come volevasi dimostrare, non è Belluca a esibirsi nel fischio, bensì il treno. Guardando invece alla poesia, gli esempi restano comunque pochi. Potremmo citare la poesia Fischi di Trilussa:

L’Imperatore disse ar Ciambellano:
– Quanno monto in berlina e vado a spasso
sento come un fischietto, piano piano,
che m’accompagna sempre indove passo.
Io nun so s’è la rota o s’è un cristiano…
Ma in ogni modo daje un po’ de grasso.

Anche in questo caso l’Imperatore si limita a percepire il fischio, probabile sinonimo di malessere popolare, ma non ne è la fonte. Restando in ambito poetico, Giorgio Caproni ha composto Il fischio – parla il Guardiacaccia, in cui il suono di un fischio avvertito durante una partita di carte è in grado di richiamare al dovere il Guardiacaccia che, fedele al suo compito e alla divisa, spiega ai compagni le ragioni del suo allontanamento dalla tavola e conclude così:

Lasciatemi perciò uscire
Questo Io vi volevo dire.
Per quanto siano bui gli alberi,
non corre un rischio più grande di chi resta,
colui che va a rispondere
al fischio della foresta.

Lo stesso anche stavolta, è la foresta a fischiare, non un uomo dal volto o dal nome definito. (altro…)