Giorno: 3 ottobre 2017

Fabrizio Cavallaro, Di seconda virtù

Fabrizio Cavallaro, Di seconda virtù, Internopoesia 2017; € 10,00

 

Il paese delle cose amate
tenue, che non traballa
ai colpi di vento
o di tosse. È un futuro
di mese in mese,
giorno che discopre
ciò che la notte solleva.

*

A quale parte del cuore
appartiene il tuo disegno,
la pellicola del disonore
che metti alle cose
che tocchi, alle fasi
del pensiero, al tuo gioco
rischioso, ai gesti
col doppio fondo
che s’attacca al fuoco.

*
La mia casa è la strada.
Con gente che va e
viene senza domandarsi
se potranno restare,
magari per la notte
o un mese intero.
Qui ognuno passa,
qualche volta un saluto,
lascia un biglietto
di ritorno scaduto.

*

Ora sei vecchio e lontano,
anche se hai solo vent’anni.
Hai perduto la mia mano
in un cesto d’affanni
per averne troppo piagnucolato.
Fai la vita tua senza onore
le mie sono un gelato al sole.

*
Riesco a scrivere meglio di notte
col televisore acceso che sibila
senza contentezza, rimedio
i miei casi normali disperati
pensando ai poeti di un tempo
rimasti incollati nelle fronde
dei loro libri come insetti
nella carta moschicida.

© Fabrizio Cavallaro

Andrea Longega, La seconda cicara de tè

Andrea Longega, La seconda cicara de tè, Ati editore, 2017; € 15,00

 

Ogni volta che comincio a leggere un nuovo libro di Andrea Longega mi sembra di tornare a casa, per la particolare sensazione che avverto leggendo le sue parole, cercando di capirle alla prima lettura, di immaginarne il suono, è come accomodarsi in luogo sicuro. E niente è più sicuro del luogo in cui ti senti a casa, della tua poltrona preferita; l’effetto è più o meno questo. Effetto amplificato dal fatto che Longega scriva in una lingua non mia: il dialetto veneziano. Lingua che ho imparato a conoscere e ad amare, lingua poetica naturalmente. Tra i dialetti italiani credo che i due che suonino meglio in poesia siano il veneto (soprattutto il veneziano) e quello siciliano; il mio dialetto d’origine, il napoletano, continua a suonarmi meglio se cantato, forse perché mi appartiene troppo, oppure non so. Longega scrive soltanto in veneziano e lo fa benissimo, ed è tra i più bravi poeti della laguna. Col tempo è riuscito a raggiungere col dialetto una dimensione nazionale, un riconoscimento certo, quasi unanime; Andrea Longega poeta italiano in lingua veneziana.

Tuti lo capisse xe talmente fassile
che xe sempre mègio far finta:
e parlo de Ande e de Perù
de un inverno de fango in Patagonia
e de quanta paura pol far
na mandria de réne che te sfiora
su la strada che porta drita a Capo Nord
me invento come niente
de na setimana intiera de piova e smarimento
a tirar su case e mureti
sul scoglio de St Kilda

parché xe mè gio che non se sàpia tanto in giro
che a Venessia co i me dise se vedémo
for de l’entrada de un albergo
o in un posto che no sia
San Bortolo o la Stassion
mi de le volte prima de mòverme da casa
vèrzo el computer e quel posto lo sérco,
lo ingrandisso, su Google maps.

Tutti lo capiscono è così semplice/ che è sempre meglio fingere:/ e parlo di Ande e di Perù/ di un inverno di fango in Patagonia/ e di quanta paura può fare/ una mandria di renne che ti sfiora/ sulla strada che porta dritta a Capo Nord/ mi invento come niente/ di una settimana intera di pioggia e smarrimento/ a ricostruire case e muretti/ sullo scoglio di St Kilda// perché è meglio che non si sappia tanto in giro/ che a Venezia quando mi dicono ci vediamo/ fuori dell’entrata di un albergo/ o in un posto che non sia/ San Bartolomeo o la Stazione/ io a volte prima di uscire di casa/ accendo il computer e quel posto lo cerco,/ lo ingrandisco, su Google Maps.

La prima, consistente, parte di questa nuova raccolta è in movimento, sono versi che vengono e che raccontano di viaggi, ma in un modo che è caro a Longega e che è raro. Il paesaggio, se è mostrato, è per un attimo, proprio come succede quando da un sentiero, dopo una curva, ci appare una scogliera che poi scompare alla curva successiva. Una curva è Creta, la curva dopo è Rialto, la circolarità dei versi gioca sulle andate e sui ritorni, sul falso movimento, sulle partenze reali e quelle che non avvengono, su come sia più facile inventarsi qualcosa di molto lontano rispetto a un vero che ci passi vicino. Perciò il viaggio è un luogo, e poi è un tempo, e poi sono le persone che si ritrovano nei posti in cui si ritorna, sono i loro racconti, sono i piatti che preparano. I viaggi di Longega sono fatti di luce, del sole che batte sugli strapiombi e che poi filtra dalle tende di un hotel, magari già conosciuto, un posto dove ritornare e far casa, proprio come a casa. Sono viaggi fatti in coppia, poesie che con delicatezza ci portano momenti condivisi e i silenzi tanto cari al poeta di Murano. E quanta bellezza c’è nel raccontare il compagno di viaggio, di vita, descrivendolo nel momento in cui lo si lascia da solo nella quiete di un’abitudine:

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