Giorno: 5 ottobre 2017

Omaggio a Maurizio Brusa (1951-2017)

Maurizio Brusa (foto di Daniele Ferroni)

Maurizio Brusa (foto di Daniele Ferroni)

 

Mi reputo indegno di parlare di Maurizio Brusa e della sua poesia, ma due ragioni mi spingono a farlo: l’ammirazione per la sua poesia e l’affetto per suo figlio Alessandro, poeta e mio grande amico. Io e Alessandro più volte abbiamo parlato di suo padre, sia dell’uomo sia del poeta. Un poeta così defilato, appartato, che non solo non si è mai visto riconosciuto quel posto che dovrebbe occupare nei discorsi sullo “stato della poesia”, ma del quale in questi ultimi anni si era quasi fatta impossibile la reperibilità di buona parte della produzione, a eccezione delle raccolte più recenti.
L’improvvisa morte di Maurizio Brusa, sopraggiunta lo scorso 29 settembre, a non molte settimane di distanza da quella del padre Omero, ha, come sempre accade in questi casi, risvegliato il desiderio in molti di riscoprire una poesia che porta i segni di un’inedita esposizione al dolore del vivere per un ragazzo che ha conosciuto nell’età liceale la forza rivoluzionaria, utopica, del ′68, senza in verità riconoscersi in essa (lui, uno degli «emarginati coscienti» – definizione di Alfredo Taracchini, che firmò Per presentare Maurizio, ossia lo scritto che seguiva e inquadrava Idea per la prefazione di un ritmo, esordio di Maurizio Brusa nel fascicolo 29/30, gennaio 1977, della rivista «Rendiconti»); quel vento d rivoluzione che soffiò su quella parte di Romagna (lui nato e cresciuto a Imola) che in quegli anni rappresentava, insieme a Bologna (la pars emiliana), e più della capitale, la voglia di riscatto di un’Italia decisa realmente a lasciarsi alle spalle le contraddizioni del dopoguerra.

Spero che firme più qualificate di me nei prossimi mesi renderanno il giusto omaggio alla poesia di Maurizio Brusa. Io, grazie soprattutto ad Alessandro, che immediatamente ha accolto il mio invito a inviarmi dei componimenti di suo padre, compresi alcuni tra i meno noti perché lontani negli anni, voglio proporvi queste sue poesie con l’intenzione di colmare un vuoto, che è stato anche il mio vuoto.
È un percorso di lettura a ritroso, dalla penultima raccolta alle poesie pubblicate nel 1979 nel n. 43 dei «Quaderni della fenice» diretti da Giovanni Raboni, una stagione, questa sua prima, che proprio in Romagna conosceva pure le esperienze di Ferruccio Benzoni e della rivista «Sul porto». Ma se in questi due altri poeti romagnoli la poesia guardava inevitabilmente all’Adriatico, come confine e limes da oltrepassare per riscattare la parola stessa, per Maurizio Brusa proprio su un molo la parola, dove nulla pareva essere mai accaduto, riconosceva il suo di limite; nonostante questa dolorosa constatazione, il poeta non rinunciava a dire e soprattutto non dissimulava l’assoluta fiducia nella poesia, continuamente rinnovata attraverso la costruzione di immagini evocative sorrette da un verseggiare elegante, e una lingua altrettanto fluida e in continua tensione, fino a forzare il punto di rottura e frammentarla (come nella sequenza proposta dalle poesie pubblicate nell’«Almanacco dello Specchio»): Maurizio Brusa diceva ciò che vedeva con gli occhi dell’esperienza, mettendo a nudo da subito un io fragile innanzi alla vita. Lo stesso io che si affaccia, a distanza di anni, nella sua ultima raccolta, La vita scalza, uscito lo scorso giugno per Stampa e che merita un discorso a sé. (fm)

Maurizio Brusa, Parigi ’75 (disegno di ignoto)

MAURIZIO BRUSA (1951-2017)

 

Periferia del Domino
(da Grammatica del Silenzio, Manni, 2008)

ad Alessandro B.

L’uomo tace.
Si ferisce dormendo:
alla terra quel ch’è dovuto.
Al cielo l’ordine di restare sospeso.

 

*

C’era questo nella casa d’altri:
raccontare suo figlio a dispetto
e montava la rabbia, sapeva
di averlo scordato.
Solo qualche volta
incontrato per le scale.

 

*

La prima notte dopo i voti
era ossessionato
dall’idea di saperti povera.
È stato un errore dicevo
ma
ho letto tutto di te.
Ho ascoltato la tua voce
la domenica
durante l’omelìa.

 

*

Di’ pure ch’è salita
dalla scala di servizio,
che s’è rannicchiata nel mio posto vuoto.
Di’ che l’hai comprata e venduta
nel gioco facile di un pressappoco.

 

*

Non è compito mio
il tubo dell’acqua.
Quel che c’era da fare l’ho fatto.
Ho venduto il vendibile:
a moneta di scambio il disegno di Ruth.

 

*

Aveva il profilo di tua madre
mentre leggeva
attenta
“The Sculpture Garden”
e io
che cercavo di distrarla
pensando gli anni persi
e quest’esilio che non fa rumore.

 

*

Potresti essere tu
fra qualche anno:
un viso più magro, il cappello di cuoio.
Quel tuo andare sospeso
a far niente di te.
Come pulire casa il mio credito al giorno.

(altro…)

La tristezza è una cosa importante.

Si apprestò a tirare giù il bagaglio dalla reticella: la valigia le sembrò molto pesante. Molto più pesante di quando era partita, così, con una certa circospezione, chiese alla valigia: – Che ti è successo?
– I mesti ritorni che appesantiscono l’animo… – borbottò
quella rivolgendosi a tutti e a nessuno.

Tra Lewis Carroll e Gianni Rodari, La donna che pensava di essere triste di Marita Bartolazzi che esce oggi per Exòrma Editore, si rivela come una favola e sicuramente lo è, anche se una doverosa analisi del titolo con la sua possibile doppia interpretazione porta il lettore ad affrontare il libro attraverso un doppio binario percettivo e ad aprire nuovi interrogativi sulla necessità di una definizione qualitativa della tristezza. Tutta la narrazione che procede tra incontri e sogni (rigorosamente scelti e acquistati in un supermercato dei sogni) tende a evidenziare con una leggerezza appunto favolistica quel limite tra ciò che appare triste allo sguardo e ciò che è triste perchè agisce nel profondo. La tristezza non viene letta mai nella sua accezione negativa, ma come una prerogativa nel potersi relazionare con l’altro da sé ed è necessariamente parte della nostra esperienza quotidiana, spesso utile, sana e formativa reazione a una partenza, a un cambiamento, al comparire di un ricordo. La scelta narrativa di Marita aiuta in questo percorso, creando un’aura di disincanto su ogni possibile o interpretabile forma o espressione di tristezza, evidenziando il fatto di come troppo spesso si tenda a cercare e definire una qualità “triste” soprattutto nel contorno che è però alla fine una definizione labile, vaga e estremamente relativa.

– Secondo me il semolino è più triste.
La donna che pensava di essere triste ne convenne e aggiunse arrossendo: – Purtroppo non mi piace molto.
– Il semolino è buonissimo – intervenne la sé stessa nel labirinto. – L’orzo con le zucchine è davvero triste.
– Fettina ai ferri – consigliò perentoria la sé stessa col cappotto rosso.

Tra sogni e personaggi più o meno onirici (ma sempre legati all’idea o al bisogno di un ricordo) la nostra protagonista compie un cammino che si intreccia via via a quello dei suoi incontri; tutti elementi fondamentali nella maturazione di una persona adulta e quindi già formata, definita, ma con delle evidenti carenze e ambizioni che compaiono nel corso della narrazione come piccoli stimoli che portano a possibili interpretazioni sul perchè “si pensa di essere tristi”.

L’indomani ogni cosa riprese con i suoi ritmi consueti: la donna che pensava di essere triste tornò dall’ufficio poco dopo le quattro e, non un secondo dopo le cinque, il suono del campanello annunciò la visita del monumento.

Ma sono proprio i diversi incontri che aggiungono via via complessità a una possibile topografia della tristezza, sia essa un sentimento o semplicemente un “vestito” che compare nelle consuetudini e negli stereotipi (un colore triste, un cibo triste, uno sguardo dal finestrino del treno, una lettera…), ma anche nelle relazioni, nei cambiamenti, negli approcci. Ho parlato di topografia della tristezza perchè c’è una grande cura e sensibilità da parte di Marita nel descrivere elementi che riportano con estrema naturalezza il lettore ad una personale idea di tristezza, scoprendo così quante percezioni, dinamiche, situazioni e quanti oggetti vi siano spesso associati. L’intento però non è quello di fuggirla o di difendersi, ma di “accoglierla”, perchè della tristezza c’è bisogno ed è giusto che venga detto anche e soprattutto così.

Il monumento aveva preso un bel ritmo e si lasciava trasportare
dalle sue stesse parole: – La tristezza è con noi, è
dentro di noi, la tristezza ci rende migliori, più calmi e riflessivi,
meno propensi ad atti irresponsabili. La tristezza è
una cosa di primaria importanza ed è così spesso sottovalutata
che questo museo, oltre ad avere la funzione di preservarla,
evocarla e tutelarla avrà anche una funzione
educativa di grande importanza. Sarà monito ed esempio.

© Iacopo Ninni

Marita Bartolazzi, La donna che pensava di essere triste, Exòrma Editore, 2017