Giorno: 9 settembre 2017

Festlet #4: Umano

George Saunders (al centro) a Palazzo Castiglioni

Saunders ci dice immediatamente che Lincoln, all’apice della sua notorietà, era anche un uomo all’apice della sua sconfitta. L’uomo che negli anni sessanta dell’800 diceva che ogni guerra era civile perché riguardava l’uomo, doveva «coniugare l’immane dolore della perdita di un figlio piccolo con il dovere di mantenersi saldo nel suo ruolo». Marco Malvaldi, che lo intervista a proposito del suo romanzo (appunto Lincoln e il Bardo, dove il Bardo è il luogo buddista di intervallo tra la morte e la rinascita), gli domanda come sia riuscito anche lui, da autore, a gestire una contraddizione: quella di poter scrivere su registri commoventi senza perdere mordente negli inserti di ironia. Saunders risponde che dovrebbe sempre essere, nella scrittura, come con la bicicletta: saper pendere da un lato e saper riequilibrare dall’altro. Nel caso di Lincoln aveva cominciato, continua, in un tono troppo tragico, e solo dopo qualche lettura ha deciso di iniettare delle dosi di ironia. Come del resto da giovane, quando «tendevo a togliere ogni passo ironico quando volevo essere tragico e in altri casi a far ridere a ogni costo: non avevo capito che il segreto era l’equilibrio». (altro…)

proSabato: Blaise Cendrars, L’Accademia dei “Piccoli Charlot”

proSabato: Blaise Cendrars, 2. L’Accademia dei “Piccoli Charlot”

…..Dunque, poiché davanti a noi continuava a farsi il vuoto, trascinai Léger per il mercato, poi presi un viottolo che andava a zig-zag tra i capanni, i cortiletti, i pollai, i giardinetti, i terreni incolti degli zingari, recintati da tratti di muro crestati di cocci di bottiglia, delimitati da reticolati, da paletti, da vecchie traversine di ferrovia, pieni di cani inferociti, col collare irto di chiodi, alla catena ma scorrevole lungo un grosso fil di ferro o qualche metro di cavo teso che permetta loro di dimenarsi come demoni da un capo all’altro del loro terreno nudo, balzando, abbaiando, schiumando di rabbia tra i bidoni vuoti e sfondati che crollavano, le botti bucate, le lastre di lamiera scheggiate, le molle di pagliericci che spuntavano dal terreno composto di scorie, di cocci di piatti o di vasellame, di scatole di conserva spaccate, di monticelli di arnesi domestici fuori uso, di veicoli sconquassati, di mucchi di spazzatura sventrati, circondati di stie, di magri ciuffi di lillà o sovrastati come un golgota da uno scheletro d’albero, sambuco striminzito, acacia tormentata, aborto di tiglio, il troncone dei rami ficcato nel manico di un vaso da notte o la cima tronca coronata da un vecchio copertone, attraversai la rue Blanqui per immettermi di fronte in un altro viottolo che veniva giù dal fossato dei bastioni addosso i quali aveva sede l’accademia dei Piccoli Charlot, cinque, sei capanne bislunghe usate da dormitorio per i bambini e da cucce per gli orsi che venivano addomesticati alla rinfusa in quel sinistro istituto, per di più caffè notturno e ritrovo dei ladruncoli e dei vagabondi. (altro…)