Giorno: 2 ottobre 2017

Tu se sai dire dillo 2017 (VI edizione)

L’immagine è di Biagio Cepollaro, Narrazione n.3, 2016. Tecnica mista su tela, cm 50 x 70

TU SE SAI DIRE DILLO 2017
VI EDIZIONE

Libreria Popolare, Via Tadino, 18 – MIlano

5, 6 e 7 ottobre

Rassegna a cura di Biagio Cepollaro

La VI edizione di Tu se sai dire dillo si svolgerà presso la Libreria Popolare di via
Tadino e si articolerà intorno ai temi: la poesia di Giuliano Mesa; il lavoro delle
riviste on line (Ulisse) e cartacee (storica come il Verri e relativamente recente come
la napoletana Levania); le nascenti collane di poesia Autoriale e Perigeion della
Dot.com Press; la questione della drammaturgia poetica; alcuni spunti di
riflessione teorico-politica. A contorno della rassegna sarà allestita la mostra di
pittura di Biagio Cepollaro Piccola fabrica dedicata alla memoria di Giuliano Mesa

Giovedi 5 ottobre 2017

ore 18.30
Inaugurazione della Mostra di pittura di Biagio Cepollaro Piccola fabrica dedicata a
Giuliano Mesa; Biagio Cepollaro e Gianni Montieri leggono Giuliano Mesa

Ore 19,00
Italo Testa e Stefano Salvi: la rivista Ulisse

Ore 19,30
Intervallo

Ore 20.00
Leggono Milli Graffi e Giulia Niccolai

Ore 20,30
la rivista il Verri
Con interventi di Paolo Zublena e Angelo Petrella

Venerdi 6 ottobre 2017

ore 18.30
Creazioni politiche
A cura di Pino Tripodi e Jacopo Galimberti

ore 19.00
Chi è l’autore
Giuseppe Carrara e Giovanni Renzi

ore 19,30
Intervallo

ore 20,00
La Collana Perigeion: Nino Iacovella, Christian Tito, Giusi Drago in
conversazione con Luigi Metropoli

ore 21.30
I racconti di Giorgio Mascitelli

Sabato 7 ottobre 2017

ore 18,30
La rivista Levania
A cura di Eugenio Lucrezi
Carmine de Falco, Emmanuel di Tommaso , Paola Nasti,
Antonio Perrone e Enza Sivestrini.

ore 19,30
La collana Autoriale
Andrea Inglese: l’autoantologia.

ore 20.00
Peli di Francesco Forlani , Fefè, 2017 –

ore 20,30
Intervallo

ore 21,00
Drammaturgia poetica
a cura di Laura Di Corcia e Vincenzo Frungillo

Lucio Toma, Inediti

***

A Matteo oggi al cimitero gli hanno sfossato
i bisnonni insieme a qualche zolla
di ricordi e gli veniva da
starnutire (non si può fare a meno in quei casi)
così che ha pensato alla vita in un colpo
di tosse come a un’allergia alla polvere…

Poi hanno risigillato tutto e addio…
chi s’è visto s’è visto: ma mica tanto
perché poi a casa ho accarezzato
la credenza impolverata e con un colpo
di tosse mi è sembrato di salutare
un qualche lontano parente di Matteo.

(Colpo di tosse)

*

ancora un giorno perso
dietro al mio corpo
che stringe una flebo
paziente nell’attesa
del dottore mentre l’anima
incallita già si fa
elettrocardiogramma
di Gutenberg.

(L’anima incallita)

*

SI SPARA A SALVE O A MORTE

in questo paese poco importa.
È festa comunque a maggio
e ciascuno si fa anima e coraggio.
Anche la Madonna nera s’alza
sulle spalle dei confratelli
che pare voglia capire. Balza
tra la folla in cerca dei pischelli,
ma quel che vede è la fumante gioia
di cui è fatta la fuga dalla noia.

***

Lucio Toma scrive di sé: «Scrittore, poeta e giornalista, si è laureato con lode in Lettere moderne presso l’Università degli Studi di Bari. Nato nel 1971 a San Severo, dove risiede, coltiva il terreno accidentato dell’insegnamento presso l’Istituto agrario della sua città e pure qualche “storta sillaba e secca come un ramo…” che ha portato frutti nel 1999 (Zigrinature, All’insegna del Cinghiale ferito) e nel 2006 (A Gonfie Vene, Ianua). Diversamente si è prestato a collaborazioni con magazine locali e quotidiani, presentazioni di eventi letterari e interventi critici. Alcuni suoi versi sono apparsi su varie riviste anche on line. Altro gli sfugge o poco importa.»

La puntata della rubrica di Poetarum Silva “In Apulien” dedicata a Lucio Toma è qui.

Paolo Triulzi, Filosofia barbara #3

Seconda parte

Appena la vedemmo ci fu chiaro cosa era successo. Cioè come aveva fatto. Non c’era ancora nessuno così potemmo consentire alle ginocchia di cedere. Trovammo due seggioline pieghevoli per sederci e restammo lì. Non so quanto tempo passò, tutto era silenzio. Noi non ci guardammo mai e non scambiammo una parola. Guardavamo lei, o guardavamo per terra. Tutto era già troppo evidente di per sé e non lasciava niente da aggiungere. Poi arrivarono le persone di famiglia e noi, sempre senza dire una parola, ci alzammo e andammo fuori.
Fuori era una bella giornata. Il cielo azzurro, la campagna intorno, il sole tiepido. Il cortile dell’ospedale iniziò a riempirsi di altra gente. Molti li conoscevamo. Ogni tanto qualcuno entrava e dopo un po’ usciva con la faccia stravolta. La famiglia era rimasta dentro per tutto il tempo. La mattinata passava, la gente era tutta in piedi nel cortile. Inevitabilmente si chiacchierava. Poi uno mi venne davanti e disse: io non ce la faccio a entrare, vai tu per me. Andiamo insieme, gli dissi.
Ci abbracciammo e andammo davanti alla porta. All’ultimo momento il tizio mi molla, si sfila dall’abbraccio, e mi butta dentro. La famiglia era ancora lì. Tutti nella stessa posizione in cui li avevamo visti tre ore prima. Zitti e fermi, in piedi. Solo la madre aveva trovato una delle seggioline e si era seduta proprio di fianco a lei. Quando entrai io le stava pettinando i capelli, facendo intanto un lamento basso e continuo. Le ginocchia stavano per cedermi di nuovo quando mi arrivò addosso un altro tizio che conoscevo.
Mi abbraccia e appoggia la faccia sulla mia spalla. Andiamo via, portami via, dice e mi trascina fuori. Poco dopo anche la famiglia uscì e ce ne andammo via tutti. Una ragazza ci disse che non se la sentiva di guidare e se poteva venire con noi. In auto volle ascoltare della musica perché diceva di essere troppo triste per sopportare il silenzio. Accesi la radio, ma la tizia voleva anche scegliere cosa ascoltare. Rino Gaetano sarebbe l’ideale, disse. A quel punto iniziai a odiarli tutti, indiscriminatamente. Tutti.
Ero l’unico che si era messo un vestito nero, delle scarpe nere, una camicia bianca e una cravatta scura. Così come avrebbe fatto Johnny Cash. Cosa pensavano di essere venuti a fare, gli altri? Uno non riusciva a entrare, uno non riusciva a uscire, un’altra non riusciva a guidare ma neanche a stare in silenzio. Chiunque avesse un problema quel giorno mi si buttava in braccio. Bastava il vestito a fargli pensare che fossi un super eroe? Perché non se ne mettevano uno anche loro e provavano a salvarsi da soli?
La giornata prosegui con altre due tappe. Ci muovemmo tutti da una all’altra con le auto, in mezzo alla campagna. I tempi furono lunghi. Non capivo perché ci mettessero così tanto. Molti si lamentarono, eppure nessuno voleva veramente che finisse. Una volta finita sarebbe finita per sempre, si sarebbe chiuso un capitolo e quindi se ne sarebbe dovuto aprire un altro. Come quando nei romanzi c’è una pagina bianca e poi la scritta: SECONDA PARTE. Tutto il resto della vita sarebbe stata una seconda parte e poi, per molti di noi, ne sarebbero venute anche una terza e una quarta. La fine della prima parte a lungo andare avrebbe assunto un’importanza relativa, nell’economia dell’intero romanzo, seppellita dietro qualche altro centinaio di pagine.
Continuai a stare al gioco e non dissi niente. Quella giornata era iniziata con il silenzio e le seggioline pieghevoli. Le avevamo trovate appoggiate a un muro, come a caso. Come se qualcuno le avesse dimenticate là. Ci si erano piegate le ginocchia e a pensarci bene c’era anche uno strano odore nell’aria, dolciastro. Anche quello ci aveva chiuso la bocca, oltre a tutto il resto. Era una giornata iniziata con un bel po’ di schiaffi in faccia. Seguita a una settimana di altrettanti schiaffi e anche calci nel culo.
Alla fine, appena fu possibile, ce ne andammo. Non avevamo mangiato niente, non avevamo bevuto niente, per tutto il giorno. Io non sopportavo più nessuno. Non i loro discorsi e neanche i loro vestiti. Qualcuno poi lo rividi, in seguito. Per la maggior parte non li rividi più. In auto mi allentai la cravatta e basta. Non accendemmo neanche la radio e fu ancora silenzio per un paio d’ore, fino a casa. Volevo che la pagina bianca durasse il più possibile. L’idea di cominciare la seconda parte mi distruggeva.
Poi una volta a casa: via tutto. I costumi di scena aiutano anche a capire, quando li togli, che la recita è finita. Puoi uscire dal personaggio, andare al ristorante.

© Paolo Triulzi