Giorno: 23 settembre 2017

Andrea Accardi, Glossario dell’infanzia

Foto di A. Accardi

 

Da piccolo nascondevo la morte
nelle parole, la chiamavo: meduse
arrivate col maestrale,
sole nel cortile dopo pranzo,
incendio lontano, fulmine,
oleandro.
Per dire tempo e in qualche modo
fermarlo, segnavo i giorni d’estate
che mancavano al termine,
cercando la barriera tra il prima
e il dopo nel conto alla rovescia
che precede il saluto.
Poi c’era l’angoscia più difficile
da spiegare, arrivava con passi da topo
di sera, si nascondeva dietro le porte,
spiava, rideva, la chiamavo anche
diavolo, con termine forse impreciso.
Invece per dire mancanza
bastava un porto raggiunto
o lasciato di notte, le insegne
sull’acqua, la fosforescenza
di un rimorso acceso

(e se dico sollievo rivedo
una stanza, il suono di un palo
della luce che ronza, il vento
che sbatte le tende, un vento furioso
e invece a me sembra una voce
che calma, che spiega, il contrario
del canto che sente chi annega)

 

proSabato: Goffredo Parise, ‘Vietnam’ da ‘Guerre politiche’

GOFFREDO PARISE
GUERRE POLITICHE
VIETNAM

…….Un marine mi crede francese e comincia a parlarmi in un francese di New Orleans, quasi incomprensibile. Quando dico che sono italiano mi raggiunge un ragazzo che si chiama Carmelo Cipollone, siciliano. Ha diciannove anni. Mi parla fittamente e i marines che fanno cerchio intorno a noi dicono ridendo: − Mafia, italian mafia −. Infatti Carmelo mi offre tutto quello che ha. Parla ancora quasi perfettamente il suo dialetto perché è in America soltanto da undici anni. Gli chiedo se ha già partecipato a qualche combattimento. Mi dice che la sua compagnia ha già avuto quattro imboscate. A questa parola, che anche gli altri capiscono, molti si avvicinano e vogliono raccontare.
…….Capisco, ascoltandoli, che per loro la guerra si svolge in un’atmosfera di dissociazione molto simile al sogno. Tutti quelli con cui ho parlato hanno voluto dirmi subito i mesi, i giorni, le ore che mancano al ritorno in America. Ho tentato di parlare più a fondo sui perché di questa guerra. Non sanno nulla di nulla, non fanno che pensare all’America, per loro il Vietnam è come una specie di luna popolata di VC, cioè di qualcosa di piccolo, sempre nascosto, il diavolo che prolifera in folletti e coboldi medievali. Non si fanno domande, il loro modo di obbedire è buono, umile, infantile come quello di certi sordomuti. Grava su tutti una frustrazione che è la frustrazione endemica americana. Qualcuno ha nel sacco un libretto da leggere, sono pocket books, con donna nuda, ufficiali nazisti con frusta in mano, western, Il tormento e l’estasi. Non un solo soldato ha con sé un libretto sul Vietnam, che è il paese dove si trova. Uno era un benzinaio della Amoco su un’autostrada del Nebraska. Non si è mai mosso dal Nebraska. È partito di lì ed è arrivato qui, non ha visto Saigon, non ha la minima idea di come e dove sia il Vietnam, non si è mai occupato di politica, non legge i giornali. Del Vietnam sa che è un paese dove ci sono “many, many VC” da prendere. Ci alziamo da terra perché il capitano sta formando le pattuglie. Procediamo a pettine tra gli sterpi, i boschetti e i crateri delle bombe che sono arrivate prima di noi per farci strada. Cammineremo per circa tre ore fino a congiungerci con le altre pattuglie che vengono verso di noi dalla direzione opposta. L’aria è quella di un bagno turco.

© Goffredo Parise, da Guerre Politiche – Vietnam, Biafra, Laos, Cile, Einaudi, Torino, 1976

Questo testo è stato gentilmente scelto per la rubrica da Cristina Fiore, artista/performer e curatrice. Il suo sito qui.