Giorno: 8 settembre 2017

Festlet #3: Empatia

Marco Malvaldi, Simonetta Bitasi, Diego De Silva

Te l’avevo detto, dice al suo compagno il bambino in prima fila. Te l’avevo detto che se la mangiava il serpente.
A voler essere precisi, il serpente le avrebbe solo morso la caviglia. Provo un improvviso afflato verso la verve iperbolica del bambino.
Siamo davanti all’Orfeo di Monteverdi, appositamente ripensato per bambini dai sei anni in su (ma gli adulti sono i benvenuti) da Teatro all’improvviso e Accademia degli Invaghiti. Così i bambini ascoltano selezionati brani, che hanno per collante la voce narrante di Giuseppe Semeraro, mentre Dario Moretti, che ha curato testo, regia e pittura dal vivo, mette in scena con crete e piccoli pupi la storia del cantore innamorato e del suo amore tragico. Te l’avevo detto che moriva di nuovo, chiosa il bambino a spettacolo concluso. Il suo amichetto si chiede perché Orfeo si è girato, dimostrando una certa precocità.
Di empatia ha parlato Marco Malvaldi, intervistato da Radio 3 Fahrenheit, riguardo al patto tra lettore e scrittore: «Se scrivo che gli spaghetti sono scotti, è un errore aggiungere che i commensali sono delusi». (altro…)

Daniele Campanari, poesie da “Corpo disumano”

 

se mai con le mani ci suonerai qualcosa
non eravamo buoni in quella lista da depennare
non eravamo il momento;
ma nella parola momento c’è il tempo impegnato
dalla lingua per scavalcare i denti e cos’altro.
quanto eravamo lenti, vero, la mattina è il preascolto della giornata
e per gli altri, questi in fila, come fai a tenere l’angolo in disuso.
cosa non va nell’apparire come carne propria
le cose che fai e non dici, queste cose sono fasi
semmai infilzaci, infilaci il berretto semmai
se mai con le mani ci suonerai qualcosa

*

le cose sono come miopia
lo scoglio appena bianco, vedi, è un pescatore di pinne
e l’attrazione è il pescato di tutte le albe vicino a casa tua.
è qui che vieni ogni martedì di scuola e io che non pensavo di venire qui:
non avevo contato le meraviglie del mondo ma sapevo della tua faccia.
le cose, qui, le cose sono l’immenso, le cose come questo mare
le cose elementari che mangiano questi pesci si chiamano organismi
è che non sapevo di vederli qui.
quaggiù, proprio sotto ai mignoli, c’è lo scoglio appena bianco:
ti chiedo se sei felice e io non sono felice, non te lo dico
è che le cose, qui, le cose sono come miopia

*

le parole pesano solo qualche grammo
è chiaro cosa pensiamo immaginandolo dal parabrezza:
avrebbe un naso simile a un flauto
– gli avevamo promesso di restare –
e lo immaginiamo incompreso dal punto in cui il collo è piegato
ma dobbiamo rassicurarlo sull’operazione:
“questa incisione ti sfiorerà”
– dovevamo dirgli di smettere di scalciare –
riconosciuto come un chiodino arrugginito
lo avremmo chiamato Diego
e ora ci guardiamo cercando l’occhio che somigli,
ma per le nostre bocche le parole pesano solo qualche grammo

*

affacciandomi al terzo piano
non ho visto nient’altro che un cardellino
strofinarsi all’antenna elettrica del palazzo.
ho avuto due certezze:
il cardellino verrà stroncato
e io non so volare

*

Il corpo nuovamente! Declinato ancora una volta in poesia, come già altre volte negli ultimi anni, per non dire negli ultimi decenni. Nulla di originale perciò, qualcuno potrebbe replicare. Eppure già nel titolo, in quell’attributo “disumano”, si comprende dove miri la ricerca di Daniele Campanari; non è più nemmeno una questione di disappartenenza, o di abitare finalmente il corpo che si è sempre voluto vivere (come nel caso della poesia di Vivinetto [qui]): è proprio l’elemento umano che viene meno, malgrado ci siano nei versi continui e costanti riferimenti a una realtà totalmente antropomorfizzata, antropocentrica. La visione stessa della realtà si rende miope perché è miope la percezione umana della realtà in cui vive. E da una dimensione del tutto privata, ossia l’esperienza diretta del poeta, il passo a una dimensione universale è breve: come il prendere atto dei limiti umani nel non saper volare, mancata esperienza che chiude la quarta poesia qui sopra proposta.
E più ci si allontana dalla propria sostanza e dalla propria essenza, più aumenta quell’essere disumani a noi stessi e a tutti. E forse il divario si apre proprio nello spostarsi dalla notte al giorno, ossia, secondo la bipartizione del libro, dalla dimensione prettamente privata a quella pubblica (un procedere che a me fa pensare al Tondelli di Biglietti agli amici). Ma non sono così certo che gli ambiti possano e debbano essere visti in modo netto e antitetico dal momento che lo sguardo appartiene sempre allo stesso individuo; e ad autorizzarmi a fare questa piccola considerazione è l’autrice dell’introduzione alla raccolta di Campanari, Simona Baldelli, quando a un certo punto parla di «amalgama di intimo e pubblico, irruenza implosa e frenetica inattività», con questo bellissimo ossimoro che tutto dice dei nostri tempi.

© Fabio Michieli

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Daniele Campanari (Latina, 1988) è giornalista, speaker radiofonico, autore e doppiatore pubblicitario. Collabora con diverse testate cartacee e online. Si occupa di arte e cultura, oltre che di cronaca bianca. A marzo 2017 ha pubblicato la raccolta di poesie Corpo disumano (Oèdipus). È membro dell’Associazione “Libero de Libero” che promuove la cultura in versi, organizza il Festival di poesia “Verso Libero” e il Premio Solstizio per opera prima.

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