Giorno: 16 settembre 2017

Alessandro Agostinelli, Benedetti da Parker (di M. Giaconi)

agostinelli benedetti da parker.jpgRecensione a Benedetti da Parker di Alessandro Agostinelli
(Cairo Editore, 2017)

di Marco Giaconi

 

È un libro bebop, come il suo oggetto, Dean Benedetti, malato di grande jazz e di droga, figlio di emigrati lucchesi, proprio come quelli che hanno colonizzato (me lo raccontava la funzionaria della nostra Ambasciata a Ottawa) perfino il North West Territory canadese, fin dentro il Circolo Polare Artico. Temo che anche Agostinelli sia un prodotto del bebop, l’America “altra”, ma mica tanto, che poi introietterà la rivolta nel pop, nella solita e onnipresente droga, nella rivolta contro la guerra nel Vietnam, prima guerra USA pensata per non finire mai, nei manifestini supercomunisti di Allen Ginsberg, nei testi di Jack Kerouac che, comunque, portava in tasca un santo Rosario e votava repubblicano, come poi si riseppe. Non c’è un’America “altra”: la droga di Dean Benedetti è la stessa dei traders di Wall Street, degli attori famosissimi ma tutti dediti alle buone cause umanitarie, tra diffusione di preservativi in Africa e ripopolamento delle galline in Colombia. E poi dei politici che ci vivono sopra, tra sostegni alle banche, come ha dichiarato Hillary Clinton nei suoi wikileaks, e l’ossessione per i “diritti”, soprattutto quelli che non prevedono esborsi di denaro. Un po’ di socialismo mai, cavolo, ma puoi sempre dire che i tuoi “diritti” sono inalienabili. Meno male che sono arrivati Bernie Sanders e Donald Trump a far temporaneamente cessare il trip psichedelico dell’establishment.

Comunque Dean Benedetti, nel testo ritmato e sonoro di Agostinelli, è già un uomo del futuro: mentre c’è la guerra nell’Europa in cui egli ha le sue immediate radici, Dean pensa solo alla pallacanestro e al jazz, indeciso sulle due strade. Il mondo brucia, ma lui cerca la realizzazione del suo sé, e solo di quello. “Dammi Stalin e San Paolo”, canterà un grande Leonard Cohen nel 1994, ma Dean Benedetti, figlio della peggiore America, e della più comune, se ne fotte dei grandi ideali, lui vuole solo, avrebbe detto uno di Woodstock, “godere l’attimo”. E gli “stati alterati” sono passati dall’LSD alla finanza creativa, dalla politica estera agli stili di vita, in una vibrazione continua degli istinti che prefigura il disfacimento della società occidentale, di quella cosa che già in qualche campus della Ivy League si sostiene che “debba andare via”, in omaggio alla pura esternazione degli istinti primari. E qui c’è la questione della droga, che diviene il tema centrale della vita di Dean Benedetti.

Uno che vuole farsi negro, e che perfino dipinge di nero il suo sax, altro tratto postmoderno della vita di Dean, che Agostinelli legge con precisione analitica e sensibilità sottilissima. Ma il segno non è la cosa, così come la droga non è la via per il superamento del sé. Come, in quegli anni bebop, insegnava Don Juan nei romanzi-saggi di Carlos Castaneda, il peyotl non si deve mai dare a tutti, ma solo a chi mostra di saperlo usare per passare, usando una vecchia formula massonica, ad “un altro stato dell’esistenza”. Solo chi è già può essere dopo, è il paradosso parmenideo del mondo moderno. Mi viene in mente un nostro militare, in visita al capo di un villaggio afghano, che si sente apostrofare dal vegliardo con la dura frase: “voi occidentali riuscireste a drogarvi anche con l’acqua minerale”.

Il mondo della quantità è già la fine dei tempi, e la materia, anche quella musicale, tradisce sempre chi non sia adatto, fin dall’inizio dei tempi, a maneggiarla. Dean Benedetti è, però, il registratore dal vivo delle straordinarie analisi musicali di Charlie Parker, un genio mozartiano, almeno secondo la vulgata diffusa dal film, americanissimo, di Milos Forman, sintesi di sregolatezza miserevole e naturalezza della sua perfezione. Sarebbe tutto finito nel vento sporco dei locali malfamati dove suonava Parker, se Dean Benedetti, che non sapeva le regole del Genio, che appunto non esistono, non lo avesse fortunosamente registrate. Ma l’imitazione non insegna la regola, e Dean se ne deve ritornare, per i prevedibili problemi con la giustizia, a Torre del Lago, luogo pucciniano da dove sono partiti i suoi genitori. In Italia Dean Benedetti forse trova una sua identità, tra lavoretti nel giro musicale di Viareggio e del Forte e l’immagine che si crea nel paesino.
Qui Agostinelli fonde magistralmente la storia italiana di quegli anni, gli anni Cinquanta, e le storie che Dean si porta dai suoi States. E poi la morte, marginale come la sua vita, solo per riportare alla luce le sinfonie del bebop di Charlie Parker che Benedetti non avrebbe mai potuto ricreare. Il destino degli imitatori, ma non privi d’ingegno.

Un bel romanzo americano e italiano di Agostinelli, una metafora eterna della separatezza radicale tra Genio e Imitazione, che sono sovrapponibili, per usare una metafora kantiana, come la mano destra con quella sinistra.

© Marco Giaconi

proSabato: Virginia Woolf, Una casa stregata

proSabato: Virginia Woolf, Una casa stregata

A qualunque ora ci si svegliasse c’era una porta che si chiudeva. Da una stanza all’altra andavano, mano nella mano, sollevando qua, aprendo là, guardando ancora − una coppia spettrale.
«È qui che l’abbiamo lasciato» diceva lei. E lui aggiungeva «ma anche qui!». «È di sopra» mormorava lei. «E poi in giardino» sussurrava lui. «Piano» dicevano, «o li sveglieremo.»
Ma non ci svegliavate, no. «Lo stanno cercando; stanno scostando la tenda» potevamo dire, e leggere ancora una pagina o due. «Ora l’hanno trovato», sentirlo con certezza e fermare la matita sul margine della pagina. E poi, magari, stanchi di leggere, ci alzavamo ed eravamo noi a cercare, la casa tutta vuota, le porte aperte, solo i piccioni selvatici che gorgogliavano soddisfatti e il ronzio della trebbiatrice che risuonava dalla fattoria. «Cosa sono venuto a fare? Cosa volevo trovare?» Le mie mani erano vuote. «Forse di sopra, allora?» C’erano mele nel solaio. E così giù di nuovo, il giardino silenzioso come sempre, solo il libro era scivolato tra l’erba.
Ma l’avevano trovato in salotto. Mai tuttavia che li potesse vedere. I vetri della finestra riflettevano mele, riflettevano rose; tutte le foglie nel vetro erano verdi. Solamente, se loro passavano nel salotto, la mela girava per mostrare il suo lato giallo. Eppure, appena un attimo dopo, se si apriva la porta, sparso sul pavimento, attaccato alle pareti, pendente dal soffitto − cosa? Le mie mani erano vuote. L’ombra di un tordo attraversò il tappeto; dalla più remota profondità del silenzio il piccione selvatico trasse la sua goccia di suono. «Al sicuro, al sicuro, al sicuro.», il polso della casa batteva morbidamente. «Il tesoro sepolto; la stanza…» Il polso si fermò all’improvviso. Oh, era quello il tesoro sepolto?
Un momento dopo la luce era svanita. Fuori in giardino, allora? Ma gli alberi catturavano un raggio di sole nella loro rete di oscurità. Così delicato, così prezioso, nascosto nella frescura, il raggio che cercavo ardeva sempre dietro al vetro. Il vetro era morte; morte era tra di noi; giungendo prima alla donna, centinaia di anni fa, lasciando la casa, sigillando tutte le finestre; le stanze erano state immerse nell’oscurità. Lui aveva lasciato la casa, lasciato lei, era andato a nord, a est, aveva visto le stelle rovesciate nel cielo meridionale; andando in cerca della casa l’aveva trovata sprofondata tra le dune. «Al sicuro, al sicuro, al sicuro», il polso della casa batteva gioiosamente. «Il tesoro è vostro.»
Il vento ruggisce su per il viale. Gli alberi si chinano e si piegano di qua e di là. Raggi di luna sguazzano e schizzano all’impazzata attraverso la pioggia. Ma il raggio della lampada cade dritto dalla finestra. La candela brucia rigida e immobile. Errando per la casa, aprendo le finestre, sussurrando per non svegliarci, la coppia spettrale va in cerca della sua gioia.
«Qui abbiamo dormito» dice lei. E lui aggiunge «Baci senza fine». «Svegliarsi al mattino.» «Argento tra gli alberi.» «Di sopra.» «In giardino.» «Quando venne l’estate.» «Nei giorni invernali della neve.» Le porte si vanno chiudendo in lontananza, colpi delicati come il battito di un cuore.
Vengono più vicini; si fermano sulla soglia. Il vento è caduto, la pioggia versa argento sui vetri. I nostri occhi si oscurano; non sentiamo passi accanto a noi; non vediamo la signora stendere il suo mantello spettrale. Le mani di lui schermano la lanterna. «Guarda» sospira. «Dormono profondamente. Amore sulle loro labbra.»
Chinandosi, tenendo la loro lampada d’argento sopra di noi, a lungo guardano e profondamente. A lungo sostano. Il vento soffia diritto; la fiamma si inchina lievemente. Folli raggi di luce lunare attraversano il pavimento e le pareti e, incrociandosi, macchino i volti chini, i volti assorti, i volti che indagano i dormienti e ne cercano la gioia nascosta.
«Al sicuro, al sicuro, al sicuro» il cuore della casa batte orgogliosamente. «Lunghi anni» − sospira lui. «Ancora mi hai ritrovato.» «Qui» mormora lei, «mentre dormivo; leggendo in giardino; ridendo, rotolando le mele in solaio. Qui abbiamo lasciato il nostro tesoro.» Chinandosi, la loro luce mi fa aprire gli occhi. «Al sicuro, al sicuro, al sicuro!» il polso della casa batte all’impazzata. Svegliandomi, grido «Oh, è questo il vostro tesoro sepolto? La luce nel cuore».

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© Virginia Woolf, in Oggetti soliti. Tutti i racconti e altre prose, Trad. it. di Adriana Bottini e Francesca Duranti, Roma, Racconti edizioni, 2016